PAPA IN GIAPPONE/ Obolo di san Pietro, palazzi e affari: Francesco non si fa fregare

- Cristiana Caricato

Francesco, di ritorno dal Giappone, non si è sottratto alle domande sulle finanze vaticane. E ha confessato un desiderio: “Mi piacerebbe andare a Pechino”

papa_francesco_viaggio_aereo_1_lapresse_2017 Papa Francesco (LaPresse)

Un Papa illuminato dal Sol Levante ha incontrato i giornalisti ad alta quota, talmente contento del suo 32° viaggio in Estremo Oriente da bacchettare persino la vecchia Europa. A suo dire mancherebbe di poesia. A conferma fornisce citazione in latino: lux ex oriente, ex occidente luxus. Insomma, rimprovera all’Ovest di aver disperso nella fretta la capacità di guardare “oltre” le cose. Non la trascendenza, che non è proprio della religiosità orientale, ma la gratuità di chi supera il limite per cercare la perfezione.

Attacco romantico per finire poi a parlare di cose ben più terrene: soldi e finanza. Troppo ghiotta l’occasione per non finire a chiedergli dell’ultimo scandalo vaticano su immobili miliardari nel cuore di Londra e scontri di potere all’interno della Curia.

Se la cava, Francesco, con le armi che conosce meglio. Verità e realismo. E lui che ha sempre dichiarato che non si devono fare “soldi con i soldi” articola il suo pensiero sugli investimenti della Santa Sede, su quell’Obolo di San Pietro trascinato per banche e fondi. La somma che si consolida con le offerte dei fedeli, per Francesco, non va messa in un cassetto. Sarebbe inutile. Va amministrata, senza moralismi o rigurgiti eccessivamente prudenziali, e investita per non svalutarla. Il modello, spiega, è quello delle vedove: un po’ qui, un po’ là… se cade uno c’è l’altro.

Ovviamente si parla di investimenti etici: mai e poi mai un solo euro affidato a Francesco potrebbe finire in una fabbrica di armamenti. Ma i palazzi sì, possono essere un buon affare: comprare una proprietà, affittarla e poi magari rivenderla e con il profitto, giusto e onesto, aiutare un bel po’ di poveri. Se le cose fossero andate così non ci sarebbe da scandalizzarsi.

Purtroppo, però, qualche magagna, nell’acquisto della proprietà londinese, è emersa. Insomma, non tutto è andato liscio. L’inghippo, la malversazione, la truffa sembra (ma solo “sembra”, perché la presunzione di innocenza è un altro caposaldo su cui Francesco non transige) essere possibile.

Il Papa non si scompone. Vede sempre positivo, il bicchiere mezzo pieno: la riforma economica avviata da Benedetto XVI ha dato i suoi frutti e il meccanismo di controllo si è attivato dall’interno delle Mura Leonine. Il Revisore generale dei conti si è accorto che qualcosa non funzionava e la giustizia vaticana si è messa in moto. Ora si indaga, conferma il Papa, la corruzione viene a galla, il Promotore di giustizia ha chiesto l’autorizzazione per le perquisizioni negli uffici della Segreteria di Stato, cinque dipendenti sono stati sospesi in via preventiva e tra poco cominceranno gli interrogatori. Insomma, non ci si nasconde, probabilmente (avverbio legato alla presunzione di innocenza) “qualcosa” c’è ma, conclude Bergoglio, “è la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro e non da fuori”.

Il resto, le dimissioni del capo della Gendarmeria, quelle del presidente dell’Aif, le tensioni con il gruppo Egmont e la prossima verifica dell’autorità di controllo di Moneyval, sono tutte conseguenze. Alcune previste, altre no. Ma su una cosa il Papa rassicura. La gente può stare tranquilla. Lui non si farà fregare.

Di contorno nella chiacchierata in volo anche le impressioni sulle esperienze vissute nelle città martiri di Nagasaki e Hiroshima, “una vera catechesi umana sulla crudeltà”, la condanna dell’uso e anche del possesso delle armi nucleari, le perplessità sull’energia nucleare per uso civile, a suo dire poco troppo vicina al limite della sicurezza, la denuncia dell’ipocrisia “armamentista” di quei paesi che si dicono cristiani e vivono di armi e le preoccupazioni per un mondo in ebollizione da Hong Kong all’America Latina.

Infine, la confessione di un desiderio esaudito, farsi missionario in Giappone, e di uno che ancora alberga nel cuore. “Mi piacerebbe andare a Pechino, io amo la Cina”.







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