Paradisi fiscali Ue/ Ecco la proposta di riforma della Commissione per eliminarli

- Mauro Mantegazza

Paradisi fiscali Ue: la Commissione Europea lavora a una proposta di riforma per eliminarli. Olanda, Lussemburgo e Irlanda sono nel mirino per concorrenza sleale

Olanda Rutte paradisi fiscali
Mark Rutte, premier dell'Olanda che è tra i paradisi fiscali Ue (LaPresse)

L’Unione Europea non vuole più paradisi fiscali al suo interno e prepara una riforma apposita: ne parla L’Espresso, che evidenzia come questo sia uno dei tasti più dolenti nelle “lotte” interne fra gli Stati membri della Ue. La Commissione Europea sta cercando una soluzione comune: un nuovo codice di condotta per la tassazione delle imprese. Di certo all’interno dell’Unione Europea a oggi esistono distorsioni del sistema fiscale: ecco perché la Commissione – riferisce L’Espresso – presenterà entro il 15 luglio un piano di azione in materia fiscale da proporre al Consiglio dei 27.

La polemica politica sulle aziende con sede fiscale e legale all’estero che ricevono aiuti economici dallo Stato in cui operano riguarda in Italia in particolare Fca, ma è un problema delicato per l’intera Europa, con Danimarca e Francia in prima linea nel non volere dare sussidi ad aziende che non pagano le tasse in patria mediante manovre elusive.

Gli stati più duramente colpiti dal Coronavirus sono per di più anche quelli che da anni soffrono (Italia compresa) della distorsione della concorrenza fiscale di Paesi conosciuti come paradisi fiscali europeiOlanda, Lussemburgo e Irlanda e in parte Ungheria, Cipro e Malta, più il caso Gran Bretagna dovuto alla Brexit – e definiti da Bruxelles “a tassazione aggressiva”. L’economista Gabriel Zucman ha calcolato che l’Italia solo nel 2017 ha perso quasi il 19% delle imposte societarie a causa loro.

PARADISI FISCALI UE: LA PROPOSTA DI RIFORMA DELLA COMMISSIONE

Il Consiglio europeo ha più volte affrontato il tema, ma in materia fiscale richiede l’unanimità e così la nuova legislazione “o non è entrata ancora in vigore oppure è stata diluita tanto da risultare inefficace”.

La questione è molto delicata perché molti ritengono che tutto sommato sia meglio avere all’interno dell’Unione Europea i paradisi fiscali, ma così succede che “perfino grandi aziende pubbliche di Paesi che perdono a causa della concorrenza sleale abbiano ancora la sede fiscale in Olanda”, ha detto a L’Espresso l’europarlamentare verde Philippe Lambert.

Il piano di azione che la Commissione guidata da Ursula von der Leyen annuncerà entro il 15 luglio dovrebbe dividersi in tre parti: una serie di vantaggi per i cittadini virtuosi che seguono volontariamente le regole fiscali; la riforma del Codice di condotta in materia di tassazione delle imprese – che dovrebbe limitare la tassazione fiscale dannosa ma è considerato inefficace a causa dell’opposizione dei piccoli stati che hanno fondato la ripresa economica sulla facilitazione dell’elusione – e una proposta all’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) di miglioramento delle linee guida contro “l’erosione della base imponibile e dello spostamento tra stati dei profitti” (Beps) da parte delle multinazionali al fine di minimizzarne la tassazione, come definite dall’Ocse e dal G20 nel 2016.

PARADISI FISCALI UE: SI LAVORA CONTRO CONCORRENZA SLEALE

Le due direttive – Atad 1 e Atad 2 – con cui l’Unione Europea ha recepito questo accordo
internazionale anti-elusione hanno funzionato bene verso i paradisi fiscali extra-Ue ma non sono riuscite a limitare il fenomeno dello spostamento dei profitti tra Stati europei, perché possono essere aggirate facilmente con semplici accorgimenti e poca spesa. Ecco dunque che il dicastero europeo dell’Economia, guidato da Paolo Gentiloni, vuole intervenire ancora una volta (dopo le proposte di Pierre Moscovici) per correggere definitivamente le distorsioni presenti.

I problemi maggiori sono due: la mancanza negli Stati a tassazione aggressiva di una tassa sui pagamenti per interessi e royalties in uscita – per cui vi è un flusso di soldi che lascia l’Unione senza pagare tasse per finire in un paradiso fiscale estero dove non sarà tassato – e il livello di tassazione effettiva, che in questi Stati è troppo bassa grazie alle differenze tra tassazione nominale e reale. In Lussemburgo, che con 650mila abitanti ha un numero di investimenti diretti esteri pari agli Usa, la prima è del 23% mentre la seconda è dell’1%.

La questione della disarmonia fiscale è talmente gravida di conseguenze per la ripresa economica dei Paesi manifatturieri europei che la Commissione starebbe valutando l’utilizzo per la prima volta dell’articolo 116 del Trattato di Lisbona, che permette al Consiglio di evitare l’unanimità di voto per l’adozione di misure che rettificano una distorsione della concorrenza nel mercato.

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