PARLAMENTO NEL CAOS/ Così Mattarella e Consulta possono sciogliere l’ingorgo

- int. Enzo Cheli

Due referendum, riforma della legge elettorale, voto in Emilia Romagna: a gennaio si profila un ingorgo istituzionale delicato e rischioso

elezioni regionali umbria 2019
Elezioni (LaPresse)

Il 12 gennaio 2020 scadrà il termine dei tre mesi prescritti dalla Costituzione per chiedere il referendum sul taglio dei parlamentari; il 15 gennaio sarà la data in cui la Consulta dovrebbe pronunciarsi sul referendum leghista per l’abolizione della quota proporzionale del Rosatellum; il 26 gennaio si terranno le elezioni regionali in Calabria e soprattutto in Emilia-Romagna. Il tutto condito dall’incombente dibattito sulla riforma della legge elettorale in discussione tra i partiti della maggioranza. Non c’è che dire: dal punto di vista istituzionale a gennaio si vedranno i fuochi d’artificio. Che caos si preannuncia? “Un tale ingorgo – risponde Enzo Cheli, costituzionalista ed ex vice-presidente della Consulta – prevede appunto questi quattro appuntamenti istituzionali che si incrociano con il problema della durata della legislatura, che a sua volta incide sullo scioglimento del nodo. Il tema di fondo è se questa legislatura è destinata a durare fino alla sua conclusione naturale nel 2023 oppure se va incontro a uno scioglimento anticipato. E questi quattro appuntamenti, a seconda di come vengono risolti, possono incidere su questa questione”. Insomma, per Cheli siamo davanti a un bivio e a “pilotare” la situazione più che i partiti, in preda ormai a esasperati tatticismi e troppo frammentati, saranno la Consulta, cui spetterà sciogliere il primo vero nodo, e il Capo dello Stato, chiamato anche a svolgere un prezioso ed efficace compito di moral suasion.

Prima di tutto, come si è creato l’ingorgo?

In parte è dovuto al caso, ma in gran parte è dovuto all’impazzimento del sistema politico cui stiamo assistendo da qualche tempo nel nostro paese, specialmente dall’inizio di questa legislatura.

Quale impazzimento?

Questo impazzimento, frutto della dissoluzione del sistema dei partiti, dell’aumento della conflittualità e della frammentazione, produce un effetto particolare: le forze politiche non riescono più a distinguere la politica contingente, che si gioca sulle tattiche del giorno per giorno negli stretti interessi di parte, dalla politica istituzionale, che si dovrebbe invece giocare sulle lunghe distanze e nell’interesse di tutto il paese. I partiti, cioè, usano sempre più gli strumenti della politica istituzionale – i referendum, le grandi riforme costituzionali – per obiettivi di politica contingente. Lo si è visto, per esempio, nella riduzione del numero dei parlamentari.

Perché?

È una soluzione positiva, ma attuata nel modo peggiore, perché non si è valutato il rapporto di rappresentanza rispetto allo stato delle forze politiche. Si è semplicemente voluto dare l’annuncio di una riduzione collegata ai costi. Messa in questi termini, però, non ha molto senso in una democrazia. Ha senso che l’organo mantenga una rappresentatività del paese.

Che cosa significa?

Occorre fare l’analisi, che già fecero i costituenti, su quella che è la distribuzione territoriale per vedere i collegi e il grado con cui si può “stringere” la rappresentanza. Insomma, è una giusta riforma che è stata improvvisata e condotta male.

E il referendum abrogativo della Lega?

Peggio ancora. Non è stato fatto per avere un sistema maggioritario, quanto per creare un problema al governo in alternativa alla linea che si stava delineando sul proporzionale.

Torniamo al groviglio e proviamo a mettere un po’ di ordine al disordine. Innanzitutto, il nodo è inestricabile o si può sciogliere?

Ingorghi ce ne sono stati anche in passato e quando ci si trova in questi passaggi, e quello di oggi è forse più delicato, acquistano un notevole peso gli organi di controllo, che hanno appunto il compito di sciogliere i nodi dell’ingorgo. E in questa successione abbastanza rischiosa, se dovesse scoppiare tutta assieme, ci sono una premessa e due alternative.

Parta pure dalla premessa.

È l’inammissibilità del referendum proposto dalla Lega sul Rosatellum. Credo sia insuperabile e che la Corte non possa non dichiararla nella sentenza che adotterà a gennaio. Se questo referendum venisse ammesso, creerebbe inevitabilmente un vuoto, anche transitorio, nella legislazione elettorale nazionale e questo la Corte non lo ha mai ammesso, e non credo che potrà cambiare giurisprudenza.

Questo è il primo nodo che sarà sciolto. Poi?

C’è un’alternativa di fondo. Da un lato, crisi di governo e spinta a elezioni anticipate nei prossimi tre mesi, andando a votare sostanzialmente con il Rosatellum o la sua variante minima.

E se non scatta questa molla della crisi di governo?

Oltrepassati i tre mesi, credo che sia quasi sicuro il superamento del referendum consultivo sulla riforma costituzionale del taglio dei parlamentari. Ci sarà una larga maggioranza favorevole alla riduzione. Una volta diventata legge costituzionale questa riforma, tra aprile e giugno, scatta un’altra esigenza.

Quale?

Quella dei parlamentari in carica a conservare la loro posizione di potere fino alla fine della legislatura. A questo punto si andrebbe incontro a una prosecuzione della legislatura con la struttura attuale, che dovrebbe cambiare la legge elettorale, tenendo conto però della variazione del numero dei parlamentari, fino ad arrivare a fine legislatura.

Insomma, siamo davanti a un bivio?

Esatto: o elezioni entro tre mesi con la vecchia legge e con la struttura vecchia oppure, superati questi tre mesi, la riforma entra in vigore e c’è un interesse da parte di chi oggi è parlamentare a proseguire la legislatura fino alla fine, perché molti di loro non avranno la possibilità di essere rieletti. Questo è lo scioglimento del nodo.

Ma se passasse il referendum anti-proporzionale sul Rosatellum?

La situazione si complicherebbe notevolmente. Ma il tema dei temi resta la legge elettorale.

A proposito di legge elettorale, è opportuno che i partiti anticipino i due referendum oppure è meglio aspettare i due verdetti?

Sarebbe sensato aspettare la pronuncia della Corte, che scioglie il primo nodo, e vedere cosa accade nei tre mesi successivi. Poi, entrata in vigore la riforma costituzionale, si potrà riaprire il discorso sulla legge elettorale, tenendo conto non solo della scelta tra maggioritario e proporzionale, ma anche della costruzione dei nuovi collegi. Meglio aspettare giugno e approfondire i temi della riforma elettorale creando una maggiore stabilizzazione delle forze politiche.

Su questo punto c’è la proposta di Salvini che ha invocato un “comitato di salvezza nazionale”. Che ne pensa?

Quella di decidere insieme le regole elettorali e le riforme costituzionali è una proposta sensata, ma quando si parla di comitato di salvezza nazionale, già l’uso del termine fa pensare a qualcosa che va oltre.

Che cosa teme?

Non vorrei si aprisse una fase costituente che porta poi a delegittimare il governo parlamentare. In questa situazione di confusione e di frammentazione potrebbe portare a una forma di governo direttoriale o presidenziale. Sarebbe molto rischioso.

In questo groviglio che ruolo può e deve giocare il Quirinale?

Ha un ruolo decisivo. Chi ha in mano la leva fondamentale per dare un ordine è proprio il Capo dello Stato con il potere di scioglimento. È lui che può sciogliere e imboccare la prima via o rifiutare lo scioglimento e favorire la seconda via. Senza dimenticare il suo potere di moral suasion, che sta già esercitando molto efficacemente.

Lei che cosa auspica in questa fase molto complessa e delicata?

Bisognerebbe affrontare, e qui davvero con un accordo costituente tra le forze politiche, il tema della legge elettorale, che significa o imboccare la strada di un proporzionalismo corretto o di un maggioritario corretto. Attenzione: ciò che conta è proprio la correzione.

Di che cosa ha bisogno oggi la politica italiana?

Di superare il primo passaggio di una legge elettorale non fatta per mettere al tappeto l’avversario, ma per far funzionare gli organi rappresentativi nell’interesse del paese. Va ricostruito un senso di unità nazionale sulle questioni istituzionali. E attraverso la legge elettorale occorre superare la frammentazione, che ha distrutto il sistema dei partiti, trasformandoli in coacervi di piccole conventicole. La politica, ostaggio dei tatticismi esasperati, ha perso il senso della strategia istituzionale.

E come potrebbe ritrovare questo afflato?

Con una ripresa di fiducia, che oggi manca, nel modello europeo. Bisognerebbe che l’Europa desse dei segnali positivi nella soluzione delle crisi economiche o dell’occupazione, in Italia in primo luogo. Va ritrovata una visione che sia all’altezza dei problemi contemporanei, che non sono più di dimensione nazionale, ma internazionale.

(Marco Biscella)

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