PARTITE IVA/ Lavoratori autonomi e flat tax, dove sta il vero “valore aggiunto”?

Nel 2020 debutta la tassa piatta per imprenditori individuali e professionisti. Occorre però tener conto del reale riconoscimento delle competenze

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Il 2019 è l’anno dell’aumento dei lavoratori autonomi. Questo è quanto emerge dai dati pubblicati dall’Osservatorio sulle partite Iva del ministero dell’Economia e delle Finanze. Una variazione tendenziale che vede nel primo trimestre del 2019 un aumento del 7,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Approfondendo la lettura del dato, è interessante rilevare, in particolare, l’aumento delle nuove aperture di partite Iva tra gli under 35.

In termini generali, possiamo sicuramente attribuire questo incremento al combinato disposto tra gli effetti del cosiddetto “decreto dignità”, in particolare per quanto riguarda i limiti posti a durata e reiterazione dei contratti a termine, e le previsioni dell’ultima Legge di stabilità che ha visto l’allargamento della platea di accesso al regime forfettario. Infatti il limite è passato dai 30mila euro dell’anno 2018 ai 65mila euro del 2019 come reddito annuo massimo per accedere all’imposta fissa del 15% del regime forfettario, senza più limiti di età e di anzianità lavorativa, con una conseguente revisione della gestione della contabilità.

Il 2020 sarà, invece, l’anno della cosiddetta flat tax, cioè l’introduzione di una tassa piatta pari al 20% dei ricavi, per imprenditori individuali e professionisti con redditi tra i 65mila e i 100mila euro annui.

Quest’ultima misura ha suscitato molto dibattito nel mondo dei professionisti, in quanto l’introduzione di un regime fiscale con un’aliquota unica per i redditi medio-alti crea non poche perplessità.

È importante iniziare il ragionamento ponendosi alcune domande sul tema.

La prima su tutte è chiedersi se veramente l’introduzione della flat tax, e un ampliamento della platea del regime forfettario, porti a una riduzione dell’evasione fiscale.

Secondo il parere di chi scrive questo automatismo non sussiste, o almeno non è così lineare la conseguenza, perché probabilmente assisteremo al fenomeno di allineamento dei redditi in prossimità dei limiti indicati dalle riforme fiscali sopra richiamate, mettendo quindi in discussione l’affermazione che una minore percentuale impositiva genera automaticamente un incremento del numero di contribuenti e quindi di entrate per l’erario, perché si dimentica di tenere in considerazione anche la qualità (reddituale) del contribuente.

La seconda domanda da porsi è legata all’assenza della progressività. Questo tipo di scelta crea necessariamente delle differenze, con conseguente volontà di privilegiare i redditi più alti rispetto ai redditi più bassi. Per questo non possiamo considerare la flat tax, ma nemmeno il regime forfettario allargato fino a 65mila euro, una misura equa.

Una riflessione più ampia, sul tema della riforma fiscale, è legata al fatto che con l’allargamento della platea dei professionisti che possono accedere al regime agevolato, si riduce il numero di coloro che possono usufruire di alcune misure di welfare introdotte nella legge 81/17.

Avere una partita Iva non può ridursi solo a un fattore fiscale: infatti con l’introduzione dello Statuto del lavoro autonomo – una legge fortemente voluta anche da noi di vIVAce -, le partite Iva sono passate da un riconoscimento derivante solo da una posizione fiscale a una tipologia di lavoro in quanto tale, con la necessità di ricevere risposte e sostegno soprattutto a livello professionale.

Occorre, quindi, partire da un reale riconoscimento delle proprie competenze, sottolineando come la tutela del lavoro passa prima di tutto da una regolamentazione dell’equo compenso, utile a garantire la sostenibilità del professionista stesso, oltre che da un welfare focalizzato su formazione, tutele nella malattia e maternità e con forme di previdenza completare.

In realtà, occorre un rinnovato approccio culturale e di paradigma sul lavoro autonomo, che metta al centro il professionista durante il proprio percorso lavorativo e sostenga tutte quelle dimensioni in grado di generare un effetto moltiplicatore positivo per l’attività del lavoratore autonomo. Sostenere, quindi, per esempio, l’accesso alla formazione professionale e continua significa incentivare comportamenti organizzativi che generano valore aggiunto.

Solo costruendo con coraggio e perseveranza un sistema che mette al centro il lavoro è possibile sostenere veramente “l’essere lavoratore” autonomo.

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