PASQUA AD ALEPPO/ Audo: ho diviso le coperte con il capo della moschea, la distruzione non ci ferma

- int. Antoine Audo

Nelle devastazioni del terremoto e della guerra il popolo siriano si affida a Cristo risorto e condivide il necessario. "Celebriamo la Pasqua con gioia"

terremoto siria 6 lapresse1280 640x300 In Siria (LaPresse)

La città viene da due lustri e più di sciagure: non sono bastati dodici anni di guerra che ha seminato morte e distruzione, il terremoto ha rincarto la dose facendo crollare quello che non era ancora stato raso al suolo dalle armi. E nel frattempo c’è stato anche il Covid.

Una prova veramente dura per Aleppo, in Siria, che Antoine Audo, vescovo caldeo della città, racconta con il pensiero rivolto alla sua gente, ora distrutta più nell’animo che nei suoi beni primari e che per questo fatica a guardare avanti. Qualcuno, anzi, ha deciso di andarsene perché non vede più un futuro lì.

Monsignor Audo, come sta vivendo la gente questo momento?

Tutti, ad Aleppo e anche in Siria, risentiamo della crisi dovuta al terremoto, che ha causato un vero choc sulle persone: dopo dodici anni di guerra e tre anni di Covid il terremoto è stato terribile. Malgrado tutto come cristiani già dal giorno del terremoto fino ad oggi abbiamo cercato di lavorare insieme, di avere progetti: eseguire riparazioni nella case danneggiate, aiutare coloro che non possono tornare nelle loro abitazioni a pagare l’affitto per un altro appartamento. Questa è la situazione generale. Nonostante tutto abbiamo celebrato la Settimana Santa. Possiamo dire che il nostro cuore è stanco, c’è un grande fatica. Molti hanno resistito fino a questo momento ad Aleppo, ma adesso ci sono famiglie che partono, che pensano di emigrare per riuscire a rifarsi una vita.

Insomma è difficile dare un po’ di speranza adesso a chi rimane ad Aleppo.

Sì, la nostra fede ci aiuta a vivere questo avvenimento e a vivere la speranza, ma non è per niente facile davanti a tanta distruzione, a tanta povertà. Faccio un appello a una più grande generosità, a una più grande solidarietà.

La solidarietà degli altri Paesi si è fatta sentire? Vi stanno aiutando?

Sono tanti i gesti di solidarietà nei nostri confronti: per esempio per me, che sono un vescovo caldeo, abbiamo avuto tanta solidarietà dalle nostre chiese caldee in Iraq, negli Stati Uniti, in Europa, veramente un sostegno prezioso, un atteggiamento fraterno che ci ha confortato. Il denaro, tuttavia, non è tutto: c’è qualcosa che è distrutto non soltanto nei palazzi ma anche nelle anime. Questo è il sentimento profondo della gente. In questi momenti di difficoltà ci aiuta la fede in Cristo risorto. Non è facile mantenere questo atteggiamento, richiede una fede profonda.

Come sono i rapporti con la comunità musulmana?

C’è rispetto nei confronti dei cristiani, perché viene apprezzato quello che fanno nel campo dell’educazione e dell’accoglienza. Contrariamente a quanto si possa pensare in Occidente non ci sono violenze o aggressività, può capitare qualche fanatico, ma in generale c’è rispetto. I cristiani sono considerati persone che danno fiducia, anche in riferimento alla guerra hanno dimostrato fedeltà alla Siria come Paese senza interessi politici, di potere o economici. Durante il terremoto le chiese hanno accolto tante famiglie nei loro spazi.

Nessuno ha chiesto alle persone se erano cristiane o musulmane, hanno ospitato tutti?

Tutti. Certo, bisogna fare attenzione, occorre tenere conto delle diverse culture. I cristiani, ad esempio, non hanno problemi a tenere insieme uomini e donne, per i musulmani, invece, è una cosa delicata, hanno un’altra cultura, un’altra educazione. Nonostante questo, i cristiani, là dove potevano, hanno accolto molte famiglie. Io stesso due giorni dopo il terremoto ho ricevuto un dono importante da Oeuvre d’Orient, coperte, ne ho prese un po’ e sono andato alla moschea che è di fronte alla nostra cattedrale, per parlare della situazione con il responsabile della moschea. Anche loro hanno avuto tanti minareti distrutti. Un gesto di fratellanza, abbiamo fatto questa offerta per dire che siamo insieme, tutti fratelli. Quando la gente viene da noi siamo sempre pronti a gesti di accoglienza, dando denaro, cibo, quello che abbiamo.

Ci sono riti particolari che avete celebrato secondo tradizione?

Ci sono stati tre giorni di ritiro all’inizio della settimana con una predicazione e la Messa alla sera per la gente, il Giovedì Santo per la lavanda dei piedi abbiamo scelto i giovani che sono responsabili del gruppo scout, tutti studenti nelle università. Una scelta che guarda al futuro. Particolarmente significativo il Venerdì Santo, molto importante ad Aleppo, perché dopo aver celebrato la Passione di Cristo, con le letture di Isaia, il servo sofferente, c’è una bella tradizione che si è rinnovata: tutta la gente è andata a visitare tutte le chiese, tutte le comunità. Una processione di tutta la città, di tutte le famiglie, da una chiesa all’altra, in silenzio, in pellegrinaggio, per pregare. In questa occasione la gente fa una donazione alla Chiesa per i poveri: una bella tradizione, molto antica, per aiutare la gente a celebrare la Pasqua con gioia.

Che messaggio vuole dare alla sua comunità per Pasqua, dopo tutte queste sciagure c’è il rischio di sentirsi abbandonati da Dio, di allontanarsi da lui?

A partire dalla celebrazione delle Palme, ma anche nei giorni precedenti, tutti noi vescovi siamo rimasti sorpresi dalla quantità di persone che hanno partecipato alle celebrazioni. Tutte le chiese erano piene. Più numerosi del solito per testimoniare un senso di solidarietà. Quando perdiamo tutto la Chiesa è sempre la casa che accoglie tutti, dà sicurezza, fiducia. Il mio messaggio sarà di continuare a vivere questa solidarietà. Tante famiglie che sono emigrate, tanti giovani che studiano all’estero hanno mandato aiuti per testimoniare la loro solidarietà, l’ho detto anche durante le Messe. Nelle aule occupate per passare le notti dopo il terremoto abbiamo assistito a tanti gesti di rispetto, di dialogo.

C’è quindi, al di là di tutti i problemi, un ritorno alla fede?

Questa grande partecipazione e grande solidarietà hanno un senso abbastanza chiaro. Nessuno pensa, come da voi, “Ho perso la fede”, oppure “Voglio uscire dalla Chiesa”, non abbiamo questa cultura, abbiamo una cultura di appartenenza alla comunità, può essere più o meno forte, ma rimane.

Quello che dirà, insomma, è di avere fiducia nella Chiesa?

Questa fiducia, questo rispetto rende onore alla Chiesa. La Chiesa che è fondata su Cristo che risorge a Pasqua, la Chiesa testimone della Carità di Cristo, di una tradizione che resta malgrado le guerre e tutte le difficoltà della storia.

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