PENSIONI INVALIDITÀ/ Il problema irrisolto con la retromarcia Inps sui “lavoretti”

- Alessandra Servidori

L’importo delle pensioni di invalidità resta basso e rischia di essere eroso dall’inflazione, nonostante la retromarcia dell’Inps sulla cumulabilità con redditi bassi

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Lapresse

Persino un lavoretto, part-time e al di sotto dei 400 euro mensili, non dava più diritto all’assegno di invalidità. A metà ottobre, l’Inps aveva pubblicato un Messaggio (il n. 3495 del 14 ottobre 2021) nel quale ribadiva che il requisito dell’inattività lavorativa per poter ottenere l’assegno mensile di invalidità civile sarebbe stato indispensabile per percepire il sussidio, che non supera mediamente la cifra di 287 euro al mese. Inoltre, ricorda sempre Inps, è impossibile percepirlo non solo se si è disoccupati, ma anche se si svolgono lavori dal reddito modesto. Inps così recitava nel senso che il mancato svolgimento dell’attività lavorativa integrava non già una mera condizione di erogabilità della prestazione, ma, al pari del requisito sanitario, un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale, la mancanza del quale è deducibile o rilevabile d’ufficio in qualsiasi stato e grado del giudizio. 

La giurisprudenza di legittimità, quindi, riteneva che lo svolgimento dell’attività lavorativa, a prescindere dalla misura del reddito ricavato, precludesse il diritto al beneficio di cui all’art. 13 della L. n. 118/1971. Nonostante la situazione di estrema povertà per i disabili, la Suprema Corte, più volte, si è pronunciata nel senso di far perdere l’aiuto economico a chi fa qualsiasi tipo di attività. Pertanto, sulla scia dei recenti pronunciamenti giurisprudenziali l’Inps si è uniformata alle decisioni della Cassazione, confermando l’orientamento in un documento di prassi. In pratica, sono stati esclusi di fatto dalla prestazione tutti coloro che, con una percentuale di invalidità dal 74% al 99%, svolgono qualsiasi attività lavorativa. 

Dunquedal 14 ottobre 2021, l’assegno mensile di assistenza era liquidato, fermi restando tutti i requisiti previsti dalla legge, solo nel caso in cui risulti l’inattività lavorativa del soggetto beneficiario. In buona sostanza non si tiene assolutamente conto che lo svolgimento di un’attività lavorativa, seppur minima, per una persona invalida rappresenta un modo per socializzare più che una modalità di sostentamento e che in molti avrebbero scelto la via dell’isolamento a discapito di quella dell’inclusione, onde evitare di perdere quel minimo di aiuto quale è l’assegno mensile di invalidità. 

Ora dietrofront sulla compatibilità assegno/reddito: con un emendamento approvato nel recente “Decreto Fisco e lavoro”, il Governo cerca di rimediare rimettendo le cose così come son sempre state, cancellando di fatto la Circolare interna dell’Inps ponendo rimedio a una situazione di ingiustizia e Inps si deve adeguare. Quindi, grazie a questo emendamento, i disabili adesso hanno diritto all’assegno anche se svolgono un’attività lavorativa che genera un reddito basso, fino a poco meno di 5.000 euro all’anno. Smentita l’interpretazione restrittiva dell’Inps, si ripristina la corretta interpretazione della normativa vigente. Ma sempre per le persone invalide rimane la questione della pensione percepita bassissima , e le promesse non mantenute da Salvini di portarle a 780 euro mensili e da Stefani di aumentarle comunque in conferenza stampa del 20 dicembre scorso: la verità invece è che la pensione per gli invalidi nel 2022 sarà di 291 euro invece che 287. In barba alla nostra Costituzione che prevede la tutela della disabilità in diverse disposizioni, in maniera più o meno specifica, negli artt. 2, 3 , 32. 

Ma lo Stato, il Governo come intendono correggere l’esistenza nella nostra società di dolorose discriminazioni e di insopportabili diseguaglianze quando i costi per vivere a causa dei rincari diventano onerosi per le famiglie e insormontabili per le persone disabili?

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