PIANO BIDEN/ La strategia di ricostruzione degli Usa passa dalle infrastrutture umane

- Fabio Sdogati

Per il Presidente Usa “Ri-costruire meglio” gli Stati Uniti passa anche dalle infrastrutture umane e non solo da quelle materiali

Biden, Usa
Joe Biden, Presidente Usa (LaPresse, 2021)

Per apprezzare appieno l’importanza della direzione in cui la presidenza Biden sta portando la società e l’economia statunitensi con i suoi progetti di spesa pubblica di dimensioni mai viste, è utile e necessario riassumere almeno brevemente il “dibattito” sull’opportunità o meno che i governi spendano in disavanzo, cioè prendendo a prestito, per stimolare l’economia. Un’economia che, sarà bene io avverta il lettore, ritengo essere in uno stato di stagnazione secolare, cioè in una condizione di crescita bassa o bassissima, non in recessione permanente ma incapace di tornare a quei tassi di crescita che la caratterizzavano prima della Grande crisi finanziaria e la conseguente Grande recessione (diciamo 2007-2013 per l’Italia).

Per anni e anni, prima di diventare Presidente degli Stati uniti, Joe Biden veniva ritenuto un Democratico moderato assai, più affidabile secondo i criteri del business e di Wall Street in particolare, di Hillary Clinton, Elizabeth Warren e, ovviamente, Bernie Sanders, considerato l’ala socialdemocratica del partito. Ma, arrivato alla presidenza, Biden fa e dice delle cose inaspettate: chiama Bernie Sanders alla presidenza della Commissione bilancio del Senato e Janet Yellen al ministero del Tesoro; e lancia lo slogan “Ri-costruire meglio”, che al passar delle settimane verrà articolato in un programma di decreti legge e proposte legislative il cui indirizzo e il cui respiro lasciano a bocca aperta gran parte del mondo. 

L’idea di fondo è che gli Stati uniti abbiano bisogno di essere “ri-costruiti meglio”, come a che abbiano attraversato una fase in cui di ciò che si veniva deteriorando non ci si fosse occupati. Un’immagine, questa, facile da capire quando si pensi allo stato delle infrastrutture materiali, ad esempio quelle viarie che, nel dibattito Usa, vengono definite crambling, in frantumi, in ogni articolo e in ogni discorso. Ma si tratta di un’immagine meno immediata quando vengano ricomprese tra le “infrastrutture” l’istruzione, le conoscenze, le capacità intellettuali e produttive della popolazione. 

Che queste “cose” vengano classificate “infrastruttura” non deve, in fondo, sorprendere, poiché esse sono elementi essenziali alla crescita della produttività e della qualità della vita: vale a dire, la loro natura di investimenti è ovvia, dato che i benefici che generano si estendono al lungo e al lunghissimo periodo. Del resto, riprendendo il dizionario Treccani, l’infrastruttura è “tutto quell’insieme di opere pubbliche, cui si dà anche il nome di capitale fisso sociale (per es., strade, acquedotti, fognature, opere igieniche e sanitarie), che costituiscono la base dello sviluppo economico-sociale di un paese e, per analogia, anche quelle attività che si traducono in formazione di capitale personale (per es., l’istruzione pubblica, soprattutto professionale, o la ricerca scientifica intesa come supporto per le innovazioni tecnologiche)”.

Ecco, ciò che Biden realizza è anzitutto la transizione dal concetto di infrastruttura materiale al concetto di infrastruttura sociale: così come necessita di interventi di ricostruzione su una scala mai vista prima dalla fine della Seconda guerra mondiale l’infrastruttura materiale che si sta sgretolando, così occorre intervenire per la ricostruzione di quegli elementi infrastrutturali che chiamerei “umani”, dall’istruzione pre-scolare al potenziamento dei community colleges, alla transizione a un regime salariale rispettoso della dignità dei lavoratori e alla visione di un mercato del lavoro in cui “siano le imprese a competere tra loro per acquisire i lavoratori, e non i lavoratori a competere tra loro per assicurarsi un posto di lavoro”.

Il progetto Ricostruire meglio non può dunque che prendere le mosse, nei primissimi mesi dopo l’insediamento, da un programma di spesa pubblica mirato a salvaguardare nei limiti del possibile la qualità delle condizioni di vita di chi è stato più colpito dagli effetti recessivi della pandemia, dalla caduta dell’occupazione del reddito da lavoro: un Relief Program, un programma di aiuti, i più noti dei quali sono i famosi assegni da millequattrocento dollari per persona per decine di milioni di residenti, che Biden firma nonostante gli strepiti dei repubblicani che dichiarano che quei soldi dovrebbero essere invece spesi in infrastrutture fisiche. 

Proprio in questi giorni, all’inizio di agosto, il progetto Building Back Better è passato alla seconda fase di realizzazione: il Senato ha approvato una prima tranche di spesa da destinare a infrastrutture fisiche per circa mille miliardi di dollari, e stavolta con il supporto dei repubblicani moderati! Certo, infrastrutture fisiche, ma questo occorreva che Biden accettasse per garantire il rientro di un terzo dei senatori repubblicani nel gioco democratico, quello che agli statunitensi piace chiamare bipartisanship. 

Il problema, ora, è il passaggio alla terza fase del progetto: lo stanziamento di migliaia e migliaia di miliardi di dollari da destinare alle infrastrutture umane, come le ha definite il Financial Times. Questo passaggio sarà problematico perché i repubblicani non intendono collaborare al rilancio delle “infrastrutture umane”, e il progetto dovrà marciare grazie alle sole forze dei democratici: un progetto assurdamente partisan, quando si tratta della spesa per un insieme di innovazioni che trasformeranno gli Stati Uniti, ancora una volta, in senso potenzialmente molto positivo per il lavoro e la qualità della vita di tutti i residenti.

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