Pier Paolo Pasolini/ Ancora irrisolto il giallo sulla sua morte

- Morgan K. Barraco

Pier Paolo Pasolini, ancora oggi c’è un giallo sulla morte dell’uomo brutalmente ucciso oltre 40 anni fa. Se ne tornerà a parlare oggi con una vecchia trasmissione di Enzo Biagi.

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Pier Paolo Pasolini (LaPresse)

La morte di Pier Paolo Pasolini ha sconvolto una nazione intera e ancora oggi non si può che parlare del giallo che circonda la sua scomparsa. Il regista però continua a vivere nei documenti video raccolti in tanti anni, come in Terza B facciamo l’appello del ’71, in cui Enzo Biagi ha avuto modo di intervistarlo. “La figura che accompagna le mie opere è quella che Fortini potrebbe chiamare ossimoro, cioè il definire le cose per opposizione […]. Siccome la figura centrale delle mie opere è questo contrasto insanabile, può darsi che questo dia alle mie opere l’impossibilità di essere consumate in modo normale“. Pasolini è ritornato poi indietro nel tempo, a quegli anni da ragazzo in cui si è accorto di non avere speranze per il futuro. Una visione mantenuta anche in età adulta, così come la decisione di tenersi a distanza dai partiti. “La civiltà dei consumi è la vera rivoluzione della borghesia e non vedo altre alternative”, ha aggiunto poi, “la rivoluzione industriale in un certo senso livella tutto il mondo”. Pasolini di contro non ha mai tenuto in alta considerazione il successo, visto invece come “L’altra faccia della persecuzione. Il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare in un primo momento […] poi si capisce che è una cosa brutta“. La contestazione invece non l’ha mai presa in considerazione, soprattutto per la sua abitudine di non leggere mai tutto ciò che si scriveva su di lui in quegli anni. “Evito di ascoltare i discorsi fatui”, ha detto, “ogni tanto mi arrivano delle cose, ma insomma non me ne occupo molto“. Da ragazzo tra l’altro credeva nella rivoluzione, poi ha cambiato idea nel corso degli anni fino a definirsi privo di speranze, per via del mondo apocalittico che vedeva sempre di fronte a sè.

Pier Paolo Pasolini, l’intervista che fu censurata

La polemica che ha colpito Pier Paolo Pasolini nella prima metà degli anni Settanta ha provocato la chiusura del programma Terza B facciamo l’appello, condotto da Enzo Biagi.In quel periodo si parlava molto di lui”, ha scritto il giornalista, “era appena uscito il suo ultimo film Decameron, che era stato premiato al Festival di Berlino con l’Orso d’Argento e, come al solito in occasione dell’uscita dei suoi lavori, aveva suscitato molte polemiche. L’intervista fu censurata. Fu mandata in onda solo dopo la sua morte, nel 1975. La trasmissione fu bloccata perché lo scrittore era stato denunciato per ‘istigazione alla disobbedienza’ e ‘propaganda antinazionale’, denunce che si era procurato quando aveva diretto Lotta Continua”. Pasolini non si è mai tirato indietro e ha sempre cercato di rispondere con estrema sincerità a qualsiasi domanda. Ha confessato persino di non essere mai andato così tanto molto bene a scuola, perchè discontinuo. Salvo poi specificare che la sua media era quella dell’8. “In Greco a volte portavo a casa l’8, a volte un misero sei”, ha dichiarato, “quello che amavo soprattutto era il Latino. Mi piaceva più tradurre oralmente che per iscritto. Leggevamo le Egloghe a voce alta e traducevamo improvvisando. Mi piaceva molto”.

Oggi, domenica 14 giugno 2020, Rai3 per Enzo Biagi manderà di nuovo in onda quella particolare intervista. Un incontro molto difficile agli occhi del giornalista, che in quei momenti aveva come la percezione di non aver ottenuto la fiducia del regista. Biagi però è riuscito in qualche modo a farsi strada nella mente di Pasolini, tanto da spingerlo a parlare della famiglia. “I primi tre anni mio padre, che poi ho completamente dimenticato. Dopo mia madre”, ha detto il regista riguardo a chi dei due genitori avesse influenzato di più la sua vita. Pasolini aveva anche un fratello: “Litigavamo molto come succede tra fratelli, ma fondamentalmente ci volevamo molto bene e andavamo molto d’accordo”. Al contrario del fratello però non si è mai considerato un partigiano armato, ma ideologico. “Ero sempre in contatto con mio fratello e scrivevo articoli per i giornali dei partigiani”, ha riferito, aggiungendo poi che l’ideologia della madre ha contributo a formare il suo carattere. Soprattutto per via delle illusioni, del dover essere bravi, generosi, del sapere, del credere. Anche se la sua famiglia non era del tutto religiosa: “Mio padre che era un nazionalista, se non proprio fascista quasi, aveva una religione di tipo formale, in chiesa la domenica alla messa grande, a quella dove vanno i borghesi, i ricchi. Mia madre, invece, aveva una religione rurale, contadina, presa da sua nonna, una religione molto poetica, ma per niente convenzionale, per niente confessionale”.



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