PIL E LAVORO/ Cosa aspettarsi nel 2020 (al di là dei numeri)

- Fiorenzo Colombo

Siamo immersi nella stagione dell’incertezza e dunque è difficile anche capire cosa ci aspetterà nel nuovo anno in tema di lavoro

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Lapresse

Nel nostro Paese c’è una buona propensione all’esercizio della statistica, intesa come disciplina matematica ed economica, ma spesso ridotta e parzializzata a sostegno delle proprie tesi nonché delle opinioni nel dibattito giornalistico e politico. È pur vero che in questi tempi ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori: dall’abbattimento definitivo della povertà all’abbiamo rimesso i soldi in tasca agli italiani (che vengono sempre prima…), dai pericoli che corre la nostra democrazia alla speranze che suscitano i nuovi movimenti (dalle sardine ai fridays for future). Siamo stati catapultati in una stagione di slogan e di semplificazioni, tentazione sempre presente di fronte alla complessità delle cose e alle difficoltà di diversa natura che ogni problema genera, con l’accelerazione imposta dai meccanismi globali e istantanei che la tecnologia mette a disposizione di (quasi) tutte le persone al mondo.

Impensabile che le economie, le imprese e il lavoro possano vivere stagioni diverse, più lente, più accettabili, dandoci il tempo per “digerire e assimilare”, non facendo i conti con i numeri, con il valore dei fattori produttivi, con le tendenze dei mercati (che sono decuplicati), le quote/dazi dei mercati stessi, i costi, il reddito che se ne ricava, la sua distribuzione, gli effetti dei fisco, delle diverse forme di welfare, a partire da sanità, istruzione e previdenza.

Siamo immersi nella stagione dell’incertezza, ma questo è solo uno dei fattori insiti nella realtà: se riflettiamo e facciamo un po’ di memoria, sia la crescita che la decrescita hanno sempre caratterizzato gli andamenti economici e produttivi, certo con velocità diverse. Il problema è quindi quello di adeguare (e adeguarci) a questi nuovi dati della realtà, a partire proprio dal nostro modo di vedere e analizzare le cose, di valutarle e di reagire.

Cosa ci aspetta allora nel 2020, in particolare sui temi del lavoro? Ci aspetta quello che ereditiamo dal 2019 e dagli anni precedenti: proviamo allora a descrivere, seppur sommariamente, alcuni fatti e circostanze che sono presenti, anche se non possiamo disconoscere alcuni fenomeni che sono in atto tendenzialmente in crescita (anche se debole e lenta), in particolare nell’export e in alcuni cosiddetti consolidamenti.

Partiamo dalle emergenze dei tavoli di crisi, che coinvolgono alcune decine di migliaia di lavoratori e quelli più famosi si chiamano Alitalia, Arcelor Mittal, Mercatone Uno, Termini Imerese, ma ne dobbiamo aggiungere altri 160 circa; poi ci sono i “tavolini”, quelli delle piccole e medie imprese che non fanno notizia, che al massimo vengono convocati una volta dall’assessore regionale o dal sindaco, ma sono anch’essi numerosi. Questi numeri devono essere moltiplicati per 3, tra indotto e riflessi sulle economie locali.

Poi vi sono situazioni e fenomeni dai segni alterni, che comportano riduzioni dell’occupazione a breve ma con maggiore solidità nel tempo e questo non si potrà che valutare nel futuro che verrà. Non si può essere deterministici, in quanto in alcune aree il lavoro si è sviluppato e qualificato, ha cambiato i suoi connotati e contribuisce in modo significativo all’export, accanto ad altre situazioni di incertezza produttiva (valga per tutti la situazione del gruppo dell’occhialeria Safilo).

La filiera del legno e arredo (intesa in senso lato) rappresenta una buona pratica, tante aree dell’agroalimentare, la farmaceutica e alcuni settori della chimica secondaria, alcune eccellenze artigianali, il made in Italy della moda e del mondo degli accessori, le aziende che stanno sviluppando prodotti con i nuovi materiali (green e di riciclo) rappresentano comparti che, sommati, assumono dimensioni rilevanti in termini di ricchezza prodotta e distribuita, sia a valle (i clienti) che a monte (fornitori), oltre che per numero di addetti.

Se occorre segnalare che in qualche caso si viene in Italia per fare shopping (anche per le note carenze e per taluni difetti strutturali che si trascinano nel tempo), tuttavia alcune grandi imprese italiane vincono gare internazionali, dai sistemi di trasporto ferroviario alle grandi opere per le infrastrutture, dall’ingegneria e costruzione di grandi impianti alla cantieristica.

Vedremo solo nel tempo gli effetti della fusione Fca-Psa con impianti che potrebbero andare a un maggiore regime produttivo in rapporto alla capacità installata o se, al contrario, potrebbero avviarsi a un ridimensionamento o dismissione. Gli scenari saranno determinati dai mercati (vendere auto) e dalla capacità di innovazione e trasformazione dei prodotti (auto meno inquinanti). Buon segno comunque è rappresentato dal fatto che nell’intesa tra i due gruppi vi sia la volontà di inserire due rappresentanti dei lavoratori nel Cda e questo significa una svolta storica per le relazioni industriali, premiando quei sindacati che hanno sempre rivendicato queste strade (la Cisl in primis sin dalla sua nascita 70 anni fa). Se sarà così potrebbe diventare un itinerario percorribile anche in altre imprese e settori, laddove le condizioni potrebbero essere favorevoli nei rapporti di lavoro.

Alcune medio-grandi aziende multiservizio stanno consolidandosi nei territori, apportando tecnologia e investimenti sulle reti, anche se abbiamo il “buco nero” delle risorse idriche, dove si vive di stenti e in molti casi ancora con la cosiddetta “acqua del sindaco”. E qui la partita si fa pesante per i costi della vicenda energetica, tenuto conto di alcuni settori industriali molto energivori (dai metalli al vetro, dalla ceramica alle plastiche). La plastic e la sugar tax sono disincentivi, non incentivi al rinnovamento di prodotti e processi, anche per le problematiche collegate alle materie da riciclare. E qui non si possono narrare favole alla televisione e in rete: provate a intervistare lavoratori e imprenditori di queste imprese, vi racconteranno i grandi sforzi in atto per adeguare i cicli produttivi, ma anche i sistemi di raccolta, con le contraddizioni presenti e da imputare a enti locali spesso distratti (non tutte le regioni e i comuni sono virtuosi nelle loro decisioni e nelle applicazioni conseguenti).

E poi vi è la grande questione della Pubblica amministrazione e dei suoi grandi numeri, con comparti che stanno riducendo i servizi e i lavoratori, accanto ad altri stabili e, in parte, immuni alle tecnologie: intere amministrazioni vivono ancora con carte, bollettini e moduli A, B, C bis, tris, da riempire, spedire, firmare, pagare in contanti, tenere nel cassetto per almeno 10 anni (sui debiti con l’Istituto di Previdenza non c’è la prescrizione, a differenza dei crediti…), con code di ore accanto ad appuntamenti per semestre (i passaporti..) o per visite mediche per il 2021 (quelle Ssn, in privato altri discorsi). Non vogliamo incolpare nessuno, ma il perdurare di disfunzioni organizzative ascrivibili ai diversi poteri che esercitano le varie prerogative, dovrebbero essere oggetto di “sanzioni” (di mercato, elettorali, contrattuali, giuridiche), oltre che di premialità laddove sussistono le eccellenze (e ve ne sono altrettante, a partire dagli insegnanti nelle scuole, oltre che in altre aree, con il parametro dei risultati che sono evidenti e si vedono).

L’elenco dei comparti e del lavoro potrebbe continuare, ma ci siamo già dilungati, tenuto conto della pazienza dei nostri lettori e del tempo a loro disposizione. Ho iniziato con il richiamo alla statistica e in questo scritto non abbiamo appositamente fatto numeri e percentuali: è un invito a vedere i numeri e le percentuali dentro la realtà, nella varie nicchie e sfaccettature, nei diversi settori della produzione, nei vari territori, distinguendo tra aree protette e quelle esposte ai rischi del produrre, ma soprattutto vendere e incassare in tempi ragionevoli, tra chi si gioca i talenti e chi li seppellisce, tra chi vive di rendite e che si riguadagna quanto ereditato, tra chi retribuisce con equi compensi, versando tasse e contributi e chi paga poco o niente, apre le imprese a gennaio per chiuderle a dicembre dello stesso anno, applicando il metodo mordi e fuggi (e chi s’è visto s’è visto).

Esiste l’Istat, Federlegno, Fondazione Edison, Ucimu, esistono tanti osservatori locali, settoriali, sindacali, nazionali: andiamo a vedere la realtà senza narrazioni di comodo e omologazioni per le fake da sparare. Ci accorgeremmo di grandi cambiamenti e trasformazioni, accanto a cose apparentemente inspiegabili, che devono essere indagate con lenti più forti e strumenti più affinati. Alcuni casi sembrano impossibili, eppur sussistono e permangono e danno frutto, evitiamo la fila dei nomi anche per ragioni di concorrenzialità, ma se ci pensiamo un attimo potremmo iniziare a contarli, sono tanti. Noi ci permettiamo di fare un solo nome, perché a lui dobbiamo molto per tanto e in tanti, oltre che una esemplificazione che dice molto in sé: il compianto Giorgio Squinzi e la sua Mapei, una piccola multinazionale in testa alle classifiche nei diversi prodotti per l’edilizia, provenienti dagli oltre 80 stabilimenti di 5 continenti. Provate ad andare avanti voi nell’elenco… Buon 2020 a tutti.

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