PIL E POLITICA/ I veri costi (da abbattere) che frenano le nostre imprese

- int. Vittorio Coda

Con il Governo Conte-2 non c’è stata discontinuità nell’atteggiamento verso le imprese. Occorre premiare quelle che investono in digitalizzazione

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(LaPresse)

Mentre si cercano di ricucire gli strappi all’interno della maggioranza, anche attraverso i tavoli di lavoro su scuola, salute, sicurezza e immigrazione di ieri a palazzo Chigi, sull’economia continua a incombere l’incognita del coronavirus: secondo il Fondo monetario internazionale, ci potrebbe essere un impatto dello 0,1-0,2% sulla crescita globale. Per un Paese come l’Italia, ancora fanalino di coda nelle previsioni sul Pil, non si tratta certo di qualcosa di marginale. Ne abbiamo parlato con Vittorio Coda, Professore emerito nell’Università Bocconi, dove ha insegnato Strategia e Politica Aziendale.

Professore, le previsioni sul Pil 2020 vedono l’Italia maglia nera in Europa, unico Paese sotto il +1%. Secondo lei quali sono le cause di questa situazione?

Non è semplice individuare le cause. Mi limito a osservare che se non si fosse interrotto il processo di ripresa economica avviato sotto i Governi Renzi e Gentiloni, la situazione sarebbe decisamente migliore. Negli anni tra 2015 e il 2017 eravamo infatti avviati su un percorso di crescita,  comparabile a quello della Germania, migliore di quello della Francia, dopo un periodo di recessione. Purtroppo con il Governo Conte-1 è stato buttato via tutto quello che di buono si era fatto. Il risultato è che si sono bloccati gli investimenti pubblici e privati, si è creato un disorientamento nel mondo delle imprese.

Non è cambiato nulla con l’insediamento del Governo Conte-2?

Non c’è stata una discontinuità nell’atteggiamento verso le imprese, ma solo nei confronti dell’Ue, cosa che spiega l’abbassamento dello spread che si è verificato dopo il cambio di esecutivo. Questo è il motivo per cui siamo nella situazione in cui siamo.

Basta fare un passo indietro e tornare alle politiche dei Governi Renzi e Gentiloni o serve qualcosa in più per spingere la crescita?

Bisognerebbe recuperare quello che di buono è stato fatto sotto i Governi precedenti e impegnarsi a fondo con politiche che favoriscano gli investimenti e l’occupazione. La stella polare da seguire dovrebbe essere portare avanti questo tipo di politiche.

Andrebbe quindi recuperato pienamente il pacchetto Industria 4.0?

Assolutamente sì. Sono tante le cose che si devono fare per favorire gli investimenti e l’occupazione. Il mondo delle imprese è molto variegato. Ce ne sono alcune validissime che si confrontano con dei giganti all’estero. Si tratta delle cosiddette multinazionali tascabili. Queste vanno sostenute, circondate da stima e gratitudine perché stanno facendo un lavoro formidabile. Ma è importante aumentare il numero delle imprese che si confrontano a livello internazionale. In questo senso c’è molto da fare nel mondo delle pmi che “vivacchiano” per cercare di portarle a essere competitive sul piano internazionale.

Come si può raggiungere questo obiettivo?

È fondamentale che digitalizzino tutti i processi produttivi. Questa è una condizione minimale per poter essere competitivi a livello internazionale. Vanno quindi premiate le imprese che investono nella digitalizzazione, nello sviluppo delle competenze, nelle persone.

Lei conosce bene il mondo delle imprese. Che cosa chiedono e cosa le sta facendo soffrire in particolare in questo momento?

Fondamentalmente quello che fa soffrire il mondo produttivo ha a che fare con delle condizioni strutturali di svantaggio rispetto ai competitors. In particolare per quel che riguarda costo del lavoro, costo dell’energia e costo del denaro. Questi sono i tre “cunei” che andrebbero ridotti, non solo quello fiscale. È vero che lo spread si è abbassato, ma 150 punti base sono ancora tanti e fanno sì che le nostre imprese debbano pagare per i finanziamenti più dei loro concorrenti europei. In più le nostre aziende soffrono per i tanti e complicati adempimenti burocratici o per i contenziosi fiscali in cui spesso si ritrovano coinvolte pur essendo in regola con il pagamento delle tasse.

Come si possono trovare le risorse per interventi che aiutino a migliorare la situazione per le imprese?

Io insistito sulla digitalizzazione perché è fondamentale anche per la lotta all’evasione fiscale. Le risorse devono venire da lì e le tecnologie oggi ci possono aiutare: pensiamo soltanto ai risultati ottenuti con l’introduzione della fatturazione elettronica. Bisogna andare avanti su questa strada, riducendo l’uso del contante e digitalizzando le transazioni economiche. Questo permette di stroncare l’evasione.

Il coronavirus pone ulteriori incognite sulla crescita. Si parla, tra le contromisure allo studio del Governo, di un taglio dell’Ires per le imprese che riporteranno la produzione in Italia. Cosa ne pensa?

Certamente il coronavirus pone delle incognite. Le autorità cinesi hanno dispiegato una forza impressionante per cercare di limitare il contagio e la diffusione dell’epidemia. Credo che nessun Paese al mondo sarebbe stato capace di fare altrettanto. I pericoli semmai vengono dall’Africa, dove sono presenti i cinesi, ma mancano i mezzi per fronteggiare l’emergenza del coronavirus. Per quanto riguarda il taglio dell’Ires, ben venga una riduzione del carico fiscale, ma per tutte le imprese, non solo per quelle che riportano la produzione in Italia. Anzi, così si rischia di penalizzare chi non l’ha mai portata al di fuori dei confini. Dobbiamo rendere attrattivo il nostro Paese per gli investimenti, quindi occorre ridurre la pressione fiscale per le imprese che investono in tecnologie e in innovazione.

C’è stata quindi troppa timidezza nelle misure varate a favore delle imprese negli ultimi anni..

Certamente ci vuole una dose di coraggio in più. Penso tutto il bene possibile delle misure che vanno nella direzione di promuovere competitività e occupazione. Quindi è bene che si vada avanti sulla digitalizzazione del Paese e delle pmi, sulle misure di contrasto all’evasione fiscale e all’economia illegale. E penso tutto il male possibile delle misure che invece penalizzano le imprese.

Può farci un esempio?

La plastic tax, che non tiene conto delle nostre aziende che utilizzano la plastica come materia prima per prodotti che finiscono poi per la gran parte all’estero. Credo che occorra andare verso la green economy e la sostenibilità, ma non con misure che mettono in difficoltà le nostre aziende. Non possiamo ignorare quali sono i competitors con cui si confrontano sui mercati mondiali e non possiamo sprovvedutamente adottare misure astrattamente giuste che poi hanno conseguenze negative sulla loro competitività: ci vuole gradualità e occorre considerare quanto fanno gli altri Paesi.

(Lorenzo Torrisi)

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