PIL & RIPRESA/ Le riforme per non tornare indietro di 22 anni

- int. Mario Baldassarri

Per una vera crescita l’Italia deve approntare tre riforme fondamentali. L’Europa, invece, deve rimediare a due errori economici macroscopici

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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea (LaPresse)

Il Governo continua la messa a punto della Nota di aggiornamento al Def, che dovrebbe contenere una stima sulla crescita del Pil per quest’anno pari al 6%, in linea con il +5,9% previsto pochi giorni fa dall’Ocse e con il +6,1% indicato da Mario Baldassarri, ex viceministro all’Economia e Presidente di EconomiaReale, che però evidenzia un aspetto non irrilevante: «Anche dopo questo importante rimbalzo, nel 2022, anno in cui secondo le mie previsioni la crescita sarà del 4,8%, il Pil pro-capite italiano in termini reali sarà uguale a quello del 2000, ma con una differenza profonda».

Quale?

Mentre nel 2000 il Pil pro-capite italiano era superiore del 3% alla media dell’Eurozona e del 20% alla media Ue, nel 2022 sarà inferiore del 9% alla media Ue e del 17% alla media dell’Eurozona. La ragione di ciò è che in questi anni l’Italia è rimasta ferma mentre gli altri Paesi sono cresciuti.

Dunque non basterà nemmeno il Pnrr a farci recuperare il terreno perso?

Il solo Pnrr porta a una crescita media negli anni successivi al 2022 intorno all’1-1,5%, insufficiente a garantire tale recupero. Se invece si riescono a implementare subito le grandi riforme strutturali (fisco, Pubblica amministrazione e giustizia), che agiscono sulla produttività totale dei fattori, e si approva la legge sulla concorrenza, allora la crescita strutturale di prossimi anni può superare il 3%. Questo significa che, se tutto va bene, si potrà tornare ad avere un Pil pro-capite pari alla media Ue nel 2032 e pari alla media dell’Eurozona nel 2035.

Sulle riforme strutturali che lei ha indicato il Governo ha già dato vita ai primi provvedimenti o è in procinto di farlo. Sta andando nella direzione giusta?

Su giustizia e Pubblica amministrazione i primi passi sono nella direzione giusta. Ovviamente occorrerà proseguire sulla strada tracciata. Per quanto riguarda la riforma fiscale, occorrerà attendere che venga definita prima di pronunciarsi. Io ho una mia proposta, tenuto conto che una riforma fiscale che non riduce di almeno 60 miliardi il carico fiscale sulle famiglie e sulle imprese serve a poco.

Dove si possono trovare le risorse per una riforma di tale portata?

Di certo non può essere fatta in deficit. Le coperture vanno trovate aumentando il recupero di evasione fiscale e agendo sulle tax expenditures. La diminuzione del cuneo fiscale e contributivo e dell’Irap alle imprese va finanziata con un taglio ai fondi perduti.

Ha parlato anche della legge sulla concorrenza. È davvero così importante?

Sì, ridurre le rendite di posizione è importante. Ce lo ricorda il dibattito sul rincaro delle bollette di queste settimane: possibile che il costo del trasporto del gas, che dipende dal cartello oligopolistico delle compagnie del settore, costi quasi quanto la materia prima?

Un altro dibattito di queste settimane riguarda il futuro del Patto di stabilità e crescita. Qual è la sua posizione in merito?

Su questo terreno occorre intervenire per eliminare due errori di teoria economica macroscopici. Il primo è l’aver preso finora come riferimento il deficit totale dei Paesi senza distinguere tra spesa corrente e investimenti. Per fare un paragone che può chiarire il problema è come dire a una famiglia che vuol comprare casa che può farlo solo in contanti, senza poter accendere un mutuo. Dunque nei bilanci pubblici bisogna distinguere tra spesa corrente e investimenti con una precisazione: per evitare trucchi contabili è bene che vi sia una “bollinatura” da parte della Bce.

Qual è il secondo errore cui va posto rimedio?

L’aver fatto riferimento all’avanzo primario che è un criterio puramente aritmetico e assolutamente irrilevante dal punto di vista economico.

Perché?

Avanzo primario significa che c’è una differenza positiva tra il totale delle entrate e quello delle uscite, esclusi gli interessi sul debito. Vuol dire quindi che lo Stato ha delle risorse per pagare gli interessi sul debito. Il parametro vero di teoria economica della crescita cui guardare è l’avanzo di parte corrente.

Qual è la differenza con l’avanzo primario?

La differenza è che l’avanzo di parte corrente, tra le uscite, non considera gli investimenti. Questo vuol dire che lo Stato è chiamato a coprire le spese, ma non gli investimenti, con le entrate. È chiaro allora che il deficit è solo per investimenti e crescita. Utilizzo che può essere incentivato con una clausola di premialità: per ogni 1% di avanzo corrente (che è risparmio pubblico) si può concedere un 2% di investimenti utilizzando l’avanzo stesso ed emettendo titoli del debito pubblico.

Perché considera così importante porre rimedio a questi due errori di teoria economica?

Perché significa aver compreso che il Patto di stabilità che deve nascere dopo il Covid deve essere coerente con le radici profonde della teoria economica, non può essere un trucchetto contabile aritmetico per vedere se uno Stato è in grado di ripagare gli interessi sul debito, indipendentemente dal fatto che tale debito sia stato fatto per spesa corrente o investimenti. Se guardiamo agli ultimi 10-15 anni, l’Italia, nel tentativo di rispettare i vincoli europei, ha aumentato la spesa corrente e le tasse e tagliato gli investimenti pubblici, perché l’importante era far quadrare il conto totale. E così ha ridotto le proprie possibilità di crescita.

Si sta anche discutendo se rendere strutturale o meno il Next Generation Eu. Lei cosa ne pensa?

Bisogna chiedersi se l’Ue pensa davvero di andare avanti nel XXI secolo con un bilancio ordinario che è pari all’1% del suo Pil, per di più in pareggio perché finanziato dai singoli Stati membri. Rendere permanente il Next Generation Eu vuol dire far passare il bilancio europeo dall’1% al 2% del Pil e consentire che ci siano entrate proprie dell’Ue, e non solo derivanti dai finanziamenti dei singoli Stati, e l’emissione di debito comune.

C’è da chiedersi se tutti i Paesi membri sono pronti a fare questo passo.

No, qui c’è da chiedersi se questa è la strada necessaria e urgente per l’intera Europa. La mia risposta è sì. Dopodiché nasce il problema di prendere una decisione del genere all’unanimità o a maggioranza. Considerando l’urgenza del tema e il fatto che Germania, Francia, Italia e Spagna da sole valgono l’80% dell’Ue, con tutto il rispetto degli altri Paesi membri non si può impedire la partenza della nuova Europa perché qualcuno di loro non è d’accordo. Questa stessa considerazione va fatta anche con riguardo alla politica estera, alla difesa, alla sicurezza e all’immigrazione. Se dopo i fatti in Afghanistan e il Patto Aukus l’Europa non risponde in questi termini, allora vuol dire che decide di non esserci sullo scacchiere globale del XXI secolo.

(Lorenzo Torrisi)

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