J’ACCUSE/ La Cgil smentisce se stessa (e fa perdere l’Italia)

- Giuliano Cazzola

La Cgil non ha aderito all’accordo sulla produttività sottoscritto da tutte le altre Parti sociali. Una decisione che ha precise conseguenze, come ci spiega GIULIANO CAZZOLA

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Susanna Camusso

Nulla di nuovo sotto il sole. La Cgil, da sola, non ha aderito all’accordo sulla produttività sottoscritto da tutte le altre Parti sociali. Il Governo, però, che aveva invitato le associazioni datoriali e sindacali ad avviare una trattativa su questa delicata materia ha incassato, così, un risultato importante da esibire in Europa. Il tema della produttività, infatti, era uno dei punti della lettera della Bce del 5 agosto 2011, dove veniva individuato, quale strumento decisivo di una svolta nel campo delle relazioni industriali, lo sviluppo, in una logica addirittura prioritaria, della cosiddetta contrattazione di prossimità (ovvero a livello aziendale e territoriale) rispetto a quella di carattere nazionale.

È evidente, però, che il risultato è una “anitra zoppa”: sulla base dell’esperienza passata sappiamo che, quando i sindacati sono divisi, le innovazioni finiscono spesso per rimanere sulla carta. È veramente singolare la linea di condotta della Cgil (che ha approfittato della pausa del negoziato imposta dai dissensi emersi nelle delegazioni imprenditoriali per mettere in discussione quanto aveva in precedenza condiviso). L’accordo del 21 novembre, infatti, non è particolarmente innovativo, ma si limita a confermare, magari con qualche approfondimento, quanto già stabilito in questi ultimi due anni e quanto vive nella quotidianità delle relazioni industriali (è significativo l’accordo di rinnovo del contratto dei chimici sottoscritto senza una sola ora di sciopero e con contenuti molto interessanti).

In sostanza, l’ultimo accordo non afferma niente di particolarmente distante da quanto le Parti sociali avevano definito nel protocollo del 28 giugno 2011 a sanatoria, anche, dei motivi di divisione riscontrati al momento della sottoscrizione dell’accordo quadro del 22 gennaio 2009, che fu caratterizzato, anch’esso, dall’auto-esclusione della Cgil. Infatti, nel 2011, fu trovata una definizione condivisa per quelle clausole derogatorie dei contratti nazionali che erano state la causa della rottura di due anni prima.

Paradossalmente, la Confederazione di Susanna Camusso, nel sottrarsi all’intesa del 21 novembre, è ripiombata sulle medesime posizioni espresse nel 2009 e ha sconfessato, nei fatti, le sue stesse decisioni del 2011 (che erano state respinte dalla sola Fiom). Eppure, questa volta la convenienza c’era. Il Governo ha messo sul tavolo del negoziato più di due miliardi di euro a copertura della detassazione (è prevista un’aliquota del 10%) delle quote di retribuzione destinate all’incremento della produttività per il tramite della contrattazione decentrata, in azienda o nel territorio.

A tal proposito è bene notare che si fa un gran parlare di sviluppo, di crescita come se fosse possibile incamminarsi su questa strada soltanto volendolo fare. Ma come si favorisce la crescita? Con investimenti? Sicuramente. Ma anche con innovazioni di prodotto e di processo. Anche in una fase di crisi dura come l’attuale i mercati non sono il “deserto dei Tartari”. È dunque possibile conquistare nuove posizioni sul mercato globale anche adesso (non a caso le nostre esportazioni presentano un segno positivo) a condizione, però, di essere più competitivi dei nostri concorrenti.

Così, il miglior utilizzo del capitale umano (organizzazione del lavoro, turni, orari, costo del lavoro, politiche retributive) è un aspetto decisivo di una maggiore competitività dei nostri fattori produttivi. Invece, per tanti motivi che non riguardano soltanto l’organizzazione del lavoro e l’apporto dei lavoratori, l’Italia si trova in una posizione di retroguardia rispetto ai paesi con i quali è in competizione, non solo sullo scenario mondiale, ma anche su quello europeo.

Se si considerano le variazioni percentuali medie degli anni Duemila viene fatto di notare un incremento di produttività del 5,2% negli Usa, del 3% nel Regno Unito, dell’1,8% in Germania, del 2,5% in Francia e solo dello 0,4% in Italia (un dato inferiore persino all’1,5% della Spagna). Diversamente, nello stesso periodo le variazioni percentuali medie dei salari reali dell’industria hanno dato i seguenti riscontri: Usa +1,3%, Regno Unito +1,6%, Germania +0,5%, Francia +1,3%, Italia +0,9%. In sostanza, in Germania i salari reali sono cresciuti meno della produttività; da noi più del doppio. Lo stesso discorso vale per il costo del lavoro che in Italia è aumentato un punto in più che in Germania (3,1% rispetto a 2,1%). Ma quello che è più significativo è il costo del lavoro per unità di prodotto (il Clup) nel settore manifatturiero (di cui è importante l’export in ragione della competitività), la cui variazione percentuale media annua negli anni Duemila è stata dello 0,2% in Germania, dello 0,6% in Francia e del 2,7% in Italia. Se poi consideriamo il Clup riferito all’intera economia otteniamo uno 0,4% della Germania contro un 2,6% del nostro Paese. Al dunque, un differenziale di 2,2 punti che diventano 2,5 nel settore manifatturiero.

L’Italia ha perso, quindi, trenta punti di produttività rispetto alla Germania, che all’inizio del decennio era il “grande malato d’Europa” e che ha saputo farcela attraverso le riforme del welfare e del mercato del lavoro e un modello di relazioni industriali che non si è sottratto ai sacrifici necessari. E che non sa che cosa siano i Landini di turno.

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