PENSIONI/ Esodati a rischio: di chi è la colpa?

- Giuliano Cazzola

Da mesi il tema degli esodati resta al centro del dibattito mediatico e politico. GIULIANO CAZZOLA ci spiega dove finiscono gli errori del governo e iniziano quelli dei lavoratori

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Fino a quando svolgerò la funzione di parlamentare farò il possibile per risolvere i problemi dei cosiddetti salvaguardati dagli effetti delle nuove regole contenute nella riforma delle pensioni proposta dal ministro Elsa Fornero. Il problema è noto: alcune categorie di (ex) lavoratori, usciti per diverse ragioni dal mercato del lavoro, rischiano, per effetto del brusco innalzamento dell’età pensionabile, di dover trascorrere un certo numero di anni senza poter accedere alla pensione e avendo esaurito, nel medesimo tempo, gli interventi di sostegno che a quell’appuntamento avrebbero dovuto accompagnarli senza soluzione di continuità.

Si tratta dei lavoratori che, al momento dell’entrata in vigore del decreto Salva Italia, si trovavano in mobilità, in regime di prosecuzione contributiva volontaria oppure inseriti nei fondi di solidarietà (una sorta di prepensionamento istituito dal sistema bancario) o in aspettativa a stipendio ridotto dalla Pubblica amministrazione. Per costoro – inizialmente stimati in numero di 65mila, ma di cui non vi è cenno nel testo finale del provvedimento – fu stabilito che, a fronte di alcune condizioni e decorrenze, continuassero a valere i requisiti previgenti.

Nel decreto milleproroghe vennero estesi, per la prima volta, i medesimi benefici anche ai cosiddetti esodati, ovvero a quei lavoratori che avevano sottoscritto degli accordi di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro in cambio della corresponsione di un incentivo in via di fatto ragguagliato ai mesi che li separavano dalla pensione. Per comprensibili motivi di carattere finanziario, questi nuovi soggetti furono inclusi nel perimetro degli altri salvaguardati senza incrementare le risorse stanziate a copertura. Per mesi, allora, si è discusso di quanti fossero, alla prova dei fatti, i cosiddetti salvaguardati (il termine corretto e comprensivo di ciascuna delle tipologie) e se le risorse – il dubbio era assolutamente comprensibile vista la dinamica degli eventi – fossero sufficienti a coprire tutte le esigenze.

Si aprì allora la guerra dei numeri allo scopo di definire quanti fossero i soggetti a cui applicare le deroghe. Furono messe in circolazione stime di dimensioni assai differenti, fino a quando il ministro Fornero non certificò che, nel 2012 e 2013, gli interessati sarebbero stati 65mila, per i quali la copertura finanziaria era dunque assicurata. La cosa non ha convinto i sindacati, secondo cui sarebbe coinvolto un numero almeno doppio. In verità, hanno un po’ ragione tutti: il ministro considera soltanto i casi che stanno all’interno dei 24 mesi successivi alla entrata in vigore del decreto, mentre i sindacati assumono una platea più ampia, comprensiva anche di coloro per cui dopo il 2013 sorgerà il problema di una qualche tutela, avendo esaurito tanto le protezioni pubbliche (gli ammortizzatori sociali) quanto quelle private (gli incentivi all’esodo, ecc.).

Proprio in questi ultimi giorni è in circolazione la bozza del decreto interministeriale che deve definire i criteri per riconoscere il diritto al mantenimento delle vecchie regole; dalle anticipazioni di stampa si avverte che il governo ha adottato delle regole molto rigorose, soprattutto ai danni di coloro che sono in prosecuzione volontaria (e che in tutti questi mesi hanno protestato meno degli altri). I sindacati, che hanno accusato il ministro di non avere ascoltato le loro richieste, domani incontreranno la Commissione Lavoro della Camera, dove sono incardinate diverse iniziative legislative in materia.

La cosa che merita di essere sottolineata, nel bel mezzo di un mare di polemiche, è la centralità assunta nei media (e di riflesso, anche nel mondo politico e sindacale) dalla vicenda dei cosiddetti esodati. È vero che, all’interno di questa orribile definizione (che evidentemente fa notizia) sono raccolti tutti i casi ritenuti meritevoli di salvaguardia. È indubbio, però, che gli esodati in senso stretto hanno una marcia in più, sono stati capaci di mobilitarsi, di attirare l’attenzione su di sé e di far assumere il loro problema dai vertici dei partiti. È giusto tutto ciò? Capisco che sto correndo il rischio di tirarmi addosso critiche feroci, ma non credo che si possa continuare a ripetere i soliti argomenti senza fare uno sforzo per approfondirli. Queste persone hanno delle preoccupazioni giustificate e serie, ma non è accettabile che rifiutino di assumersi ogni responsabilità – anche minima – per i loro atti.

Un lavoratore in mobilità non ha scelto di esserlo: vi è stato costretto. Lo stesso discorso vale per uno che ha perso il lavoro a seguito della chiusura della sua azienda, potendo usufruire, finché è durata, della sola indennità di disoccupazione. Un esodato, invece, ha ricevuto una proposta di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, corredata da un ammontare economico che gli consentiva di attendere la pensione, spesso per anni, senza dover lavorare, ma percependo comunque lo stipendio. Vi è stato costretto, ha subito pressioni, gli è stato fatto capire che gli avrebbero reso la vita difficile? Certamente. Immaginiamo però che il caso di Poste italiane (un ambiente fortemente sindacalizzato) sia diverso da Ibm o da Telecom. E sia più facile dire di no, a meno che non si consideri, al dunque, un vantaggio quello di diventare un esodato, alle condizioni date nel momento dell’accordo.

A me è capitato, per esempio, di ricevere moltissime mail da parte di ex dipendenti Ibm i quali esponevano tutti, con normalità, una situazione che a me pareva particolare: si erano dimessi prima dell’entrata in vigore del decreto maledetto, ma, decorrendo le dimissioni, dopo un periodo di aspettativa senza assegni, nel corso del 2012, costoro erano rimasti esclusi dalle norme di deroga. Alla fine mi sono fatto spiegare i motivi: si tratta di una condizione necessaria per mantenere una forma di assistenza sanitaria privata che l’azienda riconosce. A nessuno sfugge come preservare tale trattamento sia importante; ma può il legislatore farsi carico di tutto, trovare soluzioni ad personam o provvedere alle esigenze specifiche di piccoli gruppi? È capitato persino di leggere su di un grande quotidiano la lamentela di una signora che se la prendeva con i suoi genitori rei di averla denunciata all’anagrafe con qualche giorno di ritardo rispetto a quello della nascita, costringendola così, sessanta anni dopo, a perdere l’opportunità della deroga.

Il bello è che i conduttori e le conduttrici dei talkshow, che esibiscono esodati indignati, si guardano bene dal rivolgere loro la domanda che presenterebbero a chiunque: mi scusi, ma a quanto è ammontato il suo incentivo? Non tutti potrebbero rispondere come quel dirigente della Telecom, che mi è capitato di incontrare, a cui fu erogata un’extraliquidazione di 400mila euro lordi. Stiamo pure con i piedi per terra. Parliamo di Poste Italiane. La società, completamente a capitale pubblico, ha “esodato” (con dimissioni volontarie) nel triennio 2009-2011, 16,5mila dipendenti, tra quadri e impiegati, erogando loro, mediamente, un incentivo di 39mila euro lordi a copertura di una distanza media di 20 mesi dalla pensione. Se abbiamo fatto bene i conti si tratta di uno stanziamento complessivo di circa 64 milioni. Di questi esodati, 2,7mila (che hanno percepito un incentivo medio di 56mila euro) sono incappati nella rete della legge Fornero. L’incentivo era destinato a coprire 38 mesi in media; senza aggiustamenti normativi ne dovrà coprire 78; quasi il doppio. È evidente che chiunque si trovasse in una condizione siffatta sarebbe non solo preoccupato, ma parecchio adirato. E ne avrebbe tutte le ragioni. Ma con chi se la dovrebbe prendere?

Con il Governo certamente che ha voluto la norma, con il Parlamento che l’ha approvata. Ma a se stesso non ha nulla da rimproverare? Quando gli è stata fatta la proposta, non ha ritenuto un po’ disdicevole restare 40 mesi senza lavorare, incassando più o meno lo stipendio, magari a un’età di poco superiore a 50 anni? Un Paese che sta andando a gambe all’aria non può continuare a permettersi certi lussi. Il sistema pensionistico non può più essere il cavaliere mascherato che, alla fine, aggiusta tutti i torti che uno ha subito durante la vita. C’è anche una responsabilità personale di ciascuno di noi.

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