FORNERO/ Il “Gattopardo” che rema contro il ministro

- Giuliano Cazzola

Per GIULIANO CAZZOLA, il ministro ha compiuto in un tempo breve uno sforzo legislativo senza precedenti, dimostrando che in momenti di emergenza è sufficiente decidere a maggioranza

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Elsa Fornero (Infophoto)

Il Meeting di Rimini ieri si è trasformato nella sede per un bilancio delle politiche del lavoro e del welfare del Governo Monti, dopo il giro di boa che, trascorsa questa torrida estate, condurrà all’ultimo tratto di cammino prima delle elezioni (nel prossimo autunno o a primavera?) e del ritorno (?) della politica. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ha avuto la possibilità di confrontarsi con i suoi principali interlocutori (di impostazione sicuramente riformista), ribadendo quanto aveva avuto modo di affermare in alcune recenti interviste.

Il concetto sostanzialmente è il seguente: il Governo ha fatto la sua parte sul terreno delle riforme, ora tocca alle imprese, prima di tutto, ma anche ai sindacati, dare il proprio contributo alla ripresa e all’occupazione. In risposta è venuto il solito appello a una concertazione fine a se stessa (sembra l’invocazione di una primitiva danza della pioggia!) da parte del leader della Cisl, Raffaele Bonanni, come se le Parti sociali disponessero di risorse inedite e di idee in grado di risolvere anche i problemi più difficili. Ne abbiamo avuto un esempio anche durante il dibattito di agosto, in verità molto cauto con un occhio al grafico dello spread e agli andamenti dei mercati finanziari.

L’unica proposta messa in circolazione da un sindacato è stata quella di dar corso a una nuova Iri, con l’ingresso dei capitali pubblici nelle aziende in difficoltà. Poi si sono resi i soliti omaggi rituali all’imposta patrimoniale, affidando a essa addirittura la possibilità di un’importante redistribuzione del carico fiscale a favore del lavoro dipendente e delle pensioni. Per non parlare dell’Ilva di Taranto, una vicenda drammatica e cruciale, di cui sono stati finora protagonisti il Governo e la magistratura, mentre non è sembrata determinante l’iniziativa del sindacato, sia pure con le dovute differenze tra la linea di condotta delle diverse sigle.

Ma torniamo a Elsa Fornero, che è pur sempre il personaggio più nuovo e interessante tra quelli che ieri erano ospiti del Meeting. A dire la verità – ovviamente è solo una nostra opinione – il ministro, che ha annunciato seppure in termini generici un’iniziativa per il lavoro dei giovani, finisce sempre per esporre una linea convincente, corretta e intessuta di sano riformismo.

Capita però a tanti di interrogarsi se, effettivamente, quei principi e quei programmi corrispondano alle sue azioni di governo. Riconosciamo al ministro di aver compiuto in un tempo assolutamente breve uno sforzo legislativo che ha ben pochi precedenti. Per poter fare dei paragoni attendibili occorre risalire, nei modi e nella concreta operatività, ai provvedimenti adottati dal primo Governo Amato nel 1992. In pochi mesi furono avviate le grandi riforme (delle pensioni, della sanità, del pubblico impiego e della finanza locale) che attendevano da lustri e che erano ritenute socialmente insostenibili, se non in un quadro di solidarietà nazionale, che coinvolgesse sia i partiti che i sindacati. Giuliano Amato dimostrò – in un contesto politico screditato dall’offensiva giudiziaria di Mani pulite – che, in momenti di emergenza, è sufficiente decidere avvalendosi unicamente della maggioranza che appoggia l’esecutivo, senza temere gli scioperi e le manifestazioni di protesta (che a Monti sono stati ampiamente risparmiati).

Ma se a un osservatore straniero dovessimo spiegare quali sono state le idee-forza di Elsa Fornero che cosa aggiungeremmo a quanto lei ha detto ieri a Rimini? In sostanza, dove sta l’innovazione che questo ministro ha portato e lascerà dietro di sé? Per rispondere a queste domande si devono enucleare le sfide con cui Fornero si è misurata. La prima riguarda le pensioni. Al di là del vezzo un po’ ideologico di applicare – ormai a babbo morto – il calcolo contributivo pro rata, Fornero ha preso di petto la prassi tipicamente italiana di mettere il sistema pensionistico (tramite l’accesso al trattamento di anzianità inteso come prosecuzione e sbocco di un percorso all’interno del sistema degli ammortizzatori sociali) al servizio dei processi di riconversione e ristrutturazione produttiva.

Una prassi, abusata, ma in contrasto con l’esigenza di elevare l’età pensionabile effettiva, come richiesto, anzi come imposto, per garantire un minimo di equilibrio ai sistemi pubblici a ripartizione, dalle dinamiche demografiche e dalle loro conseguenze sul mercato del lavoro. Una prassi che, diversamente da quanto si crede, non aiuta i giovani a entrare stabilmente nel mercato del lavoro, perché il peso delle aliquote contributive destinate a sostenere questa situazione finisce per scoraggiare l’assunzione di giovani a tempo indeterminato e a fare ricorso ai rapporti di lavoro cosiddetti flessibili.

C’è questo aspetto alla base del tormentone degli “esodati”, gonfiato oltre misura da una stampa colpevole di fellonia e da una politica opportunista. Il problema è molto semplice: si tratta di decidere se tutto dovrà restare come prima per centinaia di migliaia di persone, trasformando la riforma in un’impalcatura dietro alla quale tutto procede come sempre oppure se deve essere spezzato il legame perverso e oneroso che prima abbiamo denunciato a proposito della gestione del personale anziano.

Nella riforma del lavoro il ministro Fornero ha abbozzato una via alternativa nelle politiche attive, nell’Aspi  e nella istituzione dei fondi di solidarietà. Ma questi nuovi percorsi faranno in tempo a divenire credibili oppure saranno resi vani dal ritorno in forza – a ridosso degli “esodati” – dei precedenti metodi? Se poi passiamo ad affrontare la legge sul lavoro, anche senza prendere in considerazione i primi frettolosi e pessimistici bilanci, va ribadito che rimane un forte squilibrio, forse incolmabile per lungo tempo (dal momento che riforme tanto delicate e impegnative non si possono fare frequentemente), tra la revisione della cosiddetta flessibilità in entrata e l’introduzione di una minore rigidità in uscita.

Ecco perché questa riforma rimane un’occasione perduta. Purtroppo, quando verrà il momento del monitoraggio previsto nella legge, gli effetti sull’occupazione ci saranno già stati. E le valutazioni saranno compiute dalla politica, la quale forse non sarà in grado di dar prove del realismo necessario a cambiare quanto, incautamente, hanno avuto in dote da un Governo tecnico.

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