I NUMERI/ Cazzola: e ora lo spread può aiutare anche il lavoro in Italia

- Giuliano Cazzola

GIULIANO CAZZOLA ci mostra alcuni dati diffusi dalla Banca d’Italia che risultano incoraggianti vista la situazione dell’economia, in cui il mercato del lavoro manda messaggi inquietanti

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La crisi continua a mordere l’economia. Il mercato del lavoro conferma inquietanti messaggi di vistose difficoltà. Più in generale, i parametri del “vivere civile” sono critici. Ma, al solito, rimane l’incapacità (o meglio la non volontà) di cogliere e valorizzare i segnali di miglioramento che pure sono presenti nell’attuale situazione. I media continuano a fornire una rappresentazione del Paese alla stregua di “una notte in cui tutte le vacche sono nere”. Persino il clan di Michele Santoro, per non tradire il cliché anti-Monti, è riuscito a fare un assist clamoroso al Cavaliere in occasione della sua partecipazione a Servizio pubblico. Basti pensare alle discutibili considerazioni svolte da quella imprenditrice che ha parlato dall’area degli spettatori: sembrava che fosse stata imbeccata dagli spin doctors di Berlusconi e che, magari, ne avesse ripetuto a memoria le slides.

A chi scrive, in un recente dibattito televisivo, è capitato di dover far notare a un giornalista – il quale insisteva nel sostenere che durante le festività i supermercati erano vuoti perché la gente ha smesso pure di mangiare – che nelle città stesse si notavano molte assenze, tanto da far pensare che in tanti fossero andati in vacanza. Questa mia affermazione mi ha procurato una bacchettata sulle dita da parte della conduttrice, che mi ha esortato a non ripetere la storia, di berlusconiana memoria, dei ristoranti pieni. Lo abbiamo capito: se per caso, telefonando per prenotare, ci toccasse di non trovare posto nel nostro solito ristorante sarebbe “politicamente corretto” pensare di aver sbagliato numero.

Tutto ciò premesso, spulciando il Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia (Bollettino n. 4 del novembre 2012), ci siamo imbattuti in alcuni dati che a noi sembrano interessanti e che non sono circolati perché non in linea con lo stereotipo di un Paese messo ormai a pane e acqua. Cominciamo dal porre una domanda: è proprio vero che il risanamento finanziario – solitamente presentato come il vizio assurdo di qualche liberista misantropo e crudele – non è utile alla vita quotidiana delle persone in carne e ossa? Per noi non è così.

Cominciamo dai mutui immobiliari, “croce e delizia” di ogni intervista televisiva all’“uomo della strada”. Nell’agosto 2012 il loro ammontare complessivo era pari a 280 miliardi (per due terzi a tasso variabile), pari al 18% del credito bancario nel suo insieme (contro il 40% della Francia, il 35% della Germania e della Spagna, il 33% della media dell’Eurozona). La ricchezza finanziaria delle famiglie è pari a 3.600 miliardi di euro (un multiplo del Pil). La maggior parte delle attività finanziarie è costituita da strumenti a basso rischio (50% riserve assicurative e previdenziali, 20% obbligazioni pubbliche o bancarie, la quota restante in azioni o partecipazioni a fondi comuni). I debiti finanziari delle famiglie, in rapporto al reddito disponibile, sono rimasti praticamente invariati (65%).

La quota di famiglie vulnerabili (quelle per cui gli interessi sui debiti sono superiori al 30% del reddito disponibile) è in misura del 2,2% del totale (con un indice di stabilità nel 2012 rispetto al 2011). Considerando il solo reddito monetario la quota di famiglie vulnerabili è pari al 3,6%, mentre solo lo 0,6% dei nuclei familiari versa in condizioni di sovraesposizione debitoria (quando non riescono più a fare fronte ai loro impegni e presentano un perdurante squilibrio fra debito e patrimonio liquidabile).

Un altro luogo comune riguarda l’atteggiamento favorevole che il governo avrebbe riservato alle banche. Eppure il nostro sistema bancario (dato del giugno 2012) è esposto verso le amministrazioni pubbliche per 351 miliardi (110 miliardi in più rispetto al settembre 2011) a fronte di un’esposizione complessiva del sistema bancario dell’area dell’euro di 425 miliardi. Ciò significa che le famigerate banche in questi ultimi mesi si sono accollate il rischio di buona parte del nostro debito pubblico. Infatti, tra la metà del 2011 e la metà del 2012 la quota di titoli detenuti all’estero è scesa dal 52% al 41% della quota complessiva. Nel secondo semestre – non a caso – la situazione è migliorata.

Ciò è un buon segnale se solo si ricorda che, nel 2013, verranno a scadenza titoli per ben 100 miliardi (di cui 41 miliardi di Bot e Ctz) ora detenuti da investitori non residenti, in misura pari al 41% dei rimborsi complessivi previsti nel 2013. Ecco perché la fiducia di cui gode un Paese (che si misura anche con il livello dello spread, fortunatamente in calo) è importante, anche nell’interesse delle famiglie e delle imprese. 

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