PENSIONI/ Cazzola: altro che riforma, il Parlamento ora punta alle “quote verdi”

- Giuliano Cazzola

Un emendamento alla legge di stabilità prevede che chi ha una pensione sopra i 150mila euro non possa lavorare se non gratis o a sue spese. Il commento di GIULIANO CAZZOLA 

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riforma pensioni (Fotolia)

È scritto con i piedi l’emendamento del Pd al disegno di legge di stabilità a prima firma del capo gruppo Roberto Speranza; ma ne è stato presentato – tanto per farsi sempre riconoscere – un altro del medesimo tenore anche da alcuni deputati di Scelta civica. L’obiettivo è chiaro ed evidente: oltre agli esponenti politici di lungo corso si vogliono “rottamare” anche quelle personalità che, approdate in ragione degli incarichi ricoperti e dell’attività lavorativa svolta a una pensione elevata, continuano a lavorare o a essere comunque occupati percependo di conseguenza un reddito. In sostanza, il provvedimento riguarderebbe solo in apparenza la disciplina del cumulo tra pensione e reddito che per tanti anni ha ossessionato il legislatore fino alla totale abolizione del divieto a opera della legge n.133 del 2008.

E non riguarderebbe, se approvato, neppure  le cosiddette pensioni d’oro per le quali sarà operante un contributo di solidarietà nel corso del prossimo triennio (con un prelievo rispettivamente del 6%, 12% e 18%, per le fasce previste sopra la soglia dei 90mila euro lordi annui) oltre alle misure di carattere strutturale e straordinario sulla rivalutazione automatica. Quel signore che percepisce 91mila euro mensili annui, infatti, non sarebbe interessato dagli effetti del nuovo emendamento, sempre che trascorra le sue giornate nell’ozio e nello svago. La logica è tutta diversa: si vuole impedire a chi percepisce un trattamento pensionistico elevato (oltre 150mila euro lordi l’anno) di svolgere una qualsiasi altra attività, a meno che non la faccia gratuitamente o a sue spese. Infatti, i redditi da lavoro percepiti da chi riceve una pensione di quell’importo verrebbero scontati sull’importo dell’assegno.

Per essere ancora più chiari ricorriamo a un esempio. Se l’emendamento Speranza (insieme a quello di Sc) sarà approvato (ed è molto probabile che ciò avvenga), nonostante la forma parecchio pasticciata (sembra infatti che si voglia salvare, nel caso di pensionamenti con il sistema misto, la parte di trattamento liquidata con il calcolo contributivo), si verificherà la seguente situazione: il pensionato che, per esempio, aggiunge ai 150mila euro dell’assegno dell’Inps 50mila euro lordi l’anno derivanti da un rapporto di consulenza si vedrà defalcare quella somma (o eventualmente un’altra pari a quella percepita) dalla pensione fino a quando non rinuncerà a svolgere quell’attività. In questo modo si va a colpire una fascia molto ampia dell’establishment: ex civil servant reinseriti in Autorithy o in negli organi societari di imprese pubbliche o private, politici di lungo corso che hanno girato nel Parlamento italiano ed europeo per molti anni e che, dopo aver fatto magari anche parte di governi,  vengono utilizzati nella Pubblica amministrazione allargata, ex direttori o grandi firme di giornali che lavorano come editorialisti o conduttori di programmi tv (anche se tale fattispecie deve  già sottostare alle regole del cumulo previste dall’Inpgi).

In sostanza, anche per questi incarichi è suonata l’ora del “largo ai giovani” (come se bastasse essere tali per disporre dell’esperienza necessaria e di una professionalità idonea a  sostituire certe figure di anziani). Dalle “quote rosa” nei cda  si passa alle “quote verdi”, impedendo agli anziani di lavorare se dispongono già di un trattamento pensionistico di assoluto riguardo.

Che dire di tutto ciò e della “giovanilizzazione” forzata? Gli emendamenti del Pd e di Sc sulla disciplina del cumulo tra pensione e reddito da lavoro rispondono – ad avviso di chi scrive – unicamente a una logica populista e forcaiola, nemica del talento e dell’esperienza accumulata con il lavoro di una vita. Pretendere che quanti percepiscono un trattamento superiore a 150mila euro lordi l’anno trascorrano le loro giornate da pensionati ai giardini pubblici o continuino a lavorare sostanzialmente gratis, se decidono di essere ancora attivi, è un’operazione che distrugge capitale umano, risorse professionali e cultura. E che non aiuta i giovani, perché loro non sono fungibili in tali ruoli.

Auguriamoci che a questi emendamenti siano apportate le dovute correzioni, sia pure nel contesto di un Parlamento che a volte sembra aver smarrito il bene dell’intelletto e pensa soltanto a rincorrere tutti i populismi che inquinano questa sfortunata pagina della nostra storia nazionale. 

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