I NUMERI/ Lavoro, quando gli immigrati “fanno più” degli italiani

- Giuliano Cazzola

GIULIANO CAZZOLA ci mostra alcuni dati sulla presenza degli stranieri (10,5% del totale) nel mercato del lavoro, che ha continuato a crescere anche con la crisi

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Se qualcuno volesse farsi un’idea sul problema dell’immigrazione in Italia, seguendo i tg e in generale le “veline” dell’informazione arriverebbe alle seguenti conclusioni: in mezzo al Canale di Sicilia c’è un’isola che si chiama Lampedusa dove sbarcano, se riescono a sopravvivere alla traversata del Mediterraneo, centinaia di migliaia di profughi (in realtà, non arrivano mai a 50mila all’anno), che vengono spogliati all’aperto e disinfettati, poi trasferiti in veri e propri centri di prigionia sparsi su tutto il territorio nazionale e che ogni tanto qualcuno vuole chiudere. Ovviamente, tutto questo poco decoroso andazzo avrebbe fine (chissà come e perché?) se fosse abrogata la legge Bossi-Fini, insieme al reato di immigrazione clandestina e si istituisse lo ius soli per la concessione della cittadinanza italiana. Eppure basterebbe leggere la “Nota semestrale sul mercato del lavoro degli immigrati in Italia” del Ministero del Lavoro per avere una rappresentazione più veritiera del fenomeno non solo del lavoro straniero ma dell’immigrazione in Italia. Perché, pur con tutti i difetti che si possono attribuire alla legge Bossi-Fini, è certamente valida (ed è risultata anche efficace) la scelta di promuovere l’integrazione attraverso il lavoro (e non quella di privilegiare al contrario gli aspetti pur doverosi dell’accoglienza).

Oggi in Italia vi sono 4,8 milioni di immigrati residenti (con un incremento di ben 12 volte la presenza registrata ai tempi della legge Turco-Napolitano del 1998) di cui 2,4 milioni sono occupati, un milione sono minori di cui la metà nata in Italia. Con l’8% di stranieri residenti l’Italia è diventato il terzo Paese, quanto a popolazione straniera, in Europa. Assume un rilievo particolare la presenza degli stranieri (10,5% del totale) nel mercato del lavoro. Una presenza che ha continuato a crescere – tranne che nel secondo trimestre del 2013 quando si è registrata una contrazione dello 0,2 % – anche durante la crisi economica, sia pure secondo un trend decrescente (dal +14,3% del primo trimestre 2011 al +3,6% del primo trimestre del 2013) a evidenziare che, alla fine, l’intensità e la durata della crisi hanno pesato anche sull’occupazione dei lavoratori stranieri di cittadinanza Ue ed extra Ue.

Eppure, considerando la variazione del numero degli occupati, in età superiore a 15 anni, nel secondo trimestre 2013 rispetto al periodo analogo del 2007 (l’anno in cui si è concretizzata una positiva fase di espansione occupazionale) si osserva che i lavoratori stranieri sono stati ben 845mila in più a fronte di una contrazione di quasi 1,7 milioni di lavoratori italiani. Molto interessante, nella Nota semestrale, è la disaggregazione dei dati a livello settoriale, in base ai quali è possibile cogliere il contributo che il lavoro straniero ha fornito al funzionamento delle attività della nostra comunità nazionale.

E non si tratta solo di notare che nell’ambito delle altre attività dei servizi nei sette anni considerati sono stati creati poco meno di 560mila occupati Ue ed extra Ue a fronte di un calo di 75mila unità della componente italiana. In agricoltura gli italiani sono calati di 180mila unità, mentre gli stranieri sono cresciuti di 65mila (in un settore ormai quasi totalmente “gestito” da forza lavoro straniera). Nell’industria in senso stretto si sono registrati 648mila italiani in meno e 80mila stranieri in più. Nelle costruzioni si osserva una diminuzione di 443mila italiani in presenza di 56mila nuovi occupati stranieri. Nel commercio, a fronte di 257mila italiani usciti dal settore, vi sono entrati 86mila stranieri.

Attraverso il sistema informativo delle comunicazioni obbligatorie presso il ministero del Lavoro si è in grado di analizzare le dinamiche e la struttura della domanda di lavoro dipendente e parasubordinato, al fine di verificare l’effettivo fabbisogno di manodopera straniera. Da questi dati emerge una relativa stabilità del fabbisogno, nonostante la crisi abbia influito anche sui tassi di occupazione e di disoccupazione dei lavoratori stranieri. I rapporti attivati nel primo trimestre del 2011 furono i seguenti per un totale di 2.591.500: 2.101.726 italiani (81,1%); 196.381 stranieri Ue (7,6%); 293.393 stranieri extra Ue (11,3%). Nel secondo trimestre 2013 per un totale di 2.511.874: 2.026.182 italiani (80,7%); 194.848 stranieri Ue (7,8%); 290.817 stranieri extra Ue (11,6%). Come si può notare sia nelle variazioni assolute, sia in quelle percentuali, gli scostamenti non sono particolarmente rilevanti, ma interessano soprattutto la componente italiana. 

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