LEGGE FORNERO/ Tutti i numeri che la “condannano”

- Giuliano Cazzola

Per GIULIANO CAZZOLA, adeguati incentivi economici e fiscali possono favorire l’impiego; nessuna agevolazione di carattere economico, però, può compensare un disincentivo normativo

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Nel creare o nel distruggere posti di lavoro la vera protagonista rimane l’economia. Non cadremo quindi nell’errore di attribuire a una legge il merito di una maggiore occupazione o il demerito dell’aumento della disoccupazione. Le norme possono, però, svolgere un ruolo importante: certamente, adeguati incentivi economici e fiscali o regole più trasparenti, meno burocratiche e più flessibili possono favorire l’impiego; nessuna agevolazione di carattere economico, però, può compensare un disincentivo normativo.

Questa considerazione nasce dall’esperienza, la quale è inconfutabile su di un punto: anche favorendo in tutti i modi possibili le assunzioni a tempo indeterminato, i vincoli che contraddistinguono questo rapporto di lavoro – specie in uscita – ne scoraggiano l’utilizzo da parte delle imprese, almeno per un arco temporale più o meno lungo, durante il quale si fa ricorso a tutte le tipologie di assunzione alternative, finanche elusive, allo scopo di garantirsi, in entrata, anche qualche possibilità di flessibilità in uscita. Tutto ciò premesso, non abbiamo difficoltà ad ammettere, anche sul piano empirico, che non sarebbe corretto imputare alla legge Fornero sul mercato del lavoro l’aggravamento dei tassi di occupazione e di disoccupazione verificatisi nel secondo semestre del 2012. Ma gli indicatori sono, tanto e univocamente, negativi da indurre a ritenere che qualche effetto concorrente non possa proprio essere escluso.

Vediamo i dati. A luglio 2012 (quando è entrata in vigore la legge n. 92) il numero degli occupati era di quasi 23 milioni. Da allora l’occupazione è calata costantemente (con l’eccezione del mese di ottobre quando è cresciuta dello 0,1%, pari a 25mila occupati). Sono stati persi 74mila posti ad agosto (-0,3%), 32mila a settembre (-0,1%), 42mila a novembre (-0,2%), 81mila a dicembre (-0,4%) e 97mila a gennaio 2013 (-0,4%), per una perdita complessiva di 302mila posti di lavoro. A gennaio di quest’anno gli occupati erano 22milioni e 688mila – il livello più basso registrato a partire dal 2010 – con un calo dell’1,2% rispetto a gennaio 2010, pari, in valori assoluti, a 265mila occupati in meno. Anche dall’angolo di visuale dei livelli di occupazione per genere si deve prendere atto di un seppure più modesto peggioramento, nel periodo considerato, anche per quanto riguarda il lavoro delle donne, che, nei mesi precedenti, aveva sempre evidenziato un andamento migliore di quello degli uomini.

L’occupazione maschile, infatti, è continuata a calare a partire dalla metà del 2011 fino a giugno del 2012, mentre nel successivo mese di luglio sono stati recuperati 22mila posti di lavoro (+0,2%). Dopo l’entrata in vigore della legge n.92, l’occupazione è ripresa a scendere (salvo una piccola inversione di tendenza in ottobre del +0,1%), arrivando a perdere ben 191mila posti di lavoro, con un picco di 78mila (-0,6%) nel mese di settembre. A gennaio 2013, l’occupazione maschile si è abbassata al livello di 13,3 milioni, pari al -3% rispetto a gennaio 2010. L’occupazione femminile nel luglio 2012 aveva raggiunto quota 9,5 milioni (+2,7% rispetto a gennaio 2010). Tale livello è rimasto praticamente stazionario (con oscillazioni minime) fino a ottobre.

Da novembre è incominciato un decremento, con la perdita in tre mesi di 117mila posti di lavoro, raggiungendo così quota 9,39 milioni di unità, cifra comunque superiore dell’1,5% rispetto a quella del gennaio 2010. Quanto ai disoccupati, il loro numero, negli ultimi anni, è cresciuto fino ad arrivare a gennaio 2013 a una quota di poco inferiore a 3 milioni (+40,9% rispetto all’inizio del 2010). Fino ad aprile 2011, il numero dei disoccupati è andato calando (-9,4% rispetto a gennaio 2010); da quel momento in poi è iniziato ad aumentare arrivando nel luglio 2012 a quota 2,7 milioni (con 802mila posti di lavoro perduti). Successivamente, è proseguito il trend negativo che negli ultimi due mesi del 2012 si è stabilizzato per un totale di 158mila posti di lavoro in meno. Nella seconda metà del 2011 se ne erano persi 324mila. A gennaio 2013 si è accentuato il trend negativo con una perdita di 110mila posti. Dall’entrata in vigore della riforma, gli uomini hanno perduto 169mila posti di lavoro (un andamento in calo, rispetto agli anni precedenti).

Quanto alle donne negli ultimi 6 mesi dell’anno scorso il numero di donne disoccupate è aumentato di 50mila unità (-128mila nello stesso periodo del 2011; -122mila nel primo semestre del 2012). A gennaio del 2013 si è riscontrato un aumento delle donne disoccupate di 49mila unità, portando quindi a 99mila il numero delle lavoratrici che hanno perso l’impiego dopo l’entrata in vigore della legge Fornero. Complessivamente, il tasso di disoccupazione a gennaio 2010 era di 8,5 punti; nel giro di tre anni è salito di 3,2 punti portandosi all’11,7%. Da quando è entrata in vigore la riforma tale tasso è cresciuto di 1,1 punti percentuali.

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