RIFORME PENSIONI/ Così Governo Letta e sindacati possono “salvare” la previdenza complementare

- Giuliano Cazzola

Per GIULIANO CAZZOLA dal 2007, ovvero dalla staffetta riformatrice tra i ministri Maroni e Damiano, i governi non hanno prodotto uno straccio di idea nuova in tema di pensioni integrative

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Se si dovesse ricorrere a un personaggio di una favola per descrivere la condizione della previdenza complementare privata a capitalizzazione nessuno sarebbe più adatto di Cenerentola, condannata dalla matrigna e dalle sorellastre (nel nostro caso le istituzioni della previdenza obbligatoria) a compiere i lavori domestici, mentre tutte le altre giovani si recano alla festa del Principe nella speranza di trovare marito. Oddio, i numeri degli aderenti rimangono più o meno i soliti. A giugno del 2013 erano più di 6 milioni contro i 5,8 milioni del dicembre 2012. Di questi ben 4,2 milioni erano lavoratori dipendenti del settore privato che costituiscono i maggiori utilizzatori della previdenza a capitalizzazione, tanto da annoverare ben 1,2 milioni tra sottoscrittori di Pip (piani individuali di previdenza) sul totale di 1,9 milioni (i Pip sono il settore in costante espansione tanto da eguagliare ormai il numero degli aderenti ai fondi pensione negoziali che dovrebbero rappresentare, invece, il prototipo della previdenza complementare).

Certo, la crisi ha lasciato dei segni profondi anche in questo campo, come risulta dalla contribuzione che non viene versata (nel 2012 da un milione di aderenti) e dall’entità di anticipazioni sulla propria posizione individuale che sono state richieste anche a costo di vanificare l’accantonamento a fini pensionistici. Ma a pesare di più sono i limiti d’impostazione del settore. Limiti strutturali innanzitutto. Non solo la previdenza privata deve accontentarsi di una base economica erosa dal peso eccessivo di quella pubblica, ma, come risulta dai dati, la figura di riferimento resta il lavoratore assunto a tempo indeterminato del settore privato, tanto che si è fatto del Tfr (un istituto retributivo di cui solo questa categoria dispone) la principale fonte di finanziamento delle forme complementari.

Ad aggravare ancor più la situazione, fin dall’inizio, è intervenuta, per i fondi negoziali, la scelta delle parti sociali di affidare un ruolo costitutivo alla contrattazione nazionale di categoria (oggi in declino), mentre la legge consentirebbe altre opzioni maggiormente flessibili e più adatte per raccogliere adesioni (non a caso sono ben 1,2 milioni i lavoratori dipendenti che hanno “fatto da sé”, sottoscrivendo un Pip, a testimonianza di una domanda di previdenza privata non soddisfatta dall’offerta di carattere collettivo come i Fondi chiusi).

Sappiamo poi che vi sono clamorosi ritardi (anche normativi) nel pubblico impiego e che la previdenza privata non ha attecchito nel campo del lavoro autonomo e libero-professionale, nonostante questi settori siano ben organizzati sul piano associativo. Ma ciò che colpisce di più è che dal 2007 (ovvero dalla staffetta riformatrice tra i ministri Maroni e Damiano che introdussero parecchie innovazioni nel sistema a capitalizzazione, a partire dallo smobilizzo del Tfr maturando a fini di previdenza complementare) i governi non hanno prodotto uno straccio di idea nuova, salvo forse l’accenno contenuto nella riforma Fornero a un possibile opting out volontario (il trasferimento di alcuni punti dell’aliquota pensionistica obbligatoria al finanziamento di una forma complementare) che poi non ha trovato alcun seguito ed è finito ben presto nel dimenticatoio.

Non risultano, in materia, novità particolari nelle intenzioni del governo Letta. Persino la Covip, l’autorità di vigilanza, aspetta che sia completato il collegio ora ridotto a un solo componente sui tre previsti. Neppure le parti sociali sollecitano un maggiore interessamento. Sarebbero, invece, proprio loro a dover prendere in mano l’iniziativa, esaminando quanto è possibile fare nell’ambito delle loro disponibilità. Il primo problema che le associazioni di impresa e i sindacati dovrebbero porsi è il seguente: ha ancora un senso legare la costituzione e la gestione dei fondi chiusi alla contrattazione nazionale di categoria oppure sarebbe più utile promuovere strutture radicate nel territorio, malgrado coinvolgendo le Regioni a cui la riforma del Titolo V ha assegnato dei poteri in materia di previdenza privata? Se ci sono fondi di categoria che hanno avuto successo (Fonchim e Cometa, ad esempio) non vi è ragione per cambiare registro.

Ma non sarebbe né impossibile, né sbagliato interconnettere in modo verticale (la categoria) e orizzontale (il territorio) l’organizzazione dei fondi, moltiplicando così le possibilità di adesione a prestazioni tendenzialmente omogenee sancite dalla contrattazione collettiva orizzontale e verticale. L’altro “uovo di Colombo” è ancora più semplice. I fondi negoziali devono entrare nelle reti distributive degli operatori finanziari. Non ha senso che, per aderire a una forma collettiva di previdenza privata, si debba passare attraverso una struttura sindacale e non dalla banca di cui si è clienti.

Il successo dei Pip dipende in larga misura dal lavoro dei promotori finanziari nel favorire l’incontro tra l’offerta e la domanda di previdenza privata, che resta la forma – anche di risparmio – più sicura, controllata e garantita nel tempo, oltrechè più conveniente sul piano fiscale. Spesso bastano semplici accorgimenti per rendere più facili dei problemi difficili.

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