SPILLO/ Posto fisso e Tfr, i “boomerang” di Renzi

- Giuliano Cazzola

Renzi, spiega GIULIANO CAZZOLA, appare innovativo nei discorsi mentre è molto più prudente quando al momento di compiere le scelte. Lo si è visto anche nel caso delle parole sul posto fisso 

renzi_asemR439 Matteo Renzi (Infophoto)

Chissà se Matteo Renzi ricorda quel personaggio, Guido da Montefeltro, che nell’Inferno dantesco sconta la sua pena eterna per aver dato a Bonifacio VIII un “consiglio fraudolento”: fare molte promesse agli avversari senza poi mantenerle. Anche il Premier-ragazzino è generosamente innovativo nei discorsi mentre è molto più prudente quando viene il momento di compiere delle scelte. Alla Leopolda, per esempio, non ha esitato ad affermare che “il posto fisso è finito”: una considerazione che, all’interno della sinistra, produce il medesimo effetto di quando Galileo Galilei svelò ai suoi contemporanei che non era il sole a girare intorno alla terra, ma tutto il contrario.

Soltanto pochi giorni or sono, Susanna Camusso si era sentita in dovere di replicare alle accuse rivolte da Renzi ai sindacati di non essersi occupati dei giovani precari, sostenendo che in verità la maggiore responsabilità gravava sul Parlamento e sui governi che avevano approvato le leggi sulla flessibilità del lavoro e i rapporti atipici. Come se dei provvedimenti legislativi, analoghi a quelli operanti in tutti i paesi sviluppati, avessero avuto la funzione di creare particolari tipologie di lavoro e non solo di regolarle con norme specifiche, adeguate e pertinenti a fronte di situazioni lavorative che soltanto delle insostenibili forzature potevano imprigionare nel contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Certo, quando è la polemica politica a tenere la scena, si corre sempre il rischio di cadere in semplificazioni eccessive. In Italia, se si considerano i dati di stock, ci si accorge che i rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono in larga misura prevalenti e, sicuramente, questa situazione è destinata a durare anche se i dati di flusso indicano che il 70% delle assunzioni avviene attraverso contratti a termine, soprattutto dopo le misure che hanno “liberalizzato” e sottratto alla trappola del cosiddetto causalone questa tipologia contrattuale.

Ciò sta a significare che – in generale – arriva un momento nella storia lavorativa di una persona in cui il rapporto di lavoro in qualche modo esce dall’incertezza e dalla precarietà e “si stabilizza”. Ma nessuno si faccia delle illusioni: non si tornerà più a quel contratto a tempo indeterminato che era garantito da un sistema tolemaico del lavoro, intessuto di mercati protetti, tariffe doganali, svalutazioni competitive, forte presenza deficitaria dello Stato nell’economia. Perché sono le condizioni di contesto che consentivano una stabilità malata – prima ancora che le norme di legge che la imponevano – a non essere più compatibili in un Paese che vuole essere competitivo nell’economia globalizzata.

Quei rapporti di lavoro flessibili che hanno invaso ovunque la legislazione giuslavoristica (persino nei paesi in cui è soltanto risarcitoria la tutela contro il licenziamento ingiustificato) non sono il frutto di una ventata liberistica, che, alla stregua di un virus maligno, ha soggiogato i Parlamenti dei più importanti paesi industrializzati, forti di tradizioni di estesa protezione sociale e di sistemi di welfare pesanti e meticolosi. Mente prima di tutto ai lavoratori ci si ostina a raccontare che sarebbe bastato non varare, nel loro insieme, quelle leggi bastarde e vivere felici e stabili, assistiti dal sindacato, dall’articolo 18 e da quant’altro caratterizzava il nostro piccolo mondo antico.

Il lavoro è cambiato perché è mutata l’economia. E quando Matteo Renzi afferma che il posto fisso è finito non immagina e non propone un mercato del lavoro trasformato in una giungla, ma un sistema in cui ci siano degli strumenti (ammortizzatori sociali tendenzialmente universali, politiche attive del lavoro, arricchimento del capitale umano, ecc.) idonei a difendere il lavoro, non il posto, se esso è stato soppresso, nei fatti, in seguito a inevitabili processi economici.

Il Jobs Act Poletti 2.0 si muove in questa direzione. Esiste però un’evidente discrepanza tra le affermazioni nette e decise che il Premier ha fatto e sta facendo in diverse circostanze e la base normativa in cui esse dovrebbero essere inquadrate. Tanto che è la minoranza del Pd ad assumere un’iniziativa politica alla Camera per emendare il disegno di legge delega con i punti votati dalla Direzione il 29 settembre. Per adesso, Matteo Renzi, l’innovatore, si limita a promettere molto e a mantenere poco. E a demolire, talvolta, quel po’ di riformismo che il Paese è riuscito a darsi nel corso degli ultimi vent’anni.

Che senso ha – un esempio per tutti – demolire con l’operazione Tfr in busta paga e con una tassazione iniqua, il settore strategico della previdenza complementare nella legge di stabilità?





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