RIFORMA PENSIONI/ “L’ossigeno” inglese per la previdenza complementare

- Giuliano Cazzola

Il Rapporto Covip 2013 fa un punto della previdenza complementare a distanza di sette anni dall’ultima riforma. GIULIANO CAZZOLA ci mostra i dati più significativi

Lavoratore_AnzianoR439 riforma pensioni (Fotolia)

A distanza di sette anni dall’ultima riforma della previdenza complementare (ci riferiamo al d.lgs del 2007 che disciplinò l’allocazione del Tfr maturando, tramite una procedura di silenzio-assenso), il bilancio del settore, secondo quanto emerge dal Rapporto Covip per il 2013, non presenta solo aspetti problematici. Da allora alla fine dello scorso anno sono raddoppiate le adesioni complessive (6,2 milioni, saliti di 100mila al 31 marzo di quest’anno). I dipendenti privati sono passati da 2,2 milioni nel 2006 a 4,4 milioni nel 2013. Il lavoratori autonomi da 700mila a 1,7 milioni, i dipendenti pubblici da 115mila a 160mila.

La distribuzione degli iscritti tra le diverse forme di previdenza complementare è la seguente: 1,95 milioni nei 39 fondi negoziali; 984mila nei 59 fondi aperti; 654mila nei 330 fondi preesistenti (istituiti prima della riforma del 1993). Prosegue il boom dei Pip (i piani individuali di previdenza) di nuovo conio (81): gli aderenti salgono a 2,13 milioni di cui 1,3 milioni tra i lavoratori dipendenti privati e 823mila tra gli autonomi. Se si aggiungono i 550mila ancora intrappolati nei “vecchi” Pip, il settore delle polizze individuali arriva al 42% del complesso delle adesioni, a prova di una domanda di previdenza privata che non trova una risposta da parte delle forme collettive (il fatto che i sottoscrittori dei Pip siano in larga maggioranza lavoratori dipendenti è molto significativo dell’andamento della previdenza collettiva a capitalizzazione).

Le risorse rivolte alle prestazioni ammontano a 116,4 miliardi, pari al 7,5% del Pil e al 3% del risparmio delle famiglie. In sostanza, passando ai grandi numeri, il tasso di partecipazione è pari al 24,3% della forza lavoro (occupati+persone che cercano un’occupazione) che aumenta al 27,7% sui soli occupati. Quanto ai dipendenti del settore privato (interessati quindi al versamento del Tfr) il tasso di adesione è pari al 32,2%. Secondo un’indagine Covip-Censis, gli iscritti nelle imprese con più di 50 dipendenti ammontano al 45-50% del totale. È esploso il caso degli “iscritti silenti”: nel 2013 ben 1,4 milioni di aderenti non hanno versato i contributi dovuti: 200mila posizioni sono nei fondi negoziali, 100mila in quelli preesistenti, un milione nei fondi aperti e nei Pip. Ne deriva, allora, che i soli iscritti che alimentano regolarmente la propria posizione individuale sono il 21,4%, così ripartiti: 26,3% tra i dipendenti privati; il 19,4% tra i lavoratori autonomi; il 4,7% tra i pubblici dipendenti che, insieme ai lavoratori autonomi, i giovani, le donne, i dipendenti delle piccole imprese e residenti nelle regioni del Sud, costituiscono i punti critici del sistema.

Rispetto alle forze di lavoro gli aderenti regolari sono il 18%. A conti fatti, solo un quarto degli occupati è iscritto a forme pensionistiche complementari; in valore assoluto 4,8 milioni su 6,2 milioni. Interessante è notare i flussi del Tfr: nel 2013, 5,2 miliardi sono confluiti nelle forme complementari, 6 miliardi nel Fondo Tesoro gestito dall’Inps, mentre 14,5 miliardi sono restati nel portafoglio delle imprese (le più piccole). Le prestazioni erogate ammontano a 5,4 miliardi di cui 3,1 miliardi per rendite e riscatti nei fondi preesistenti, 1,5 miliardi in prevalenza per riscatti nei fondi negoziali.

Per quanto riguarda il patrimonio, il 61% è composto da titoli di debito pubblico per 4/5 di titoli di Stato. La Covip, nella Relazione istituzionale, ha avanzato una proposta: quella di valutare la possibilità di recepire, mutatis mutandis, una misura adottata nel Regno Unito, in forza della quale i datori di lavoro, già al momento dell’assunzione o a una data determinata, iscrivono i loro dipendenti a una forma di previdenza privata, con possibilità riconosciuta di revocare l’adesione entro un arco temporale definito. In assenza di revoca, il lavoratore resterebbe comunque iscritto.

Dal momento che sono trascorsi più di sette anni dalle ultime misure adottate per rilanciare il settore senza che nel frattempo qualcuno, stando al governo, si sia fatto venire qualche idea nuova, è il caso di ringraziare la Covip per averci provato, proprio quando il governo Renzi ne sta disponendo la soppressione. Come a dire: morituri te salutant





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