JOBS ACT/ Le battaglie (con e senza senso) sull’articolo 18

- Giuliano Cazzola

La riforma del lavoro poteva essere affrontata prima dell’estate. Ora ce ne si occuperà ad autunno e si tornerà ad affrontare il tema dell’articolo 18. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

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Giuliano Poletti (Infophoto)

Matteo Renzi può anche sbandierare davanti a una platea di boyscout la sua discutibile riforma del Senato, ma sullo scenario europeo (l’Italia ha la presidenza di turno nel semestre, ma nessuno se ne è ancora reso conto) somiglia a quell’attore che entra in scena nel momento sbagliato recitando la parte che gli sarebbe toccata in un altro atto della commedia (naturalmente comica). Che cosa si sarebbe aspettata la comunità europea e internazionale dal governo italiano negli stessi giorni in cui i dati dell’Istat decretavano il rientro dell’economia nella recessione? Di vederlo all’opera nel promuovere lo sviluppo e il lavoro. E non a bisticciare nel tentativo maldestro di sfasciare le istituzioni.

Certo, sarebbe bastato molto poco per mandare un segnale significativo del cambiamento. Mettiamo il caso che, invece del disegno di legge Boschi (che poteva slittare all’autunno), l’esecutivo avesse chiesto di calendarizzare in Aula, prima della pausa estiva, il Jobs Act del ministro Giuliano Poletti, dopo aver sciolto – sia pure nei termini di principio propri di una norma di delega – i nodi del codice del lavoro semplificato e, soprattutto, della disciplina del licenziamento individuale.

I due provvedimenti – attesi dall’Ue – avevano avuto percorsi paralleli ed erano entrambi in grado di approdare in Assemblea per il voto finale, dopo aver concluso l’iter nelle rispettive Commissioni referenti. Il disegno di legge delega Poletti non meritava, sicuramente, una chiusura qualsiasi. Per quanto riguarda le tutele “crescenti”, da riconoscere al contratto a tempo indeterminato di nuovo conio, non sarebbe bastata la trafila di un lungo periodo di prova, seguito da un certo numero di anni il cui il licenziamento illegittimo viene sanzionato con un risarcimento economico, per arrivare poi al momento topico della tutela reale.

No. La reintegra giudiziaria sarebbe dovuta rimanere solo a sanzionare il licenziamento discriminatorio; negli altri casi, l’ordinamento avrebbe dovuto prevedere solo la tutela di carattere obbligatorio e cioè la penale di natura economica. Del resto, non ci sarebbe stato altro modo – dopo la riforma Poletti dei contratti a termine – per rendere minimamente appetibile e competitivo quel sarchiapone del “contratto a termine a tutele crescenti” sul quale, all’inizio della sua esperienza, Matteo Renzi riponeva tante prospettive di cambiamento. Ma questo sarebbe stato l’intervento necessario ad allineare la politica del lavoro del Bel Paese con quella dell’Europa su di un aspetto cruciale, raccomandato già nella storica lettera della Bce del 5 agosto 2011.

Immaginate, allora, alla luce dello shock prodotto dai dati negativi del Pil, l’effetto che avrebbe determinato, in giro per il vecchio Continente, il voto del Senato, in prima lettura, sul Jobs Act? Poi, se vi riesce, sfogliate con la fantasia i titoli dei quotidiani delle capitali straniere del 9 agosto: “Cade con l’articolo 18 l’ultimo Muro di Berlino”; “Renzi apre le porte dell’Italia al mercato globale”; “Il giovane premier demolisce un tabù della vecchia sinistra”. E via di questo passo, magari con qualche esagerazione. Anche Mario Draghi, che conosce i problemi italiani, avrebbe certificato che il governo procede nella direzione giusta.

Non sarebbe stata una passeggiata. Il Jobs Act “rinforzato” avrebbe incontrato la resistenza delle opposizioni (ad eccezione di Fi che è ormai una succursale della pregiata ditta Renzi & associati), e, sicuramente, un’ostilità molto marcata all’interno del Pd. Ma è di tali avversari che il premier deve “farsi una ragione”, perché sono queste le scelte che chiedono i mercati. Del Senato delle Autonomie non sanno che farsene. E neppure noi. Non a caso, quindi, è tornato in circolazione, nell’agenda dell’autunno, la questione fatidica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma se ne sta parlando in modo, a nostro avviso, sbagliato.

Limitarsi ad abolire la reintegra durante i primi tre anni del rapporto (immaginiamo che resterebbe in vigore la penale economica in caso di licenziamento illegittimo altrimenti la modifica consisterebbe nell’allungamento fino a tre anni del periodo di prova: una scelta che non ha molto senso) metterebbe – lo ripetiamo – il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti su di un binario morto, perché le imprese preferirebbero sempre avvalersi del contratto a termine “made in Poletti”, molto meno a rischio di contenzioso e più pratico.

L’altra proposta non condivisibile l’ha fatta il Ncd: abolire l’articolo 18 limitatamente ai nuovi assunti. Anche in questo caso vi è un’eccessiva semplificazione del problema, perché la Costituzione italiana e le regole Ue richiedono che sia prevista una tutela contro il licenziamento ingiustificato, anche se diversa dalla reintegra che viene considerata una delle possibili modalità con cui realizzare tale salvaguardia. Se è così, che senso avrebbe modificare la disciplina del licenziamento individuale solo per i nuovi assunti? Se innovazione deve esserci essa deve valere – come sempre in passato – per tutti. 



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