JOBS ACT/ Garanzia Giovani, ora Renzi impari dalla Lombardia

- Giuliano Cazzola

Alla ripresa, il ministro del Lavoro Poletti si trova a dover accelerare il percorso del programma Garanzia Giovani. Il quadro della situazione visto dati alla mano. GIULIANO CAZZOLA 

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Alla ripresa, il ministro Giuliano Poletti non si trova in agenda soltanto il “secondo tempo” del Jobs Act, ovvero quel disegno di legge delega che fu accantonato ad agosto a causa dei dissensi insorti nella maggioranza sul profilo del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e sul codice del lavoro semplificato (di cui all’articolo 4).

Il titolare del Lavoro deve accelerare il percorso del programma Garanzia Giovani, la meritoria iniziativa promossa e cofinanziata dalla Ue rivolta ad offrire un’opportunità di inserimento nel mercato del lavoro agli under venticinquenni entro 4 mesi dalla conclusione del loro periodo formativo. Sulla base dei dati diffusi dall’Isfol, nel mese di luglio (è significativo che non siano state rese note rilevazioni di agosto) si erano già registrati, in Italia, 130mila giovani: il trend, dopo un primo periodo di incerto avviamento a maggio, aveva marciato “ad un valore medio di circa 10mila giovani iscritti settimanalmente”. 

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A considerare sia il bacino dei possibili utenti, sia l’andamento delle “prese in carico” da parte dei centri per l’impiego e delle agenzie del lavoro, e soprattutto tenendo conto del limitato numero delle opportunità lavorative disponibili, è forte il rischio che il programma produca più delusioni che  risultati; ma la sfida è comunque aperta. La Lombardia (con un finanziamento di circa 178milioni pari al 12,6% del totale) presenta standard relativamente migliori sia sul piano quantitativo che qualitativo. In questa regione affluisce la quota percentuale più elevata di “adesioni esterne” (praticamente la metà delle 12mila totali) a prova di un buon livello di considerazione dell’efficienza dei servizi.

Oltre alla Lombardia, val la pena di prendere a riferimento le regioni a cui è devoluta la parte più consistente dei finanziamenti (1,4 miliardi in totale). Al primo posto è la Campania con quasi 192 milioni (13,6%) e 22mila adesioni di cui circa 20mila “interne”. Segue la Sicilia che riceve un finanziamento pressoché uguale a quello della Lombardia, con poco meno di 22,5mila iscritti quasi tutti “interni”.

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Il Lazio incassa 137 milioni con 15mila adesioni di cui 5,7mila “esterne”. La Puglia dispone di 120 milioni per meno di 10mila aderenti in larghissima parte interni. Passando all’esame delle regioni “rosse”, l’Emilia Romagna può contare su 74 milioni, 9,5mila aderenti di cui 5mila “esterni”; la Toscana su 65 milioni con 12mila giovani registrati in maggioranza “interni”. 

Merita, poi, una segnalazione particolare la ripartizione delle risorse disponibili nei diversi obiettivi dei piani delle regioni considerate (tra parentesi è indicato – a fianco degli standard della Lombardia – il dato medio nazionale che ovviamente non ripetiamo per tutte le regioni considerate).

Lombardia: il 20,9% (21,6% Italia) è destinato al tirocinio extracurriculare; l’8,1% (20,3%) alla formazione; il 22,7% (14,7%) all’accompagnamento al lavoro; il 29,45 (13,5%) al bonus occupazionale; il 4,4% (11%) all’accoglienza, presa in carico e orientamento; il 4,2% (6,5%) al servizio civile; il 6,2% (5,7%) all’auto-imprenditorialità; il 4% (4,5%) all’apprendistato; lo 0,1% (2,6%) alla mobilità professionale territoriale, la voce destinata a compensare le regioni che ricevono adesioni di cittadini residenti in Lombardia (la modesta percentuale spiega che sono pochi i lombardi registrati altrove). 

È bene notare come siano ridotte, in Lombardia, le spese di carattere “amministrativo” (accoglienza, ecc.), quelle che ricadono sulle strutture esistenti (formazione), mentre risultano più consistenti gli stanziamenti diretti alle politiche attive (bonus, accompagnamento, auto-imprenditorialità).  

Campania: tirocinio extracurriculare 15,7%; formazione 12,7%; accompagnamento al lavoro (20,4%); bonus occupazionale (0%); accoglienza, presa in carico, orientamento 23,8%; servizio civile 15,7%; sostegno all’auto-imprenditorialità 5%; apprendistato 1,6%; mobilità territoriale 5,2%. Si nota subito una forte incidenza – anche nei confronti del dato nazionale − degli oneri riguardanti il funzionamento della “macchina” rispetto a quelli più direttamente funzionali a proporre occupabilità. È più o meno il caso della Sicilia dove il 31% delle risorse è impegnato sotto la voce “formazione” e il 23,5% sotto la voce “accoglienza”, mentre è apprezzabile un 11% destinato all’auto-imprenditorialità. Il Lazio è una delle regioni che si è più distinta nel portare avanti il programma, tanto da essere seconda alla Lombardia nella corresponsione di un bonus occupazionale (26%) e al primo posto nell’accompagnamento al lavoro (25,2%). La Puglia è al terzo posto per il bonus occupazionale (23,6%), ma il suo programma si impegna poco nel sostegno all’auto-imprenditorialità. L’Emilia Romagna, regione virtuosa per antonomasia, è molto impegnata (come il Piemonte) nel settore della formazione (34,3%): il che non è ritenuto un segnale positivo perché vi è il timore che queste risorse servano più a nutrire le strutture fisse che a creare lavoro. La Toscana svetta nel campo del servizio civile col 28,5% delle risorse complessivamente destinate. 

A parte la Val d’Aosta, la regione che investe di più sulla mobilità territoriale è la Calabria (5,4%). Non a caso quasi tutti i soggetti registrati sono “interni”. Complessivamente deludente il profilo del Veneto (a cui toccano 83 milioni) che si colloca ai primi posti soltanto nel destinare risorse ai tirocini (35,8%).

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