JOBS ACT/ I numeri scomodi per il “bonus assunzioni”

- Giuliano Cazzola

L'Ocse elogia il Jobs Act e gli sgravi per le assunzioni varati dal Governo Renzi. Tuttavia, ricorda GIULIANO CAZZOLA, ci sono dei conti che non tornano su questo bonus

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Dall’Ocse (attraverso il suo Economic Outlook) arrivano al Governo una critica e due apprezzamenti. Secondo l’Organizzazione dei Paesi industrializzati – ecco la critica implicita alle politiche incluse nel disegno di Legge di stabilità -,  l’Italia dovrebbe  spostare in modo permanente la pressione fiscale dal lavoro al consumo e alla proprietà immobiliare e aumentare le tasse ambientali;  ciò “rafforzerebbe le fondamenta di una crescita più forte, più verde e più inclusiva”. Il Jobs Act e gli sgravi per le assunzioni – ecco gli apprezzamenti – “stanno trainando la svolta del mercato del lavoro” in Italia, “hanno portato a un rilevante aumento dei nuovi contratti a tempo indeterminato e ampliato le reti di sicurezza sociale, rendendo la crescita più inclusiva” , mentre,  “il tasso di disoccupazione – prosegue il documento – calerà dal 12,3% di quest’anno all’11,7% nel 2016 e 11% nel 2017, dal momento che, in Italia, “la ripresa sta gradualmente prendendo velocità”, e il Pil crescerà dell’1,4% nel 2016 e 2017. 

È alla luce di queste incoraggianti considerazioni che vanno esaminate le misure introdotte nel disegno di legge di stabilità per il 2016. Sempre che, ovviamente, i conti tornino per l’anno in corso. Alcune settimane or sono, infatti, l’autorevole Centro studi Adapt (fondato da Marco Biagi) ha pubblicato alcune sue valutazioni sul probabile costo dell’esonero contributivo per assunzioni a tempo indeterminato di cui alla Legge di stabilità 2015. Secondo tale stima, a fronte di una copertura prevista di 1,886 miliardi per il 2015, il costo effettivo sarà di 5,69 miliardi (dei quali, pertanto, 3,80 miliardi non coperti). Il dato deriverebbe da 1,35 milioni di richieste per un valore medio di 4.215 euro (come indicato nella stessa relazione illustrativa della Legge di stabilità). 

Peraltro, nell’ultimo scorcio di anno, potrebbero persino avere un’accelerazione le richieste di assunzioni (o di trasformazioni) a tempo indeterminato, in vista del ridimensionamento (sia come entità che come durata) del bonus contributivo nel 2016 e successivamente. È noto, infatti, che l’articolo 11 del disegno di legge di stabilità riconosce, per un periodo massimo di 24 mesi, ai datori di lavoro privati che, a fronte dei requisiti previsti,  procederanno a nuove assunzioni con contratti a tempo indeterminato, decorrenti dal 1° gennaio e  stipulati entro il 31 dicembre 2016, l’esonero dal versamento del 40% dei complessivi contributi a loro carico (esclusi i premi dovuti all’Inail) nel limite massimo di un importo pari a 3.250 euro su base annua. Il beneficio non si applica ai contratti di apprendistato e di lavoro domestico, mentre, nell’ambito dei modesti limiti specifici di spesa indicati, l’esonero contributivo è esteso anche al settore agricolo. 

Secondo la relazione illustrativa è prevedibile, nel prossimo anno, un minore utilizzo dell’istituto, attesa la riduzione della durata del beneficio (da tre a due anni) e dell’ammontare dello stesso (rispetto agli attuali 8.060 euro). Ne deriva, dunque, una stima per cui potranno accedere al beneficio circa un milione di assunzioni agevolate con le conseguenti minori entrate contributive (al lordo degli effetti fiscali): 831 milioni nel 2016, 2 miliardi nel 2017, 1,3 miliardi nel 2018,  100 milioni nel 2019.  

Secondo quanto emerso in un recente convegno del Ceslar – il prestigioso Centro Studi del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia – le misure di sgravio contributivo intervenute del corso del 2015 avranno degli effetti anche sul bilancio dell’Inps, in quanto diminuiscono le entrate contributive di complessivi 11,3 miliardi di euro per il pagamento delle pensioni vigenti nel quadriennio 2015-2019 con il sistema a ripartizione. Infatti, nel momento in cui andranno in quiescenza questi lavoratori l’Inps pagherà le loro pensioni senza aver ricevuto parte dei versamenti (essendo coperti da contribuzione figurativa) rinviando così tale debito a carico delle generazioni future.







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