I NUMERI/ Le “discriminazioni” tra i professionisti

- Giuliano Cazzola

Il quinto Rapporto Adepp sulle Casse previdenziali dei liberi professionisti contiene molti dati riguardanti i redditi degli iscritti. Li commenta GIULIANO CAZZOLA

Ufficio_Lavoro_GruppoR439 Infophoto

Per essere dedicato alla previdenza, il quinto Rapporto Adepp sulle Casse previdenziali dei liberi professionisti si guarda bene dal citare un solo dato riguardante il numero e l’importo medio delle pensioni ed è anche molto laconico nell’indicare le performance delle diverse gestioni. Il rapporto, invece, si sofferma diffusamente sui redditi medi degli iscritti. Anche in questo caso, però, sembra che l’Adepp (l’associazione delle Casse cosiddette privatizzate) ci tenga a dissimulare la realtà. Infatti, i redditi medi sono raggruppati per aree: l’area giuridica (AG: notai, avvocati); la rete delle professioni tecniche (RPT: geometri, periti industriali, biologi, pluricategoriale, ingegneri e architetti, periti agrari e agrotecnici, addetti e impiegati in agricoltura); l’area economico-sociale (AES: giornalisti, commercialisti, ragionieri e periti commerciali, consulenti del lavoro); l’area sanitaria (AS: psicologi, infermieri, veterinari, medici e odontoiatri in quota B). Non ci vuole molto a comprendere che (a parte l’area giuridica) le professioni assemblate sono assai poco uniformi. Ma tant’è. 

In generale, se si considerano i redditi medi nominali prodotti nel 2014 (34,5mila euro) si rileva come essi siano sostanzialmente tornati al livello del 2005 (benché vi sia stato un incremento tra il 2005 e il 2009). Pertanto, in termini reali, il reddito ha subito nel 2014 (29mila euro) un decremento pari a circa un sesto di quello medio dichiarato nel 2005 (34,5 mila euro). Osservando il reddito medio nominale delle diverse aree nel periodo considerato si registrano i seguenti dati: professioni tecniche -7,4%; area giuridica -23% (con una punta negativa del 15,4% tra il 2012 e il 2013); l’area sanitaria ha registrato un incremento in termini nominali pari al 27,8%; l’area economico-sociale un aumento del 2%. 

Gli andamenti sono diversi (e peggiori) in termini reali. Vi sono differenze tra i professionisti dipendenti e quelli in senso stretto. I redditi medi ponderati, per i primi, sono aumentati del 23,5% in termini nominali e del 3,5% in termini reali. Per i secondi, si nota un incremento del 2,3% del reddito nominale tra il 2013 e il 2014 dopo due anni consecutivi di decrementi. Insieme al Trentino Alto Adige, la Lombardia è la regione che vanta il reddito medio più elevato. In valore assoluto, nel 2010, era pari a 62.564 euro per gli uomini e a 34.466 per le donne. In leggera flessione nel 2014: rispettivamente pari a 61.175 e a 34.320 euro. 

Il rapporto elabora anche due indicatori: uno riguardante le disparità per regione, l’altro quelle per sesso. Il primo indicatore misura la distanza tra il valore assoluto dei redditi medi dei liberi professionisti della Lombardia (fatto uguale a 100) e il valore assoluto dei redditi degli iscritti delle altre regioni. Con riguardo agli iscritti maschi, nel 2014, sei regioni su venti presentavano valori compresi tra il 76% e l’82,3% (Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta e Veneto). Le restanti regioni, valori compresi tra il 35% e il 75%. La situazione più grave si registrava in Calabria, dove un professionista guadagnava in media un reddito pari al 35% di quello di un collega lombardo (non ci sarà sotto anche un po’ di evasione?). 

Analoga la condizione delle professioniste (che comunque guadagnavano, come dato nazionale, circa la metà degli uomini): fatto uguale a 100 il reddito medio “femminile” in Lombardia, in Calabria, nel 2014, era pari al 38,6% (il 47,9% nel 2010). Nella maggior parte delle altre regioni, fatto 100 il reddito delle professioniste lombarde, l’indicatore si attestava su valori tra il 40% e il 75% (Abruzzo, Basilicata, Campania, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta). 

È inoltre significativo notare, sempre con riguardo alla Lombardia, che l’indicatore di disparità per sesso era conforme al trend nazionale. Nel 2010 le professioniste lombarde avevano un reddito pari al 54,7% di quello degli uomini, salito nel 2014 al 55,7%. In Trentino Alto Adige le donne dichiaravano un reddito circa il 12% più alto rispetto a quello delle lombarde. Per quanto riguarda le restanti regioni (Emilia Romagna, Friuli VG, Piemonte e Veneto) l’indicatore di disparità si collocava all’interno di un range compreso tra il 76% e il 90% di quello delle colleghe della Lombardia. 

Passando in rassegna i redditi medi dei professionisti per fasce di età ci si accorge che, nel 2014, quelle con i redditi più elevati sono comprese tra i 50 e i 65 anni (intorno a 50mila euro). Le fasce più “povere” sono quelle comprese tra i 25 e i 40 anni d’età (dai 13mila ai 27mila). I professionisti con reddito minore in assoluto sono gli iscritti alle Casse under 30. Nel 2014 un giovane professionista con un’età compresa tra 25 e 30 anni ha guadagnato in media 12,5mila euro; 18mila un suo collega tra i 30 e i 35 anni. Il rapporto ricorda, in proposito, che di solito i giovani professionisti sono alle dipendenze di altri più anziani e affermati. 

In ogni caso, sembra evidente che spesso le libere professioni sono diventate una sorta di “rifugio” della precarietà. Nella fascia di età 25-30 anni i giovani professionisti possono contare su di un reddito di poco superiore al 20% di un collega rientrante nella fascia 55-60. Solo quando viene raggiunta la fascia d’età compresa tra 40 e 45 anni il professionista può vedere il proprio reddito salire a oltre il 60% di quello medio di un over 55. 

Da notare un aspetto curioso: i liberi professionisti nel 2014 hanno denunciato un reddito medio di 20,6mila euro nelle fasce d’età comprese tra 80 e 85 anni; di 14mila euro tra 85 e 90 anni; di 12,5mila oltre 90 anni. 





© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie