RIFORMA PENSIONI 2015/ I “buchi” nelle proposte di Boeri e Madia

- Giuliano Cazzola

Nelle ultime settimane è tornato caldo il tema della riforma delle pensioni, con proposte che arrivano da più parti, da Boeri alla Madia. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

Boeri_Tito_PoggioR439 Tito Boeri (Infophoto)

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, continua a ribadire il suo diritto di avanzare delle proposte, avvalendosi del ragguardevole know-how dell’Ente di cui è “solo al comando”. Vista la sua insistenza (che ha causato qualche malumore tra gli addetti ai lavori) c’è da presumere che Boeri svolga un compito affidatogli da Matteo Renzi (“va avanti tu che a me viene da ridere”): prendersi la responsabilità di avanzare soluzioni sgradite e impopolari, consentendo al Governo di  “vedere l’effetto che fa”, senza incappare in crisi di consenso.

Boeri ha un’idea fissa di Boeri: il riconoscimento e la corresponsione di  un reddito minimo a quanti perdono il lavoro nella fascia d’età tra i 55 e i 65 anni. Il ministro Poletti (a nostro avviso contraddicendo quanto aveva sostenuto pochi giorni prima rispondendo a un’interrogazione) ha ammesso, partecipando a un convegno, che questo è uno dei progetti  su cui sta lavorando anche il Governo. 

Non neghiamo che si ponga la questione di tutelare queste persone; ma a noi la soluzione del reddito minimo sembra essere non solo sbagliata, ma antistorica. Tutta la letteratura internazionale sostiene che il prolungamento della vita attiva è un’esigenza imprescindibile in conseguenza degli andamenti demografici che altereranno sempre di più il rapporto tra anziani e giovani e che produrranno i loro effetti sul mercato del lavoro, rendendo necessaria, appunto, una permanenza più lunga degli anziani al lavoro. Il che dovrebbe sollecitare l’esigenza di investire su questa prospettiva (difficile, ma indispensabile) sia sul versante delle politiche attive, sia su quello delle politiche contrattuali, retributive e dell’organizzazione del lavoro, utilizzando le risorse altrimenti impiegate per “rottamare” persone ancora in grado di lavorare. 

Boeri sostiene che, per finanziare il suo progetto, basterebbero 1,6 miliardi su base annua, ovvero l’importo corrispondente a quel “tesoretto'” di cui è incerta persino l’esistenza.  Sarebbe più opportuno, invece, sostituire il reddito minimo con un bonus per chi assume persone over 55enni che hanno perso il lavoro. La somma di 600 euro mensili (secondo Boeri potrebbe essere questo l’ammontare del reddito minimo) sarebbe un contributo interessante per i datori disposti ad assumere lavoratori anziani rimasti disoccupati. 

Non si venga, poi, a parlare di “esodati” (i soggetti incappati nei nuovi requisiti della riforma Monti-Fornero), per i quali sono state predisposte salvaguardie sufficientemente adeguate (tanto che si realizzano dei risparmi rispetto agli stanziamenti previsti). La misura proposta da Boeri riguarderebbe gli “esodandi” dei prossimi anni e si tradurrebbe anche in un incentivo al lavoro sommerso. Infatti, vi sarebbe la corsa a stipulare “patti scellerati” tra datori e lavoratori per assumere “in nero”, aggiungendo soltanto la differenza tra un normale stipendio e l’importo del reddito minimo. Molto meglio potenziare l’Asdi (la prestazione, legata alla prova dei mezzi, prevista nel dlgs n.22 del 2015, in attuazione del Jobs Act Poletti 2.0). Quanto meno, piuttosto che avallare una tesi non dimostrata (e cioè che vi siano ancora tanti “esodati” in difficoltà), sarebbe opportuno attendere gli esiti di quell’iniziativa del Senato che si è proposta, appunto, di verificare direttamente la sussistenza e la consistenza del fenomeno. 

Intanto, in occasione dell’esame del disegno di legge Madia sulla Pubblica amministrazione si torna a parlare della staffetta anziani/giovani che dovrebbe concretizzarsi in un pensionamento graduale.  Per  produrre qualche effetto, le modalità dovrebbero essere più convenienti di quelle inutilmente sperimentate nel passato, perché non è la prima volta (basta ripescare le cosiddette riforme Bassanini) che il legislatore si intrufola in questi tentativi che hanno successo solo nei dibattiti. Dovrebbe esserci una  copertura da parte dello Stato della contribuzione non versata dall’anziano a part-time,  affinché lo stesso non abbia ripercussioni negative sulla propria pensione.  

Ci provò, a suo tempo e in termini generali, il ministro Giovannini, ma trattandosi di  un intervento costoso venne presto accantonato. Anche se questa volta fossero reperite le risorse (cosa piuttosto dubbia),in ogni caso è probabile che un intervento siffatto, come già in passato, continui a ricevere adesioni particolarmente stentate. Per adattarsi alla staffetta, un lavoratore anziano avrebbe bisogno di una motivazione particolarmente forte, come quella di favorire l’ingresso al lavoro di un figlio: operazione certamente non commendevole, ma verificatasi in qualche circostanza nelle Poste. E comunque non consentita nella Pubblica amministrazione.





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