RIFORMA PENSIONI 2015/ E Inps, i numeri “dimenticati” dagli italiani

- Giuliano Cazzola

Al dibattito sempre costante sulla riforma delle pensioni in Italia, ieri si è aggiunta una nuova preoccupazione sui conti dell’Inps. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

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Senza bisogno di scomodare “Un marziano a Roma” di Ennio Flaiano, basterebbe che un semplice funzionario, magari addetto agli affari sociali, di un’ambasciata straniera ricevesse l’incarico dal suo governo di redigere un rapporto sul sistema pensionistico italiano. Il nostro – come prima cosa – seguirebbe con attenzione il dibattito che, con cadenza quasi quotidiana, si sviluppa sui media. Così, un giorno, l’attaché si vedrebbe costretto a mandare in patria un rapporto preoccupato: i pensionati italiani sono in grande difficoltà perché la maggioranza di loro incassa assegni inferiori a mille euro mensili. Trascorso poco tempo la notizia diventa un’altra: il 90% dei pensionati ha rubato la pensione perché si è avvalso del calcolo retributivo, lucrando sui contributi versati, tanto che si pensa di applicare retroattivamente – almeno sulle pensioni più elevate – il calcolo contributivo. I superiori del nostro funzionario chiederebbero ulteriori spiegazioni: “Ma come? Gli italiani hanno approfittato di un meccanismo di calcolo privilegiato, poi fanno lo stesso la fame?”. Si vede – è questa la conclusione logica – che il sistema è in attivo.

“No – preciserebbe il funzionario – proprio oggi (ieri, ndr) il più importante giornale italiano ha pubblicato i conti dell’Inps (un mostro amministrativo/burocratico che ha divorato tutti gli altri enti) da cui risultano deficit importanti in parecchie gestioni, persino crescenti in una prospettiva ravvicinata. Questa volta, però, – proseguirebbe il funzionario – hanno trovato il colpevole. Si chiama Mauro Sentinelli è un ex Dg di una compagnia telefonica e percepisce un trattamento pensionistico di 91mila euro mensili lordi. È lui ‘lo scassinatore dei conti pubblici’. “Ma nel 2011 – ribatterebbero dalla capitale – non fu fatta una riforma che avrebbe dovuto mettere in sicurezza il sistema? Che fine ha fatto? Perché ci sono ancora timori sulla sostenibilità?”.

Risponderebbe a stretto giro di posta, il solerte funzionario: “La riforma tiene. Oggi la spesa pensionistica sul Pil in Italia è pari al 16,5%; senza la legge Fornero sarebbe al 18,3%. A metà secolo, mentre la spesa del paesi dell’Eurozona aumenterà in media di 2 punti, quella italiana diminuirà dello 0,9%”. “Tutto bene allora?”, replicherebbero i superiori. “No. Perché in Italia vogliono cambiare la riforma Fornero sul punto cruciale e strategico dell’età pensionabile, perché sostengono che adesso è troppo rigida”.

Immaginiamo che dopo questo scambio di idee il funzionario sia richiamato in patria per consultazioni. Proviamo noi a ricomporre i pezzi del puzzle. Dove sta il tarlo del sistema? Da anni il bilancio dell’Inps era in precario equilibrio (pur evidenziando spesso un avanzo d’esercizio) per due motivi di fondo: 1) il sostanziale pareggio del fondo lavoratori dipendenti (Fpld) che è l’architrave dell’intero sistema pensionistico italiano. Erano gli ex fondi confluiti (elettrici, telefonici, trasporto locale, ex Inpdai, ecc., il cui disavanzo complessivo, per diversi motivi, è prossimo ai 10 miliardi) a determinare semmai una situazione di squilibrio del Fpld nel suo insieme; 2) i colossali saldi attivi di due gestioni: quella delle prestazioni temporanee (la cosiddetta previdenza minore tra cui la cig, la disoccupazione, le indennità di malattia e maternità, gli assegni al nucleo famigliare); la gestione dei parasubordinati, ovvero i collaboratori e altri, che essendo stata istituita nel 1996 incassa solo i contributi senza erogare, in pratica, ancora pensioni. Queste due gestioni negli ultimi anni hanno assicurato, insieme e nell’ambito del bilancio unitario, un saldo attivo annuo di almeno 12 miliardi, che è servito a coprire i disavanzi delle gestioni pensionistiche in passivo, in particolare quelle dei lavoratori autonomi.

La crisi ha ridotto l’avanzo derivante dagli ammortizzatori sociali, anche se la Gestione delle prestazioni temporanee vanta ancora un attivo di quasi 4 miliardi. Così, la gestione separata – il cui saldo attivo previsto, ora di 11 miliardi – non è più in grado di andare in soccorso a tutti. In tale contesto, è drammatica la situazione delle gestioni dei lavoratori autonomi (coltivatori, artigiani e commercianti) con un disavanzo tra gli 11 e i 12 miliardi. Per queste categorie è già previsto un incremento delle aliquote contributive che migliorerà certamente il flusso delle entrate (senza ripristinare, però, un equilibrio di gestione). Siamo sempre alle solite, tuttavia: si aumentano i contributi fino a renderne insostenibile l’onere, ma non si interviene adeguatamente sulla spesa, nonostante le riforme.

Non si deve fare confusione, poi, tra l’andamento del bilancio Inps e quello della spesa pensionistica. L’Inps ha al suo interno gran parte del welfare, le pensioni, l’assistenza, il mercato del lavoro, le altre politiche previdenziali tranne gli infortuni e le malattie professionali, gli sgravi contributivi. In via di principio non è detto che se il bilancio è in disavanzo vi sia anche uno squilibrio nella spesa pensionistica. Nel 2014, però, anche la spesa assistenziale a carico dello Stato, con un ammontare di 112,5 miliardi, avrà nel 2014 un incremento del 6,6% pari a 7 miliardi rispetto all’anno precedente.

Problemi pertanto ce ne sono, e tanti; anche senza dover scomodare – come si è fatto – quello dei rapporti finanziari tra lo Stato e l’ex-Inpdap, che è stato risolto per il 2015 nella Legge di stabilità, ma che abbisogna di una misura di carattere strutturale.





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