RIFORMA PENSIONI 2015/ Ecco i numeri e i report “contro” la flessibilità

- Giuliano Cazzola

Una riforma delle pensioni all’insegna della flessibilità sembra essere più lontana. GIULIANO CAZZOLA ci spiega perché grazie anche a numeri e report sulla spesa pensionistica

Padoan_DitoR439 Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Il fiume carsico del pensionamento flessibile è tornato a interrarsi nel sottosuolo dell’iniziativa del Governo in vista degli appuntamenti di autunno. Fuor di metafora, è assai improbabile che, in quella sede, vi saranno le condizioni (politiche e finanziarie) per rivedere l’impianto della riforma pensioni Monti-Fornero del 2011 in uno degli aspetti cruciali come quello dell’età della quiescenza, con il pretesto di rendere più flessibili i relativi requisiti reintroducendo, in pratica, quel trattamento anticipato di anzianità di cui l’articolo 24 del decreto salva-Italia ha decretato il superamento.

Nel corso degli ultimi mesi sono state fatte molte promesse sulla riforma delle pensioni che si rivelano difficili da mantenere per tanti motivi. Il governo sembra essersi dato, innanzitutto, altre priorità, tra cui spicca l’abolizione della tassa sulla prima casa. Tra qualche giorno, Pier Carlo Padoan dovrà cominciare a imbastire la Legge di stabilità per il 2016, mettendo in fila gli impegni e le promesse. Sarà necessario, in primo luogo, neutralizzare le clausole di salvaguardia (sottoscritte da questo Governo e dai precedenti) che si presenteranno puntuali come un esattore delle tasse, pretendendo un incremento delle aliquote Iva e delle accise, se non vi saranno le condizioni per “tacitarle” con tagli di spesa. Poi, occorrerà occuparsi dei contratti pubblici e mettere nero su bianco qualche taglio delle imposte come annunciato dal premier; nel medesimo tempo, si dovrà rifinanziare, in una qualche misura, la decontribuzione disposta per un triennio a favore delle assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015, allo scopo di evitare che il controverso aumento dell’occupazione di cui si vanta il Governo si sgonfi alla stregua di una gravidanza isterica giunta al termine.

In tale contesto chi ce lo fa fare di manomettere la riforma delle pensioni del 2011? Già l’Ue ci tiene sotto tiro per il progetto di ridurre l’imposizione sulla casa; di certo, la Commissione non approverebbe una misura che metta in discussione quella “madre di tutte le riforme” (delle pensioni, appunto) che ci ha consentito qualche anno di libertà vigilata. Anche perché non c’è modo – com’è stato eufemisticamente richiesto – di introdurre delle modifiche a “costo zero”. Si tratta di una prospettiva che non esiste, anche se dovessero essere adottate delle rigorose penalizzazioni di carattere attuariale per chi anticipa il pensionamento. In ogni caso aumenterebbe, infatti, il numero dei pensionati e quindi la spesa pensionistica, che è pur sempre la sola spesa pubblica cresciuta durante gli anni della crisi (di 28 miliardi dal 2010 nonostante i tagli) a fronte di una diminuzione – di 24 miliardi – di quella complessiva.

Non a caso in questi ultimi giorni ha preso a circolare anche un documento del Mef sulle tendenze della spesa pensionistica che mette le mani avanti sottolineando i meriti dell’azione stabilizzatrice, non solo della spesa pensionistica, ma di quella pubblica, garantita dalle riforme, lungo uno scenario che si proietta intorno alla metà del secolo. Dopo una fase iniziale di crescita, esclusivamente imputabile alla recessione economica che è proseguita anche nel 2014 – come certifica il Rapporto – la spesa per pensioni, in relazione al Pil, flette gradualmente fino a raggiungere il 15% nel 2027. Negli anni successivi, dopo un quinquennio di relativa stabilità, si apre una nuova fase di crescita che si protrae fino al 2044 dove il rapporto raggiunge il 15,5%. Da qui in poi, il rapporto spesa/Pil scende rapidamente attestandosi al 14,9% nel 2050 e al 13,7% nel 2060, con una decelerazione pressoché costante.

La flessione del rapporto fra spesa pensionistica e Pil, nella prima parte del periodo di previsione, è largamente spiegata dall’aumento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dall’applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo. La successiva fase di crescita, evidenziata nella parte centrale del periodo di previsione, è dovuta all’incremento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati indotto dalla transizione demografica, solo in parte compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento. Tale incremento sopravanza – prosegue il documento – l’effetto di contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. La rapida riduzione del rapporto fra spesa pensionistica e Pil, nella fase finale del periodo di previsione, è determinata dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo che si accompagna alla stabilizzazione, e successiva inversione di tendenza, del rapporto fra il numero di pensioni e il numero di occupati. Tale andamento si spiega con la progressiva eliminazione delle generazioni dei baby boomers e l’adeguamento automatico dei requisiti minimi di accesso al pensionamento in funzione della speranza di vita.

La descrizione degli andamenti di medio-lungo periodo della spesa per pensioni in rapporto al Pil evidenzia – ecco il passaggio-chiave – che il processo di riforma del sistema pensionistico italiano è riuscito, in misura sostanziale, a compensare i potenziali effetti della transizione demografica sulla spesa pubblica nei prossimi decenni. Infatti, come evidenziato in sede internazionale e, in particolare, dalla Commissione europea, l’Italia presenta una dinamica della spesa in rapporto al Pil significativamente più contenuta rispetto a quella prevista per la maggior parte dei paesi esaminati. Infatti, a fronte di un valore della spesa pensionistica in rapporto al Pil che decresce in media, per l’insieme dei Paesi dell’Ue, di 0,2 punti percentuali nel periodo 2013-2060, nel caso dell’Italia il rapporto scende di 1,9 punti percentuali segnalando, pertanto, un rischio assai contenuto in termini di impatto dell’invecchiamento demografico sulla sostenibilità delle finanze pubbliche. Tale andamento, conseguente alle riforme adottate, contribuisce a garantire nel medio-lungo periodo il percorso di rientro del debito pubblico italiano (significativamente più elevato rispetto alla media dei paesi dell’Ue) entro i parametri europei. 





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