IL CASO/ Le tasse che possono creare più di 300.000 posti di lavoro

Per il Centro studi di Confindustria, dal dimezzamento dell’evasione fiscale potrebbero derivare 335mila occupati aggiunti e un +3,1% di Pil. Il commento di GIULIANO CAZZOLA

05.01.2016 - Giuliano Cazzola
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Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha citato, a proposito della lotta all’evasione, un Rapporto presentato nel dicembre scorso dall’autorevole Centro Studi della Confindustria (Csc), diretto da Luca Paolazzi. Nel Rapporto, il Csc ha stimato in una crescita del 3,1% del Pil e in oltre 335mila occupati aggiuntivi il beneficio che deriverebbe dal dimezzamento dell’evasione accompagnato dalla restituzione ai contribuenti, attraverso l’abbassamento delle aliquote, delle risorse recuperate dall’erario. Si tratta, dunque, di cifre considerevoli. 

Il Csc stima che in Italia l’evasione fiscale e contributiva ammonti a oltre 122 miliardi di euro nel 2015, pari al 7,5% del Pil. Al fisco vengono sottratti quasi 40 miliardi di Iva, 23,4 miliardi di Irpef, 5,2 miliardi di Ires, 3,0 miliardi di Irap, 16,3 miliardi di altre imposte indirette e 34,4 miliardi di contributi previdenziali. Secondo l’Istat, il sommerso economico, nel quale prospera l’evasione, è particolarmente elevato nelle altre attività di servizi (32,9% del valore aggiunto del settore), nel commercio, nei trasporti, nei settori dell’alloggio e della ristorazione (26,2%), nelle costruzioni (23,4%) e nelle attività professionali (19,7%). Al contrario, ha una incidenza contenuta nelle attività finanziarie e assicurative (3,5%) e nella manifattura (6,0%). 

Nel confronto europeo, per quanto riguarda il livello di evasione – basato sul tax gap per l’Iva – l’Italia si attesta al secondo posto dopo la Grecia, con un gettito evaso pari al 33,6% di quello dovuto, contro il 16,5% della Spagna, l’11,2% della Germania, l’8,9% della Francia e il 4,2% dei Paesi Bassi. L’elevato livello dell’evasione italiana può essere spiegato sotto tanti aspetti che il Csc elenca nel Rapporto non per ordine di importanza. La percezione di inefficienza della Pubblica amministrazione nell’erogazione dei servizi, unitamente alla diffusa convinzione che molti evadano, le forme e le tipologie di illegalità economica (corruzione), sono molto rilevanti nello spiegare il comportamento così deviante dei contribuenti. 

Il Csc mette il dito poi sull’inadeguatezza dell’amministrazione fiscale nell’effettuare i controlli, mirati a fare cassa e non a contrastare il fenomeno in modo strutturale, tanto che i contribuenti (in misura del 99%) rischiano di subire un controllo una volta solo nella vita. Altri paesi con livelli di evasione molto più bassi e condizioni di contesto più favorevoli si sono dotati di strumenti più efficaci, come emerge da analisi Ocse. Inoltre, vanno segnalate le elevate aliquote fiscali e l’onerosità degli adempimenti, che è massima in termini di numero di pagamenti e di tempo richiesto per assolvere gli obblighi. In più, l’accentuata frammentazione della struttura produttiva, tratto caratteristico del sistema economico italiano, accresce le opportunità di evasione e rende più difficile il compito di controllo delle agenzie fiscali. 

L’anomalia italiana va ricondotta a un capitale sociale inferiore e molto disomogeneo sul territorio. Con un senso dello Stato molto meno sviluppato di quanto sia in nazioni assai meno giovani. Nell’opinione pubblica dal 2008 si è registrato, secondo il Csc, un consenso crescente a favore del contrasto all’evasione, che risulta ora apprezzato dal 60% degli italiani. Quasi un italiano su due (48%) la giudica prioritaria, più della riduzione delle tasse stesse (prioritaria per il 23%), della spesa (15%) o del debito pubblico (12%). Si tratta di un fatto importante, su cui far leva, per operare anzitutto un cambiamento culturale. 

Per sradicare l’evasione occorre, secondo il Rapporto, un’azione capillare di sensibilizzazione così da far comprendere che pagare le tasse è il modo corretto di stare nella comunità. Come accade in altri paesi, sono opportuni programmi educativi per illustrare agli studenti il funzionamento del sistema fiscale e il legame tra tassazione e spesa pubblica. Quali sono le misure da adottare per sconfiggere l’evasione? Per migliorare la tax compliance occorre – afferma il Csc – partire da una maggiore cura nel monitoraggio dell’evasione fiscale, in quanto imprescindibile strumento per valutare la performance dell’azione di contrasto. Ancora, occorre che gli obiettivi e gli incentivi attribuiti e riconosciuti al personale dell’Agenzia delle entrate siano ancorati al rispetto dei principi dello Statuto del contribuente, alla facilitazione dell’esecuzione degli adempimenti fiscali, al contributo alla maggiore competitività delle imprese italiane, all’attrattività degli investimenti in Italia, alla prevenzione e al contrasto dell’evasione e dell’elusione e alla tempestività nell’erogazione dei servizi, compresi i provvedimenti di rimborsi e sgravio. 

Occorre incentivare la trasmissione telematica delle operazioni Iva, sostituendo così l’emissione di scontrini/ricevute fiscali e la diffusione di strumenti elettronici di pagamento. Va fatto un uso integrato delle banche dati, da tenere costantemente aggiornate. Soprattutto, è indispensabile realizzare l’integrazione o l’interoperabilità dell’Anagrafe tributaria con le banche dati di altre amministrazioni pubbliche. Poi, il modello di cooperative compliance va esteso rapidamente alla vasta platea di contribuenti di dimensione medio-piccola. Va riavvicinata l’interpretazione delle norme alla fonte stessa, assegnando un maggior ruolo al Mef. È necessaria, aggiunge il Csc, più specializzazione nei controlli fiscali. Vanno previste, come succede nelle migliori pratiche estere, l’assegnazione a ciascun grande contribuente di un funzionario che sia di contatto con l’amministrazione e l’istituzione di nuclei specializzati nella delicata materia del transfer pricing

Tutto bene, dunque? Resta soltanto da domandarsi perché queste e altre proposte non producono gli effetti sperati. Forse la risposta è più semplice di quanto si creda. Ci sono territori e settori che non sono in grado di operare se non nell’ambito di un’economia connotata da illegalità ed evasione. Tutti lo sanno e lo tollerano, perché, come diceva il vecchio Hegel, ciò che è reale è anche razionale. 

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