RIFORMA PENSIONI 2016/ I rischi da evitare per la previdenza complementare

- Giuliano Cazzola

Si parla tanto di riforma delle pensioni in questo periodo, ma intanto le tante risorse della previdenza complementare, spiega GIULIANO CAZZOLA, attirano diversi interessi

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Il disegno è sempre più evidente ed è rivolto a impiegare le risorse delle forme di previdenza complementare (e delle Casse privatizzate) a sostegno dello sviluppo dell’economia produttiva del Paese. Questa esigenza era già stata avvertita quando – dopo aver aumentato l’imposta sui rendimenti fino al 20% per i fondi e le altre forme e al 26% per le Casse – era stato emanato il decreto ministeriale sul credito di imposta che riduce di nove punti (dal 20% all’11%) l’aliquota sui rendimenti allo scopo di favorire investimenti nell’economia reale (il bonus è di sei punti – dal 26% al 20% – nel caso delle Casse dei liberi professionisti). 

Come se dovesse rispondere a queste istanze, nelle sue “Considerazioni” – il 9 giugno scorso, in occasione della presentazione della Relazione Covip per l’anno 2015 – il presidente Mario Padula ha illustrato il ruolo svolto, in qualità di investitori istituzionali, dai fondi pensione e dalle Casse sul mercato italiano. Considerate nel loro insieme, nel 2015, le forme previdenziali private allocano in Italia circa 71,6 miliardi di euro, pari al 40% del totale degli attivi. Ben 40,6 miliardi sono investiti in titoli di Stato, mentre 22,6 miliardi sono costituiti dalla componente immobiliare (soprattutto per quanto riguarda i fondi preesistenti). Pertanto “la quota destinata al finanziamento delle imprese italiane rimane ancora esigua: 5,8 miliardi di euro, pari al 3,2% delle attività totali, di cui 3,3 miliardi in titoli di debito e 2,5 miliardi in titoli di capitale”. 

Per quanto riguarda invece le Casse – i dati sono del 2014 -, le attività complessivamente detenute ammontano, a valori di mercato, a 72 miliardi di euro. La quota più cospicua è investita in titolo di debito, pari a circa 22 miliardi di euro (corrispondenti a oltre il 30% del totale); di questi il 70% è costituito da titoli governativi. Gli investimenti nell’economia italiana superano quelli effettuati all’estero (rispettivamente 33 miliardi contro poco più di 25 miliardi). Con riferimento alla composizione degli investimenti “domestici”, la parte più rilevante è rappresentata dal settore immobiliare, seguita da quella destinata ai titoli di Stato. I titoli emessi da imprese italiane si devono accontentare di 2,6 miliardi di cui 1,5 miliardi per quelli azionari. Il “tesoretto” è allora appetibile, se fosse operata una sua diversificazione verso l’economia reale. 

Non si devono dimenticare, però, la natura e le finalità del risparmio previdenziale, chiamato a svolgere la sua funzione nel lungo periodo, allo scopo di concorrere ad assicurare una tutela pensionistica ai lavoratori. Si tratta di risorse che non possono correre i rischi insiti nel mercato dei capitali e nell’attività produttiva del sistema delle imprese. È possibile, allora, realizzare quella “quadratura del cerchio” – assicurare cioè rendimenti stabili attraverso investimenti nell’economia reale – che finora non si è verificata nella gestione di attività finanziarie tanto significative, come quelle accumulate dai fondi e dalle Casse? 

Il presidente Padula ha messo le mani avanti, sottolineando che “lo spettro degli strumenti finanziari disponibili per l’investimento in titoli di imprese nazionali, essenzialmente di piccole e medie dimensioni, appare oggi non pienamente adeguato rispetto alle esigenze delle forme previdenziali di redditività e diversificazione”. Il che porta ad auspicare “un progressivo potenziamento dell’offerta di appropriati strumenti finanziari”. Tanto più che, secondo la Covip, sta emergendo un’altra priorità: quella di ampliare ad altri settori – in particolare alla sanità – l’intervento della previdenza privata per conseguire una visione complessiva del welfare integrativo. 





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