REFERENDUM CGIL/ Jobs Act, voucher, appalti: cosa succede se si vota?

Oggi la Corte Costituzionale esamina i tre referendum presentati dalla Cgil. GIULIANO CAZZOLA ci aiuta a capire il contenuto dei quesiti proposti e la conseguenza di un voto su di essi

11.01.2017 - Giuliano Cazzola
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Susanna Camusso (Lapresse)

“Questa è proprio follia, ma non senza un metodo”. Così il cortigiano Polonio commenta la pazzia del principe Amleto. Bene. Nei tre quesiti referendari (licenziamenti, voucher, appalti) promossi dalla Cgil, sui quali la Consulta si pronuncerà oggi, purtroppo ci sono solo palesi tracce di follia, senza un briciolo di metodo. Secondo le previsioni (peraltro molto incerte), due quesiti (quelli su voucher e responsabilità negli appalti) saranno dichiarati ammissibili, il terzo probabilmente no, dal momento che contiene più domande e la sua approvazione determinerebbe non già la semplice abrogazione di talune norme, ma la promozione – con la tecnica del “taglia e cuci” del testo dell’articolo 18 “novellato” dalla legge n.92/2012 – di una nuova disciplina del licenziamento individuale. Ma le questioni di natura giuridica sono ormai nelle mani dei giudici delle leggi. 

È il caso, invece, di sottolineare gli effetti economici, sociali e occupazionali che l’eventuale approvazione dei quesiti da parte degli elettori produrrebbero nella vita concreta delle imprese e di conseguenza dei lavoratori. Ciò, perché se si andasse a votare per tutti tre i quesiti gli italiani – come hanno fatto in passato in circostanze analoghe – farebbero bene a non recarsi alle urne evitando così il raggiungimento del quorum necessario per la validità della consultazione. 

Partiamo dalle conseguenze che avrebbe l’approvazione del quesito in materia di licenziamenti. Sarebbe abrogato, innanzitutto, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Che cosa succederebbe, allora, dei contratti che sono stati stipulati secondo quanto previsto dal dlgs n.23 del 2015 che pure ha rappresentato un fattore di stabilizzazione del lavoro? Non viene il dubbio che, in attesa del referendum, le aziende non solo non assumerebbero più, ma ricorrerebbero al licenziamento degli assunti dopo il 7 marzo 2015, proprio per poter utilizzare una procedura più flessibile, prima di vedersi piombare addosso la vecchia disciplina, vigente la quale, forse, non avrebbero mai assunto? Ma l’aspetto più inaccettabile è un altro: la reintegra viene estesa alle aziende e ai datori che occupano più di 5 dipendenti (anziché 15 come è sempre stato). Il che significherebbe non solo cambiare le regole del recesso per centinaia di migliaia di imprese (e milioni di lavoratori), ma fare della struttura produttiva del Paese un corpo ingessato, un campo minato da cui fuggire lontano. 

Ma di questo quesito si è parlato molto; meno degli altri. Quello sui voucher è tornato alla ribalta quando si è scoperto che anche il sindacato pensionati della Cgil di Bologna ne fa uso per retribuire i propri attivisti. Come reazione, la Confederazione di Susanna Camusso ha minimizzato (come disse Palmiro Togliatti, “anche nella criniera di un nobile destriero si possono nascondere dei pidocchi”), ma il fenomeno è sicuramente più esteso. Del resto, sono stati gli stessi dirigenti di quel sindacato ad ammettere che, in mancanza dei voucher, non saprebbero come pagare quelle prestazioni (non troppo) occasionali. Tanto che l’assessore al lavoro della Regione Emilia Romagna, Patrizio Bianchi, ha dichiarato con onestà intellettuale che: “Sui voucher è meglio non buttare il bambino con l’acqua sporca. I voucher sono nati come alternativa al lavoro nero per interventi particolari di natura straordinaria e non ripetitiva […]. Se non ci saranno più i voucher – ha proseguito – bisognerà pensare a uno strumento del genere per disciplinare quel tipo di prestazioni: l’alternativa altrimenti è il lavoro nero”. 

Della medesima opinione è Marco Leonardi, componente del brain trust della Presidenza del Consiglio, il quale ha illustrato e commentato (su Formiche) anche delle eventuali proposte di modifica, indicandone i pro e i contro. Le misure per restringere il campo dei voucher – scrive Leonardi – potrebbero essere in ordine di severità: 1) Restringere i limiti di 7mila euro per lavoratore (e 2mila euro per committente verso un singolo lavoratore, quest’ultimo vincolo è quello più efficace): potrebbe essere un segnale, ma servirebbe a poco perché abbiamo visto il 93% dei voucheristi sta già sotto i 2mila euro di voucher all’anno. 2) Agire amministrativamente per ridurre il periodo di validità dei voucher (ora un anno) e la possibilità di rimborso per quelli non utilizzati a 6 mesi. Inserire, inoltre, il sistema di tracciabilità direttamente nel sistema online Inps di attivazione del voucher in modo da rendere la tracciabilità più efficace. 3) Vietarne l’uso nel settore pubblico e nella stessa azienda dove il prestatore ha un altro contratto precedente. Questi casi segnalano l’abuso di un datore che paga un lavoratore in parte con un contratto e in parte con voucher per risparmiare. 4) Proibirne l’uso in edilizia dove c’è effettivamente l’odiosa pratica di comprare il voucher per avere la copertura Inail nel caso di incidenti. Il voucher si compra come il biglietto del tram e si tiene in tasca finché non sale il controllore. Se arriva un’ispezione o c’è un incidente si attiva il voucher e c’è la copertura Inail. Questa pratica dovrebbe già essere impedita dalla tracciabilità, vietarne l’uso in toto in edilizia (che comunque conta solo per meno del 3% dei committenti di voucher) potrebbe avere l’effetto negativo di far tornare nel nero molto di quel lavoro che comunque oggi per effetto del voucher, e comunque per un periodo limitato di ore (massimo 2mila euro l’anno), è coperto da assicurazione Inail. In edilizia i peggiori abusi avvengono con la falsa partita Iva non con il voucher. 

Fino a qui, i voucher. Non si parla mai del quesito relativo alla disciplina degli appalti che la Cgil giustifica in questo modo: “L’abrogazione delle norme che limitano la responsabilità solidale degli appalti vuole difendere i diritti dei lavoratori occupati negli appalti e subappalti coinvolti in processi di esternalizzazione, assicurando loro tutela dell’occupazione nei casi di cambi d’appalto e contrastando le pratiche di concorrenza sleale assunte da imprese non rispettose del dettato formativo. L’obiettivo è rendere il regime di responsabilità solidale omogeneo, applicabile in favore di tutti i lavoratori a prescindere dal loro rapporto con il datore di lavoro. Ripristiniamo la responsabilità in solido tra appaltante e appaltatore, garantiamo la stessa dignità a tutti i soggetti che, direttamente o indirettamente, contribuiscono alla crescita aziendale”. 

Andando a leggere il quesito, invece, si capisce che ormai siamo alle comiche finali. È la prima volta, infatti, che un sindacato vuole precludersi per via referendaria l’esercizio di un potere contrattuale riconosciutogli dalla legge (che nessuno lo obbliga a esercitare). Vediamo, infatti, quali sono le frasi da cassare nel comma 2 dell’articolo 29 del dlgs n.276/2003 (e successive modifiche e integrazioni): “Salvo diversa disposizione dei contratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative del settore che possono individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti”. 

L’altra norma “maledetta”, da espungere secondo la Cgil, riguarda la possibilità riconosciuta al committente di escutere il patrimonio dell’appaltatore e dei subappaltatori prima di rispondere solidalmente in proprio. La cosa tragica è che, a sostegno di questi “misfatti”, sono stati coinvolti ben 3,3 milioni di sottoscrittori.

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