POLITICA & GIUSTIZIA/ Se i magistrati continuano a parlare troppo (e troppo poco)

- Stefano Bressani

Negli ultimi giorni sembra emergere o un eccessivo interventismo o, viceversa, un forte riserbo, da parte della magistratura a livello mediatico

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(LaPresse)

Caro direttore,

il presidente della Corte costituzionale, Gianfranco Coraggio, ha colto l’occasione della presentazione della Relazione annuale per una lunga conferenza stampa, nella quale si è espresso su tutto o quasi: sul Ddl Zan e sulla riforma della prescrizione, sul “green pass” in era Covid e sul blitz del Governo contro i terroristi latitanti in Francia. Il “quasi” rimasto fuori – almeno stando alle cronache – è stata la grave crisi della magistratura e del Csm, che secondo un vasto schieramento politico meriterebbe una commissione parlamentare d’inchiesta.

Se Coraggio non ha mancato – per la verità –  di sollecitare “meno show” a Pm e giudici, nelle  stesse ore il gup di Catania, Nunzio Sarpietro, ha rilasciato interviste a caldo e a testate unificate sul proscioglimento del vicepremier Matteo Salvini nel caso Gregoretti. Come se al termine di una partita di calcio, il risultato fosse commentato principalmente dall’arbitro (nel caso specifico un “super-arbitro”).

Non passa giorno, intanto, che qualche prestigioso ex procuratore (Edmondo Bruti Liberati, Giancarlo Caselli, Armando Spataro e Giuseppe Pignatone, oggi Promotore di Giustizia della Santa Sede) non critichino questo o quel versante del progetto di riforma della giustizia: messo in cantiere dal Governo Draghi per sostenere il Pnrr in sede Ue e contrastare la paurosa caduta di credibilità della magistratura seguita al “caso Palamara”. Che a due anni dallo scoppio è diventato più grave e grottesco dopo l’esplosione del “caso Amara-Davigo”,

I magistrati continuano a parlare-parlare-parlare. Occupano la scena mediatica su ogni lato, spesso con toni perentori: gli stessi di Antonio Ingroia, che – da pm in carica – rivendicava all’ordine giudiziario il ruolo ultimo di “correttore degli errori della democrazia”. Inquirenti e giudici danno ormai per scontato un permanente diritto d’ingerenza nell’attualità politica e nell’attività degli altri due poteri dello Stato, Parlamento e Governo. Rispetto ai quali il potere giudiziario è certamente dichiarato autonomo dalla Costituzione: ma per svolgere il proprio lavoro specifico di “produttore di giustizia” nella Repubblica, non per competere in modo strutturale con il lavoro politico del potere legislativo (in cui risiede la sovranità democratica elettiva) e del potere esecutivo, che risponde esclusivamente al Parlamento.

A trent’anni dall’identificazione del “potere di esternazione” che venne di fatto riconosciuto al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nelle vesti di “Picconatore”, nell’era dei social media è forse inevitabile che anche il presidente della Corte costituzionale si senta in diritto di affermare che una la legge contro l’omotransfobia è “opportuna”,  proprio quando il Parlamento si sta avvicinando al voto. Ma il presidente della Consulta in quanto tale questo diritto, a rigore, non ce l’ha, anzi avrebbe il dovere di astenersi dal giudicare a mezzo stampa progetti di legge in discussione in Parlamento o singoli atti del governo in carica.

A  termini di Carta e di leggi vigenti, il delicato potere “fondativo” della Consulta è e resta quello di esprimersi sulla costituzionalità di una norma di legge in vigore in sede di applicazione, su istanza presentata – e accolta – da parte di qualche soggetto della Repubblica legittimato a farlo. Può e deve esprimersi, la Corte, attraverso sentenze motivate su quesiti ammessi. Solo così può “parlare”: solo così ha il potere (legittimo) di “correggere gli errori della democrazia”, entro principi e con strumenti previsti dalla Costituzione. Si ha forse notizia di un justice della Corte Suprema Usa intervenuto a caldo, a titolo personale, sulla proposta del presidente Joe Biden di sospendere i brevetti sul vaccino Covid?  I nove della Corte di Washington, nel caso, si esprimeranno collettivamente (a maggioranza) su un ricorso eventuale di Big Pharma, prevedibile se ci sarà un executive order della Casa Bianca. E i titolari dei brevetti sospesi avranno diritto a un giudizio costituzionale autenticamente “terzo” e non “preannunciato” in alcun modo. Fondato sull’analisi giuridica delle norme in vigore, non sullo spirito politico del tempo (che invece va per definizione a ispirare legislatori e governanti).

Il primo che dovrebbe astenersi dall’esprimere valutazioni fuori dalle procedure di legge è comunque sempre il giudice di merito: che abbia appena deliberato su un risarcimento danni automobilistico oppure sull’operato di un vicepremier su un primario fronte politico nazionale o internazionale. Per tutti i magistrati motivare la sentenze è  un dovere d’ufficio: da compiere anzitutto predisponendo motivazioni in tempi definiti e ragionevoli. Non i molti mesi o anni che sono divenuti prassi operativa nell’intera amministrazione della giustizia italiana: meritando così critiche pressanti all’intero sistema-Paese in sede Ue.  In un Paese normale – in un effettivo stato di diritto – i tempi di deposito degli atti di una pronuncia dovrebbero essere regolati: non lasciati all’arbitrio pericoloso delle stesse “orologerie” politico-giudiziarie che contraddistinguono a monte troppe inchieste.

Che la giustizia italiana abbia ormai consolidato le sembianze di un reality è stato invece confermato anche negli ultimi giorni. Com’era prevedibile il clamoroso racconto-verità di Luca Palamara sul “Sistema” si è rivelato esso stesso un momento operativo del “sistema”. Che sembra procedere inalterato nei suoi riti, mescolando semmai sempre di più realtà e mediaticità. Il libro rimane – quattro mesi dopo l’uscita – il best seller italiano del 2021, ma avrebbe già bisogno di una robusta “riedizione accresciuta”. Il “caso Amara-Davigo” – scoppiato sul controverso leak di ancor più controversi verbali giudiziari di un oscuro legale faccendiere – è deflagrato  a valle del processo Eni-Nigeria: concluso con una clamorosa sconfitta della Procura di Milano, che accusava di reati corruttivi i vertici del colosso petrolifero. E ogni giorno che passa è sempre più diffusa l’impressione che il polverone sia stato sollevato attorno all’ormai prossima successione del procuratore capo Francesco Greco.

L’ultimo “eroe” del pool di Mani Pulite andrà in pensione a fine anno. E la sua uscita di scena sembra già segnare la conclusione di una lunga stagione politico-giudiziaria: inaugurata proprio dalla Procura ambrosiana quasi trent’anni fu. Data allora l’inizio dell’anomala ascesa della magistratura al rango di “primus” fra i tre poteri dello Stato. È stata varata in quegli anni al palazzaccio di Milano la “riforma istituzionale di fatto” che ha realizzato la turbolenta transizione fra Prima e Seconda Repubblica. E trent’anni dopo il superamento di quella fase è ancorata a un gioco di carriere ed è nelle mani del Csm “qui e ora”. Un autogoverno resistente a ogni tentativo di riforma e non disinquinato delle dinamiche correntizie interne a  6.500 magistrati italiani: fra ambizioni personali, simpatie politiche, riflessi corporativi

Nel verosimile guado fra Seconda e Terza Repubblica  il progress principale del “caso Palamara” resta intanto esemplare.  Da un lato, a distanza di due anni dai fatti originari, sono ancora lontani dalla conclusione sia il percorso disciplinare interno al Csm (al netto della cruenta espulsione dalla magistratura dell’ex presidente dell’Anm), sia l’inchiesta penale da parte della Procura di Perugia, oggi pilotata dall’ex capo dell’Anac, Raffaele Cantone. Ma nel frattempo la vicenda sostanziale –  riguardante la guida della Procura di Roma – è già fuggita in avanti lungo i percorsi di sempre.

Nel 2019 complesse manovre dentro e nei dintorni del Csm portarono alla promozione a Palazzo Clodio del vice di Pignatone, Michele Prestipino: come esito dell’azzeramento – estremamente opaco e controverso – di tutte e tre le principali candidature per il ruolo di capo della maggiore procura nazionale. Il lizza al Csm c’erano il procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, il procuratore capo del capoluogo toscano, Giuseppe Creazzo, il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi. Tutti e tre hanno poi presentato ricorso al Tar, che ha riconosciuto l’illegittimità della nomina di Prestipino, sulla base dei titoli presentati. Csm e Procura di Roma sono ricorsi a loro volta al Consiglio di Stato.

Nei giorni scorsi, poco prima della pronuncia, il presidente dello stesso Consiglio di Stato Luigi Patroni Griffi si è ritrovato indagato per “induzione indebita” da parte della stessa Procura romana: sulla base di un “leak” dai verbali di Pietro Amara riguardanti la fantomatica “loggia Ungheria” e concernenti fra l’altro una presunta raccomandazione di Patroni Griffi al controverso legale-faccendiere.

Sei giorni fa Il Consiglio di Stato ha infine ribadito le ragioni di Viola e Creazzo contro la nomina di Prestipino. Creazzo tuttavia, poche ore dopo  ha annunciato a sorpresa di volersi collocare anticipatamente a riposo dopo essersi ritrovato sotto processo disciplinare presso il Csm: per una denuncia di molestie sessuali presentata da una Pm di Palermo. Il capo della procura siciliana, Lo Voi, attendeva dal canto suo a giorni la pronuncia del Consiglio che lo riguardava e che tutti aspettavano a suo favore contro Csm e Procura di Roma. Ma dopo che Creazzo ha gettato la spugna, Lo Voi si è reso protagonista di un’ennesima mossa a sorpresa: d’intesa con l’Avvocatura dello Stato (che rappresenta il Csm) ha chiesto e ottenuto dal Consiglio di Stato il rinvio della pronuncia all’8 luglio.

L’effetto oggettivo è un ulteriore ritardo a dopo l’estate della riapertura in Csm del dossier sulla Procura di Roma: che nell’immediato tornerebbe probabilmente a vedere favorito Viola su Lo Voi. In autunno, invece, la scelta per la capitale si ritroverà associata alla selezione per la Procura di Milano: cioè nella cornice più consona alle logiche del “Sistema” descritto da Palamara, che nel suo libro è prodigo di casi concreti. Nel frattempo il “piatto” del Csm si arricchirà di nuove nomine di primo livello: quella per la Procura nazionale antimafia (liberata per limiti di età da Federico Cafiero de Raho) e per la Procura generale di Palermo, finora coperta da Roberto Scarpinato. Sarà interessante vedere l’esito del risiko: che nel “Sistema Palamara” maturava puntualmente in pranzi o cene variamente assortiti fra capi-corrente al Csm e/o capi dei grandi uffici giudiziari (il nodo più controverso dell’inchiesta di Perugia è l’esistenza o meno dell’intercettazione di una cena che vedeva presenti Palamara e Pignatone).

Di tutto questo i magistrati – di ogni ordine, grado, età – parlano sempre troppo poco. O mai. E non vogliono mai che altri ne parlino.

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