Ideologia, una vecchia pretesa che rinasce

- Giorgio Vittadini

I valori da difendere non possono limitarsi solo al diritto al lavoro, a un’esistenza dignitosa, all’uguaglianza di fronte alla legge, ma devono comprendere anche il diritto alla vita di qualunque essere umano (il cui valore è misterioso e superiore ad ogni manipolazione e riduzione), all’inviolabilità contro ogni violenza e terrorismo, alla libertà di educazione, alla libertà di scelta dei servizi alla persona che rispetti concezioni e tradizioni diverse, alla libertà di intrapresa economica diffusa. La politica non deve permettersi di violare questi santuari della civiltà, pretendendo di concepire e attribuire “felicità” totali o parziali, ma deve aiutare la persona e i corpi sociali a sperimentare e vivere queste dimensioni che appartengono loro. Per questo non può che esercitare l’arte del compromesso tra le diverse posizioni autolimitando la sua sfera di influenza, muovendosi secondo metodi e scopi sussidiari e riformisti.

Si riaffaccia di nuovo sulla scena politica un argomento nello stesso tempo inquietante e grottesco: la pretesa di dare la felicità agli uomini o, che è lo stesso, l’aspirazione a che “la vita diventi consapevole programma di governo”. Con toni inquietanti alcuni interventi sui più importanti quotidiani hanno inneggiato a iniziative del tutto diverse nel contenuto e nel metodo, quali la generalizzazione della analgesia epidurale, il ricorso alla pillola Ru-486, l’apertura sui Pacs per le coppie omosessuali, la sconfessione del trattato europeo sul divieto di ricerca sulle cellule embrionali, la generalizzazione di cure palliative anti-dolore, il testamento biologico che permetta il rifiuto delle cure… e chi più ne ha, più ne metta.
Tali interventi si prestano a più di una considerazione. Innanzitutto si nota l’enorme confusione tipica di chi non è abituato a guardare la realtà, ma vive di ideologia e pregiudizio: cosa c’entrano il progredire di cure mediche con argomenti “caldi” sul piano morale e politico che dovrebbero essere trattati con cautela e senso della misura, qualunque sia la propria posizione morale e politica?
E’ tipico non solo di un approccio religioso e aperto al reale, ma anche di una visione realmente scientifica – amante della verità e attenta a un autentico pluralismo -, saper distinguere e guardare ogni particolare con prudenza e realismo, verificare le ipotesi sul reale, muoversi secondo piccoli passi, tipici di chi sa che la ricerca di una verità, anche su aspetti relativi, è difficile e lenta. Non basta fare affermazioni teoriche e non giustificate, parlando di “una politica che guarda alla vita con partecipazione e umana pietas, non identificandosi con il paternalismo o l’imposizione” (Stefano Rodotà, La Repubblica 7 giugno 2006), se poi quella stessa politica trae conseguenze che danneggiano la vita che a parole si vuole difendere.
Non ci sarebbe di che preoccuparsi – sono gli stessi personaggi che sulla privacy ci hanno riempito di moduli e procedure inutili per poi lasciare libero campo ad uno spionaggio telefonico da guardoni di rotocalco e dittature da Stato libero di Bananas -, se non fosse che alcuni politici ed esponenti dell’attuale maggioranza – i peggiori nemici del loro stesso governo – sono presi dalla medesima tentazione. E non è un caso: anch’essi rosi da ideologie vetero-comuniste e tardo-illuministiche pensano che il loro scopo sia quello di far fuori quella visione antropologica tipica della civiltà occidentale, per cui vi sono valori inviolabili da rispettare e accettare, su cui la politica non può e non deve permettersi di entrare.
Questi valori non possono limitarsi solo al diritto al lavoro, a un’esistenza dignitosa, all’uguaglianza di fronte alla legge, ma devono comprendere anche il diritto alla vita di qualunque essere umano (il cui valore è misterioso e superiore ad ogni manipolazione e riduzione), all’inviolabilità contro ogni violenza e terrorismo, alla libertà di educazione, alla libertà di scelta dei servizi alla persona che rispetti concezioni e tradizioni diverse, alla libertà di intrapresa economica diffusa.
La politica non deve permettersi di violare questi santuari della civiltà, pretendendo di concepire e attribuire “felicità” totali o parziali, ma deve aiutare la persona e i corpi sociali a sperimentare e vivere queste dimensioni che appartengono loro. Per questo non può che esercitare l’arte del compromesso tra le diverse posizioni autolimitando la sua sfera di influenza, muovendosi secondo metodi e scopi sussidiari e riformisti.
In questa direzione può andare il contributo di uomini illuminati di questo governo e maggioranza. Innanzitutto aiutando a capire che non è intervento umanitario ridurre il dramma dell’aborto con l’ingestione di una pillola, far fuori vite indifese in nome di una falsa libertà di ricerca scientifica, infischiarsene della volontà popolare referendaria in materia di fecondazione, confondere l’accanimento terapeutico con l’eutanasia.
E’ utile che anche i giacobini si arrendano al fatto che non è la Bibbia ad aver inventato il dolore. Esso è un aspetto della condizione umana, che giustamente una civiltà cerca sempre di lenire e affievolire. Ma quando la politica cerca di eliminarlo per decreto, l’esito non può che essere quello della Rupe Tarpea e dello Stato etico con dolori e violenze nel tempo ben peggiori…



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