Il processo a Tariq Aziz, segno della mancata pacificazione nazionale irachena

- Gianluca Ansalone

Il processo all’ex vice di Saddam Hussein, il cristiano Tariq Aziz, pone fine ad una stagione politica, aprendo il sipario sul teatro del multiconfessionalismo in Iraq

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Nell’Iraq sempre più fuori controllo, simbolo di una difficile transizione geopolitica dell’area mediorientale, si aprirà a breve il processo all’ex Vice di Saddam Hussein, il cristiano Tariq Aziz. Noto alle cronache politiche degli anni ’90 per essere stato il negoziatore privilegiato dall’Occidente, l’anima ragionevole e diplomatica di un Paese che scivolava sempre più verso lo status di “canaglia”, Aziz è tra i rappresentanti di spicco della piccola comunità cristiana irachena. Già negli anni ’80 e ’90 era considerato un privilegio per un cristiano poter servire ai vertici più alti dell’establishment politico di un Paese islamico così rilevante come l’Iraq. Ma questo dato rivelava con forza la natura a-confessionale di un esperimento politico, guidato dal partito socialista Ba’ath, tra i più moderni che potessero contarsi nel Medio Oriente arabo-islamico. Oggi, quindi, il processo ad Aziz non è solo la conclusione di una parabola politica, ma pone con forza il problema degli equilibri confessionali e della recrudescenza identitaria in Medio Oriente.

L’ex capo negoziatore iracheno si era spontaneamente consegnato alle forze americane nel 2003, pochi giorni dopo la caduta di Baghdad. Oggi è accusato di aver ordinato il massacro di una quarantina di commercianti nel 1992, rei di aver speculato sul mercato nero mentre il Paese era sotto embargo dell’ONU a seguito dell’aggressione al Kuwait decisa da Saddam Hussein. I legali di Aziz hanno dichiarato che dimostreranno l’estraneità dell’ex leader del Ba’ath al massacro, mentre il figlio Ziad, dal suo esilio in Giordania, dichiara che questa decisione rimanderebbe alla volontà di non consentire a Tariq Aziz di beneficiare dell’amnistia che il governo di Baghdad sta per varare nei confronti di tutti quei detenuti che, nell’ultimo anno, sono rimasti in carcere senza processo.

Al di là delle implicazioni giudiziarie e legali, rimangono alcune considerazioni prettamente politiche che vanno prese in esame. Prima fra tutte il ruolo delle religioni e delle confessioni in Iraq. E’ in atto, con tutta evidenza, una guerra civile nel Paese, con una forte matrice identitaria e religiosa. Nella lotta per la primazia messa in campo dalle fazioni sunnite, sciite e curde, a farne le spese sono soprattutto le minoranze religiose che, storicamente, molto hanno regalato ai fasti e agli splendori della storia recente del Paese: drusi, cristiani assiri, ebrei, armeni. Senza contare che quella islamica è una vera e propria galassia, fatta di micro-fazioni in lotta per il controllo di fazzoletti di territorio, come ben dimostra la recente battaglia di Bassora. Il secondo punto rimanda alla perpetua situazione di fragilità delle istituzioni. Il governo di Al-Maliki è incapace, per ora, di mantenere l’ordine e la sicurezza nel Paese. La strategia americana è cambiata solo negli ultimi mesi, con la nuova dottrina messa in campo dal Generale Petraeus, che ha riportato i soldati fuori dalle caserme per dare manforte ai poliziotti iracheni. E’ però ancora distante una situazione di stabilità e di ripristino della legalità, precondizioni per un ritorno ad una vita civile. In tale scenario, si torna a parlare insistentemente di federalismo e di una suddivisione amministrativa ben marcata tra le tre aree dell’Iraq: una zona curda a nord, una a maggioranza sunnita nel centro ed una, infine, sciita nel sud. Terzo punto di vulnerabilità è quello della mancata pacificazione nazionale. Il sentimento prevalente è quello del revanchismo delle mille fazioni e dei gruppi che nella lunga reggenza di Saddam Hussein hanno visto mortificato o marginalizzato il loro ruolo. Il processo a Tariq Aziz ne è una dimostrazione. Così come ne fu una prova il processo e l’impiccagione dello stesso Saddam Hussein e la fine di tutta la sua dinastia, a cominciare dai due figli.

Occorre quindi una grande strategia di carattere politico, ma al contempo un’opera di pacificazione nazionale, che vada oltre le vendette incrociate ed il pernicioso regolamento di conti. Solo così l’Iraq potrà ritrovare un nuovo assetto e la prospettiva di un futuro, nella speranza che Tariq Aziz non venga giustiziato e che il suo ruolo storico sia di auspicio anche per i nuovi equilibri confessionali.

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