FEDERALISMO/ I risparmi e i vantaggi che porterà la riforma fiscale

- Luca Antonini

È sotto l’esame del Governo il disegno di legge delega sulla riforma in chiave federalista del fisco. Secondo Luca Antonini sono diversi i punti positivi del documento che rappresenta un’efficace sintesi dei migliori risultati generati dal confronto fra le varie istituzioni politiche e sociali nel corso degli ultimi anni

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Il disegno di legge delega esaminato dal Governo rappresenta l’attuazione costituzionale dei principi fondamentali di coordinamento necessari a definire l’impianto del federalismo fiscale. È su questo impianto che il Parlamento deve pronunciarsi dicendo se è d’accordo o meno. Nel merito l’impianto non è né un’improvvisata né un pasticcio, perché riprende il meglio del confronto serrato che, in diverse sedi e luoghi, è stato sviluppato in questi anni.

Dal 2003 al 2005 c’è stato il lavoro dell’Alta Commissione, nella scorsa legislatura si sono avviati diversi incontri di lavoro e nel 2007 è stato approvato un disegno di legge. Questo percorso ha offerto alle Regioni l’occasione di maturare una comune e fondata presa di posizione. Anche tenendo conto dei numeri si è arrivati ad un documento approvato all’unanimità dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni. Il disegno di legge esaminato dal Governo nei giorni scorsi porta a sintesi queste elaborazioni e le traduce in un impianto di attuazione costituzionale che contiene anche principi innovativi. Ad esempio, la perequazione in base al costo standard è una soluzione bipartisan perché era stata accolta anche dal ddl Prodi. Porterà indubbiamente ad un risparmio, perché il finanziamento in base alla spesa storica finanzia i servizi e insieme l’inefficienza, mentre il costo standard finanzia solo il servizio.

Oggi siamo nella situazione peggiore. Lo Stato non si ridimensiona: dal 1997 ad oggi i dipendenti dello Stato centrale sono aumentati di 100mila unità, secondo quanto ha messo in evidenza la Corte dei Conti. Eppure dal 1997 ad oggi c’è stato un forte decentramento amministrativo e legislativo: la Bassanini del 1997 e nel 2001 la riforma costituzionale del Titolo V.

Le Regioni e gli Enti locali non si responsabilizzano. L’ultima finanziaria Prodi ha assegnato oltre 8 miliardi di euro a cinque regioni del Sud in extra-deficit sanitario. Un esercizio utile è quello di andare a leggere le relazioni della Corte dei Conti relative a queste Regioni: macchine per la risonanza magnetica comprate e non collaudate, quindi inutilizzate; indennità specifiche assegnate invece a tutti, etc.

Oppure, su un altro versante, il costo medio per bambino riguardo agli asili è 16.000 euro in certe città, mentre è 7.000 euro a Modena, città premiata a livello internazionale per le sue strutture.

In altre parole, la situazione peggiore è quella attuale: un federalismo legislativo e amministrativo con un sistema di finanza derivata, con ripiani a piè di lista, una disastrosa incompiuta che fa esplodere la spesa

Così è esplosa la spesa. Oggi gli insegnanti di sostegno sono il 10% degli insegnanti, ma i disabili non sono il 10% degli italiani. Oppure: la spesa per invalidi è quasi raddoppiata negli ultimi anni per effetto del decentramento senza federalismo fiscale.

È quindi certo che il passaggio al finanziamento in base al costo standard porterà ad un risparmio.

Altro punto qualificante del ddl governativo è la valorizzazione dell’autonomia. Non produrrà una selva di tributi, perché se si cancellano i trasferimenti e si traducono in autonomia impositiva questo passaggio è destinato a creare meccanismi virtuosi. In altre parole, una Regione anziché fare bandi a pioggia per destinare le risorse trasferite dallo Stato, potrà decidere sconti di imposta (per intenderci, vedi le leggi Tremonti regionali di detassazione degli investimenti produttivi).

Nel disegno di legge si prevede poi un coordinamento orizzontale fra le Regioni e Enti locali: una specie di controllo fra pari, in modo da favorire un interesse comune ad un buon uso delle risorse.

Così come importante è la previsione di premi per le gestioni virtuose e sanzioni – fino al “fallimento politico” – per quelle inefficienti.

È su questa ossatura e su altri passaggi fondamentali che il Parlamento è chiamato a misurarsi. Una volta condiviso questo impianto si potrà arrivare alla declinazione puntuale dei principi attraverso i decreti legislativi, che saranno elaborati con l’intervento soprattutto della commissione paritetica sulla base di dati condivisi.

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