SCENARIO/ Che farà ora Bersani isolato dai giustizialisti di piazza?

- Paolo Franchi

È senz’altro il momento di dare un giudizio su questa primissima fase della nuova segreteria del Pd. Gli impegni assunti durante la competizione interna sembrano ancora un’utopia e i problemi sono ancora tutti sul tavolo. VOTA IL SONDAGGIO

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Pierluigi Bersani

Di Pier Luigi Bersani a me piace soprattutto il realismo, un realismo nutrito assieme di passione e disincanto. Senza una forte dose di passione, non gli sarebbe neanche passato per la testa di correre per la segreteria di un partito che, su questo Francesco Rutelli ha obiettivamente le sue ragioni, forse non è davvero mai nato. Senza una forte dose di disincanto, non avrebbe potuto prenderne la guida, mettendo in conto che la guerriglia interna magari non si sarebbe spenta, ma mai e poi avrebbe potuto impensierirlo più di tanto, perché il Pd è messo troppo male per potersi consentire altri ribaltoni: chi proprio non ce la fa a restarvi, non ha che da andarsene, sempre che trovi una nuova casa, ospite più o meno insalutato.

Bene dunque per il realismo tutto emiliano, bene per la passione, bene per il disincanto. Però, anche se nessuno poteva legittimamente aspettarsi che in poche settimane il nostro riuscisse a rimettere il treno sui suoi binari, un giudizio su questa primissima fase della sua segreteria bisogna pur formularlo. E non può essere un giudizio entusiastico.
Forse esagera chi dice che Bersani rischia di sprecare la breve stagione della luna di miele ma, onestamente, si fatica un po’ a intravedere quali potrebbero essere i tratti distintivi della sua leadership. Più precisamente: non si vede, o almeno io non riesco a vedere, se e come Bersani sta cominciando a mettere in pratica alcune delle tre indicazioni di fondo su cui ha conquistato la segreteria, prima tra gli iscritti, poi tra gli elettori del cosiddetto “popolo delle primarie”, che riassumerei rapidamente così.

Primo, un partito popolare, non più liquido, o gassoso, fondato sul rapporto diretto tra il capo e la sua gente, ma, come suol dirsi, “radicato sul territorio”, fatto cioè di gente che navigherà pure su Internet, ma non disdegna di attaccare i volantini in bacheca, e di tirar su le serrande delle sezioni, o come si chiamano adesso.

 

 

Secondo, un partito che sta sì all’opposizione, ma sa bene che se non riesce a metter su qualcosa che somigli il più possibile a una credibile alternativa di governo, è destinato a essere esposto alle più diverse incursioni di (presunti) amici e di (presunti) alleati, primo tra tutti, ovviamente, Antonio Di Pietro.

Terzo, un partito che dimette la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, intesa come presuntuosa e infondata autosufficienza, ma torna a ragionare in termini di alleanze politiche, nella speranza di riuscire a costruirne una un po’ più credibile di quella “da Mastella a Bertinotti” che andò in scena sotto il nome di Unione, e finì come è finita.

Personalmente, ho trovato e continuo a trovare queste tre indicazioni del tutto sensate e condivisibili. E infatti iscritti ed elettori, spaventati dal nulla in cui era rapidamente andato a sfociare il nuovismo veltroniano, le hanno condivise. Ma è altrettanto vero che si tratta di scelte che vanno in larga misura controcorrente. Come si fa un partito popolare (qualcuno dice socialdemocratico: per me non è davvero una bestemmia, ma non mi sembra il caso) in tempi in cui i partiti sono in crisi sotto ogni cielo? Da dove si comincia a costruire un’alternativa di governo? E che prospettiva ha una “strategia delle alleanze” (quando ero giovane si chiamava così, e magari Bersani in cuor suo continua a farlo) in un sistema bipolare, che sino a un paio di anni fa (adesso, per fortuna, ha smesso) ambiva addirittura a diventare seccamente bipartitico?

 

 

 

 

Forse è soprattutto per queste obiettive difficoltà che l’avvio di Bersani sembra alquanto stentato, come se il segretario continuasse a giocare sostanzialmente in difesa nonostante in campo non abbia avversari pericolosi, buttando pure, se occorre, la palla in tribuna.
Per parte mia, non ne farei un dramma, le imprese difficili sono fatte così, e i realisti come Bersani sanno perfettamente che certo non si vincono buttando il cuore oltre l’ostacolo. E, se mai fosse possibile, a Bersani darei anche una mano, soprattutto per evitare che le pressioni esterne (penso alla giornata anti-Berliusconi di sabato scorso, ma non solo a quella) crescano fino a farsi incontrollabili; una sinistra moderna che non voglia perdere definitivamente l’anima deve temere il giustizialismo comunque declinato, e l’idea che l’avversario si sconfigga per via giudiziaria, persino più dell’estremismo e del massimalismo, che della sinistra sono mali più antichi, certo, ma anche meno pericolosi.

Non è facile, e purtroppo (non solo per Bersani) l’alleato più fedele dei giustizialisti e degli antiberlusconiani puri e duri continua a essere (vedi la giustizia) Silvio Berlusconi.
Resta, infine, la politica-politica. Che si concretizza, al momento, nelle elezioni regionali, una prova che, per il Pd, si annuncia durissima. La capacità (e la possibilità) del Pd di fare, senza subire perdite irreparabili, alleanze decenti la misureremo qui. Per ora, ci sono buone intenzioni. Non è moltissimo, certo. Ma è già qualcosa.

 

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