RIFORMA/ Cosa cambia col federalismo demaniale?

- Luca Antonini

La scorsa settimana il Consiglio dei Ministri ha approvato il primo decreto di attuazione della legge delega sul federalismo fiscale, che incomincia quindi a diventare realtà. E si parte dal demanio pubblico che verrà distribuito dallo Stato agli enti territoriali

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La scorsa settimana il Consiglio dei ministri ha approvato il primo decreto di attuazione della legge delega sul federalismo fiscale (legge n. 42 del 2009), che incomincia quindi a diventare realtà. Più volte su queste pagine si è messo in evidenza che la legge delega sul federalismo fiscale avrebbe realizzato una rivoluzione nel nostro ordinamento: ora il primo passo è stato fatto.

Alcuni avevano giudicato quella legge come una scatola vuota (ad esempio Enrico De Mita), altri avevano detto che era un libro dei sogni irrealizzabile. Con il passo di giovedì scorso tutte queste voci sono state smentite e ha visto la luce il decreto legislativo sul federalismo demaniale, in attuazione dell’articolo 19 della legge delega n. 42 del 2009. Cosa significa “federalismo demaniale”?

È opportuno descriverlo con un esempio. Nel vissuto di ognuno di noi c’è l’esperienza di avere visto immobili dello Stato abbandonati o sottoutilizzati: una villa storica, una caserma, una spiaggia. E chi non ha provato un senso di sgomento nel constatare che quello che avrebbe dovuto essere un bene di tutti in realtà era diventato una cosa di nessuno?

Il federalismo demaniale mette fine a questo scempio, perché è un federalismo di “valorizzazione” nel quale i beni vengono restituiti ai territori: ai Comuni alla cui storia sono legati, alle Province e alle Regioni che possono meglio valorizzarli, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri elettori. I processi di valorizzazione dovranno, infatti, essere pubblicati sui siti istituzionali degli enti locali, che potranno coinvolgere la popolazione anche attraverso sondaggi o veri e propri referendum consultivi riguardo a come intervenire rispetto a questi nuovi beni ricevuti.

Questa trasparenza e questa responsabilizzazione sarebbero impossibili con un gestore statale: lo Stato è, da un lato, troppo lontano per indovinare cosa vuole la gente, e, dall’altro, troppo implicato in tante altre cose per essere efficacemente controllato con il voto di un elettore. Difficilmente, infatti, un elettore sarebbe indotto a cambiare il proprio voto a livello nazionale, se in un Comune, una caserma dismessa venisse male valorizzata dallo Stato.

Ma se è il Comune a doversi assumere la responsabilità di fronte all’elettore, allora il controllo popolare diventa infinitamente più efficace: in quel Comune, di fronte a quel fatto, l’elettore potrebbe decidere di votare diversamente. L’effetto di maggior controllo è evidente.

Il nuovo decreto funziona secondo questa logica: si individuano alcuni principi generali in base ai quali il ministero dell’Economia, di concerto con i ministri interessati, provvederà a stilare un elenco di beni che verranno proposti a Comuni, Province e Regioni. I beni riguarderanno: il demanio marittimo (le spiagge e i porti di interesse regionale), il demanio idrico (i fiumi, i laghi, ecc.), il demanio militare dismesso (le caserme), gli aeroporti di interesse regionale, le miniere, le altre aree e fabbricati statali.

Tra i principi che orientano il trasferimento c’è il principio di sussidiarietà, quello di adeguatezza, quello della capacità finanziaria, quello della semplificazione, quello della correlazione con competenze e funzioni. Gli Enti territoriali, una volta concertato l’elenco con la Conferenza Unificata, potranno decidere quali beni vogliono che siano loro attribuiti, assumendosene la responsabilità di fronte ai propri cittadini.

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In questo modo si apre un nuovo processo nella storia del nostro Paese; un processo che mira ad attribuire i beni ai territori dove si radicano, che vengono messi nelle condizioni di esercitare il loro potere di produrre ricchezza: ad esempio i Comuni con le varianti urbanistiche possono generare grandi valori (economici, ambientali, sociali) da beni che, altrimenti, rimanendo nelle mani degli apparati centrali, sarebbero destinati a rimanere sotto utilizzati. Da una caserma dismessa potranno nascere scuole, alberghi, impianti polifunzionali e anche nuove aree residenziali da alienare generando una ricchezza che potrà essere utilizzata, ad esempio, per servizi sociali.

 

Un nota bene: non bisogna nascondere che la resistenza degli apparati centrali statali è stata molto forte nei lavori preparatori di questo decreto. In effetti, certe volte si ha l’impressione che gli apparati centrali preferiscano non sapere quanti beni hanno, dove stanno, come potrebbero essere valorizzati, piuttosto che cedere qualcosa a quegli Enti territoriali che potrebbero valorizzarli nell’interesse della gente e sotto il controllo più diretto dei cittadini.

 

Sono i vizi del centralismo e dello statalismo. Tuttavia, in questo caso, alla fine la ragionevolezza ha prevalso e il federalismo demaniale è diventato una realtà, inaugurando una nuova stagione di responsabilità. Nel nostro ordinamento con questo decreto legislativo si passa, infatti, da una logica dove ci si limitava a definire a chi spetta la titolarità del bene – la logica del codice civile del 1942 – a una più moderna dove si mette al centro la sua valorizzazione a beneficio della collettività.

 

Questo è peraltro in linea con quanto ci ha insegnato questa grande crisi finanziaria: quello che vale veramente è ciò che è reale, non quello che è solo virtuale; abbiamo visto quali immensi danni possono generare i meccanismi finanziari quando dimenticano il riferimento all’economia reale, e così oggi si riscopre il valore delle cose, dei beni.

 

In linea con questa grande lezione il federalismo demaniale avvia un censimento dei beni, obbliga le amministrazioni centrali a dare pubblicamente le ragioni per cui trattengono un bene in proprietà, e provvede alla riallocazione al livello di governo territoriale che quei beni può meglio gestirli e valorizzarli in vista del bene comune.

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