CINA/ Le nuove Tian an Men: Tibet e allarme sociale

- int. Francesco Sisci

Si torna a parlare di diritti umani in Cina: da una parte l’episodio dei tre uomini che si sono dati fuoco nei pressi di Piazza Tian an Men; dall’altra la visita del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, criticata dalla stampa americana per la sua posizione troppo dolce verso la Cina

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Si torna a parlare di diritti umani in Cina: da una parte l’episodio dei tre uomini che si sono dati fuoco nei pressi di Piazza Tian an Men; dall’altra la visita del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, criticata dalla stampa americana per la sua posizione troppo dolce verso la Cina. Come però spiega Francesco Sisci, corrispondente in Cina per La Stampa, è necessario comprendere bene, e da vicino, i fatti per evitare di dare giudizi sommari.

Il recente episodio di protesta in Piazza Tian an Men ha riaperto sui mezzi di stampa occidentali l’attenzione sul problema dei diritti umani in Cina…

Chiariamo subito un fatto, che può ridimensionare la cronaca: episodi di questo genere sono una costante della storia della Cina. In Cina, quando qualcuno subisce un torto e pensa di non avere modo di far valere le proprie ragioni, può realizzare forme di protesta che possono sfociare nel suicidio dandosi fuoco. Anche quest’ultimo episodio rientra in questa categoria (e si aggiunga che in questo caso non è nemmeno chiaro se sia stato un suicidio o un incidente). Tali episodi capitano sempre a ridosso dell’assemblea plenaria del popolo, che è il 5 marzo: si arriva da tutte le parti della Cina e spesso, purtroppo, si decide di dare vita a queste forme eclatanti di protesta. Ma si tratta comunque di episodi che non hanno a che fare con il problema dei diritti umani, bensì con l’amministrazione della giustizia e con un antico retaggio culturale.

Veniamo allora a questioni in cui certamente il problema dei diritti umani è centrale. La visita del neosegretario di Stato americano Hillary Clinton ha suscitato polemiche: si è parlato di “scambio politico”, e cioè più collaborazione economico-strategica e meno attenzione ai diritti umani. È così?

Questo è un problema reale, che però può essere compreso a pieno solo facendo un passo indietro dal punto di vista storico. Questa sorta di scambio tra America e Cina, infatti, non è una novità: c’è stato a partire dal 1972, con il viaggio di Nixon in Cina, fino al 1989, anno del crollo del Muro di Berlino e delle proteste di Piazza Tian an Men. In quel periodo, per vari motivi strategici, l’America aveva deciso di mettere in secondo piano la questione dei diritti umani; e il primo di questi motivi era evidentemente il fatto che la priorità era allora la sconfitta dell’URSS, in cui la Cina poteva giocare un ruolo importante.

E dopo l’89 com’è cambiata la situazione?

I due episodi centrali di quell’anno hanno generato due effetti diversi: il crollo del Muro è coinciso con la fine della minaccia sovietica e quindi, contestualmente, con la fine dell’importanza strategica del rapporto fra Cina e Usa; dall’altra parte fu posto chiaramente sotto gli occhi del mondo intero che la Cina, come emerse nell’episodio di Piazza Tian an Men, poteva essere di una crudeltà terribile. Questi due fattori hanno portato sempre più alla ribalta la questione dei diritti umani.

Veniamo all’oggi: come si colloca in questo contesto la posizione assunta dagli Usa in occasione del primo viaggio della Clinton in Cina (seppure poi in un certo senso “corretta” con la pubblicazione, la settimana successiva, del Rapporto sui diritti umani nel mondo)?

Ora ci sono due fattori importanti: da una parte la necessità di una collaborazione tra Usa e Cina che vada al di là e al di sopra di quella che c’era negli anni Settanta e Ottanta. Allora era solo una collaborazione strategica; adesso è anche strategica, perché serve in varie situazioni, soprattutto per i rapporti con la Nord Corea e in Iran; ma soprattutto diventa importante la collaborazione economica. Un aspetto che naturalmente non si poneva allorquando la Cina era un nano dal punto di vista economico, ma che diventa centrale ora che è un gigante e che lo sarà sempre di più. Quindi la Cina può contribuire sia alla ripresa economica americana, sia a quella globale. Infine bisogna anche considerare che in questi anni la situazione dei diritti umani in Cina è cambiata; certamente non è ideale, però è migliorata, e va man mano migliorando. Non è una situazione statica o in peggioramento. Questo è il motivo per cui, per i cinesi, insistere e mettere al primo posto i diritti umani sarebbe specioso.

Questo però non toglie che i problemi siano moltissimi, e che non possano essere certo ignorati.

Bisogna però considerare un fatto fondamentale: si ottiene qualche risultato dalla Cina urlando e pestando col bastone, o cercando di prendere i cinesi con le buone? In realtà vale di più, per mille motivi, il fatto di prenderli con le buone. Assumere un atteggiamento duro nei loro confronti sarebbe del tutto inutile, e non farebbe altro che generare una reazione contraria. La nuova taratura della politica americana nei confronti della Cina è dunque non solo necessaria dal punto di vista strategico e economico, ma anche utile per ottenere risultati proprio dal punto di vista di un maggior rispetto dei diritti umani.

Vediamo la situazione politica interna alla Cina: si avvicina la ricorrenza del 10 marzo, 50° anniversario della fallita rivolta anticinese in Tibet, che portò alla fuga in esilio del Dalai Lama. Che cosa potrebbe accadere in questa occasione?

Si tratta certamente di un momento importante, perché tutte le varie opposizioni al governo cinese cercheranno di dimostrare la loro forza. È dunque un’occasione, sia per gli oppositori sia per il governo, di misurare la loro forza relativa. Nessuno può trascurarlo: una protesta il 10 marzo conta 100, mentre in un altro momento conterebbe 1. Al tempo stesso, proprio la prevedibilità delle proteste mette il governo in una posizione di forza, visto che ha modo di prepararsi all’eventualità.

Arrivano però anche notizie di un crescente allarme sociale, dovuto alla crisi economica. Qual è la situazione, e come il governo pensa di farvi fronte?

C’è un forte problema sociale: sono circa 20 milioni le persone che hanno perso o stanno per perdere il posto di lavoro. Questi milioni di persone non sono concentrati in alcune grandi città, ma sono sparpagliati in una miriade di centri, e sono stati rimandati o verranno rimandati nei loro villaggi di campagna, sparpagliandosi ancora di più. Lì il costo della vita sarà molto ridotto, e quindi i loro risparmi potranno essere di qualche aiuto; inoltre avranno il loro campicello da coltivare che li potrà aiutare a mantenersi. Però anche questi due aspetti potrebbero essere compromessi: nel primo caso può accadere che il padrone della fabbrica, soprattutto se straniero, ha preso i soldi ed è scappato. Dal momento che buona parte del salario viene dato una volta all’anno, i dipendenti si troverebbero senza lavoro e senza risparmi. Nel secondo caso, il campicello potrebbe non esserci più, magari perché sottratto dall’autorità locale per fare spazio ad altre opere. In entrambi i casi , però, si possono generare allarme e proteste sociali, o contro i proprietari delle aziende, o contro i capi dei villaggi.

Quindi anche in questo caso il governo non viene toccato?

Diciamo che paradossalmente queste proteste sociali potrebbe essere una forza di sostegno al governo centrale, e non di indebolimento. In entrambi i casi, infatti, il governo non solo non è la causa del malessere, ma può essere un elemento di aiuto nei confronti delle persone in difficoltà.



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