SCENARIO/ Parsi: così il nuovo terrorismo sfida Usa ed Europa

Qualcosa in Iran sta cambiando. Il movimento popolare di opposizione sembra che stia iniziando a scalfire la sicurezza del regime. VITTORIO EMANUELE PARSI spiega a ilsussidiario.net quale ruolo spetta ai big stranieri, Usa e Ue in testa, nel futuro del paese   

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«Obama ha capito che la probabilità che leggi e ordine vengano difesi e applicati dipende anche dalla forza americana e dalla disponibilità a usare questa forza». Vittorio Emanuele Parsi, esperto di relazioni internazionali, interviene sui temi più caldi dello scenario politico estero: Iran, Afghanistan, lotta al terrorismo.

Partiamo dall’Iran. Lei ha scritto che un indebolimento del regime dall’interno è meno irrealistico oggi di quanto non fosse cinque mesi fa. Cosa sta accadendo?

Mi sembra chiaro il tentativo di chiudere una volta per tutte il colpo di stato da parte di Khamenei e Ahmadinejad iniziato la scorsa estate. Questo tentativo però ha sollevato l’opposizione di una parte importante della società iraniana. Ma un’opposizione così coriacea l’establishment al potere non se l’aspettava.

C’è però un’opposizione, basti pensare a Larijani, che non condanna la repressione.

 

Ma quando c’è un contrasto così radicale, le posizioni estreme “bruciano” le posizioni intermedie. È molto difficile a questo punto delle cose che nel movimento prevalga una posizione di mediazione, sia che nel regime possano prevalere le voci meno violente come quella di Larijani. Il movimento non vorrà più accettare qualcosa di meno di un sostanziale cambiamento di regime. Due soluzioni sono possibili: o una grande vittoria, oppure una tragedia.

Il 7 gennaio una missione dell’europarlamento sarà in Iran, accompagnata da forti polemiche: gli Usa si sono detti contrari, Frattini la sostiene. Qual è la sua valutazione?

Dipende tutto da chi si incontra. Andare in Iran e ottenere il diritto di vedere i leader studenteschi e dell’opposizione, e dare sostegno a chi sta combattendo pacificamente contro un regime violento, ha un senso politico. Certo richiede coraggio. Se invece fosse un’operazione che il regime riesce a trasformare a suo vantaggio, sarebbe controproducente. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, mi pare che l’amministrazione abbia provato in tutti i modi a dialogare con il regime, ma che ora abbia posto condizioni più precise.

Teheran non finirà per isolarsi ancor di più?

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Sì, la violenza contro la popolazione rende il regime ancor più screditato e fragile. Certamente nella regione l’Iran si ritrova gli amici di sempre: quelli che dipendono dal finanziamento iraniano, come Hezbollah e la Siria. Con l’Iraq però i rapporti sono tutt’altro che idilliaci e forse da questo punto di vista siamo di fronte all’inizio di una risacca della “marea sciita” che si paventava qualche anno fa. Questo Iran rende timorosi i propri vicini, ma forse anche speranzosi che la forza iraniana inizi a incrinarsi.

 

Qual è a suo modo di vedere la posizione di Cina e Russia?

 

Hanno entrambe un interesse a mantenere rapporti con l’Iran, ma uno “showdown” di violenza così continuata, con un regime che di fatto, nonostante l’apparato repressivo e il controllo totale dei mezzi di comunicazione, non riesce ad avere ragione della protesta a distanza di sei mesi, certamente non fa piacere né ai cinesi né ai russi. Sempre considerando che sullo sfondo resta la questione della proliferazione nucleare.

 

Pechino e Mosca non stanno facendo granchè per collaborare con l’occidente.

  

Pechino e Mosca sono sostanzialmente contrari alla proliferazione nucleare, come tutte le grandi potenze nucleari. Fanno free riding, come chi sale sull’autobus senza biglietto sperando che qualcun altro lo paghi, in modo che l’autobus ci sia sempre. Ma senza aver alcun interesse per la salute del trasporto pubblico. Sperano che l’accordo vada avanti e in qualche modo si risolva, senza esser loro a pagare pegno.

 

In Afghanistan la strage degli agenti Cia, l’attacco agli italiani, il parlamento che boccia metà dei ministri proposti da Karzai. In Pakistan due attentati gravi negli ultimi sette giorni. Gli Stati Uniti intenzionati a colpire i terroristi in Yemen. Quali sono le sue previsioni?

 

Tutto il decennio scorso è stato caratterizzato da questo problema cruciale: come si concilia l’islamismo militante o politico con la democrazia e la libertà, nelle società dove la religione islamica è maggioritaria? Ovunque è stato un disastro e gli ultimi fatti dicono che siamo ancora molto lontani da una soluzione. Forse uno dei pochi paesi musulmani che lentamente e con prudenza si sta evolvendo, in cui c’è un minimo di libertà politica o quanto meno un rapporto non meramente oppressivo o autistico tra società e sistema politico, è il Marocco.

 

Il ruolo degli Usa continuerà ad essere così controverso?

 

Non so se sarà controverso, ceramente sarà sempre più importante. Obama deve continuare a cercare il dialogo con le società islamiche, fa però ugualmente bene a mostrare la forza verso chi minaccia non solo gli Stati Uniti ma anche l’ordine internazionale. E credo che stia acquisendo più consapevolezza del fatto che l’America non è un “paese normale”.

 

Cosa intende dire?

 

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Che gli Usa hanno un ruolo particolare nel sistema mondiale: e per il ruolo che svolgono, la stessa probabilità che leggi e ordine vengano difesi e applicati dipende anche dalla forza americana e dalla disponibilità a usare questa forza.

 

Dobbiamo aspettarci l’intervento nello Yemen?

 

Credo che gli Stati Uniti faranno nello Yemen quello che hanno fatto in Pakistan o in Waziristan, cioè intervenire militarmente per colpire basi qaediste nell’area, con il consenso del governo yemenita.

 

Si parla oggi di un terrorismo di tipo nuovo, più frammentato, meno coordinato e, forse, meno incisivo. È d’accordo?

 

Sul fatto di essere meno incisivo ho qualche dubbio. Si parla da tempo di un “franchising” del terrore, ma oggi vediamo qualcosa di diverso, e senz’altro più difficile da combattere. Nuclei terroristi che si ispirano al messaggio di Al Qaeda, nel momento in cui compiono un’azione terroristica, per gli obiettivi che scelgono, per le modalità che utilizzano e per il tipo di rivendicazione, chiedono e ottengono il riconoscimento qaedista. È l’azione a metterli in grado di rivendicare ex post un’identità. Oppure, come nel caso del nigeriano sul volo Delta, Al Qaeda è sostanzialmente l’outsourcing dell’addestramento. Non ho i mezzi? Vado, mi addestro ed entro in azione. Contrastare il terrorismo vorrà dire sempre meno colpire un punto fisico, e sempre più intercettare un flusso: di denaro, di persone e di idee.

 

Anche in Afghanistan la situazione appare bloccata e sempre più grave. Perché?

 

Penso che in Afghanistan la forza del nemico sia soprattutto il riflesso della nostra debolezza. Gli stessi americani hanno trascurato per lunghi anni l’Afghanistan, gli europei si sono mostrati recalcitranti, le opinioni pubbliche fanno fatica a realizzare che si sta combattendo una vera guerra e per questo sfugge loro il senso delle perdite umane. Il primo giorno dello sbarco in Normandia morirono circa 12mila soldati alleati, 7mila soldati tedeschi, e 20mila civili francesi. Quando venne detto a De Gaulle, egli reagì dicendo che era il prezzo della libertà. Nei conflitti da sempre muoiono più civili che combattenti, e più attaccanti che difensori. Continuiamo a raccontarci che facciamo operazioni di pace, ma non è così. Siamo in Afghanistan per ristabilirla, la pace; ma questo richiede una condizione di guerra. 

 

 

 

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