SCENARIO/ Bertinotti, Casini, Fini: i “traditori” del bipolarismo mancato

- Paolo Franchi

Si vota o non si vota? E, se si vota, quando si vota? E, se non si vota, su quali basi potrebbe fondarsi la pace, o almeno l’armistizio, tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini? Le risposte di PAOLO FRANCHI

A seguire con troppa attenzione le cronache e i retroscena si rischia di andare a vento. Non è colpa dei cronisti e dei retroscenisti, per carità: è la politica italiana, intesa come politique politicienne, politica politicante, ad andare a vento, così a vento da rendere ozioso ogni tentativo di trarre dal suo andamento di oggi qualche congettura sensata su cosa potrebbe accadere domani.

Si vota o non si vota? E, se si vota, quando si vota? E, se non si vota, su quali basi potrebbe fondarsi la pace, o almeno l’armistizio, tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini? Con ogni probabilità non lo sanno (e, prima ancora, non sanno esattamente che cosa augurarsi) neanche i diretti interessati. Figurarsi se lo può sapere un commentatore politico, poco importa se esperto o, comunque, stagionato. Che invece sa, o crede almeno di intuire, qualcosa di più grave e di più profondo, di cui però, guarda caso, non parla quasi nessuno.

Per cominciare. La crisi è tutta interna al centrodestra, il centrosinistra, sia che straparli di Cln antiberlusconiani sia che invochi (Veltroni) ritorni al Pd “a vocazione maggioritaria” sia che vagheggi (Bersani) Nuovi Ulivi e più vaste Alleanze Democratiche, non c’entra nulla e conta, se non proprio nulla, pochissimo.

L’Italia è l’unico paese d’Europa in cui un ricambio, un’alternanza, un’alternativa suffragata dal voto popolare non rientrano nel novero delle possibilità concrete. Proprio come nella Prima Repubblica, anche se non c’è più da un pezzo un fattore K a decretarne in partenza l’impossibilità. Attenzione: le analogie con un passato ormai non troppo recente non finiscono qui. Esattamente come nella Prima Repubblica, e proprio per via dell’assenza di alternative, le crisi politiche, quando si fanno serie, rischiano pericolosamente di trasformarsi in torbide e prolungate crisi di regime, come avvenne per il centrismo prima, per il centro-sinistra (quello vero) poi.
 

È in primo luogo su questa inquietante analogia che secondo me si misura il fallimento del bipolarismo, o almeno del bipolarismo all’italiana così come lo abbiamo conosciuto dal ’94 in qua. Davvero vogliamo ascriverne le colpe ai “traditori” che hanno colpito e colpiscono alle spalle l’uno e l’altro schieramento, l’altroieri (1998) Fausto Bertinotti per il primo centrosinistra prodiano, nell’ordine Umberto Bossi e Lamberto Dini (1994), poi Pierferdinando Casini (almeno dal 2008 in giù) e adesso Fini? Davvero pensiamo che a impedire al bipolarismo italiano di dispiegare tutte le sue benefiche potenzialità siano le mai sopite tentazioni neocentriste?

Davvero crediamo che l’arma segreta per restituire al bipolarismo medesimo l’anima da tempo perduta e mai rinvenuta sia il ripristino su larga scala, ben oltre quindi, i confini del Mattarellum, dell’uninominale maggioritario? Se il concetto di serietà non fosse ormai desueto, verrebbe solo da rispondere: siamo seri.

Il pericolo ancora più grave, però, e qui finiscono le analogie con la Prima Repubblica, è che con una (potenziale) crisi di regime si intrecci una (profonda) crisi dell’unità nazionale, la cui latenza (e a dire il vero, anche qualcosa di più) era stata segnalata già vent’anni fa dai primi, eclatanti, successi della Lega. Già oggi non è chiaro, diciamo così, alla grande maggioranza dei cittadini del Nord, compresi molti elettori del centrosinistra, perché devono farsi così largamente carico, in primo luogo con le loro tasse, del Mezzogiorno.

Già oggi cresce vistosamente sotto i nostri occhi un sentimento (o un risentimento) che la Lega interpreta molto più e molto meglio degli altri, sì, ma che potrebbe creare dei problemi persino a Bossi se, per tanti motivi, il federalismo fiscale restasse al palo, o si illanguidisse un po’ troppo la rivendicazione fondamentale che lo sorregge, e cioè, in poche e magari troppo rozze parole, che i soldi del Nord debbono restare al Nord. Domani (non dopodomani) questa spinta potrebbe benissimo tradursi in qualcosa di simile a un secessionismo di fatto, rinvigorendo di conseguenza, in un Mezzogiorno sulla cui scena non si affaccia da tempo immemorabile nulla che assomigli a una classe dirigente, la tentazione di qualcosa di simile a un partito del Sud.
 

 

Conclusione provvisoria. Veltroni al Lingotto e Berlusconi su un predellino in piazza San Babila (correva l’anno 2008) ci avevano promesso un futuro non solo bipolare, ma tendenzialmente bipartitico, eccezion fatta da un lato per la Lega, dall’altro (chissà perché) per Di Pietro. Due anni e mezzo dopo, di certo c’è che non solo l’ambizione bipartitica è rimasta nel cassetto ma l’Italia è l’unico paese d’Europa dove non esistono grandi partiti nazionali,  capaci di esprimere un punto di vista e una visione d’insieme che abbiano un senso, oltre che per i propri sostenitori, per il paese, e gli indichino, o almeno cerchino di indicargli, una prospettiva.

Questo furono a lungo, o così furono vissuti da una larghissima maggioranza degli italiani, tutti o quasi i partiti della Prima Repubblica, non solo i grandi partiti di massa. Quando smisero di esserlo, o di essere vissuti così, crollarono, e con loro crollò il sistema. Tra il loro avvento e il loro crollo però, lo dico per inciso, trascorsero non due anni e mezzo, ma quasi cinquanta, che con tutti i loro guai difficilmente saranno ricordati tra i peggiori della storia patria.

Di riflessioni del tipo di queste che ho affastellato un po’ alla rinfusa c’è qualche traccia negli editoriali dei giornali (cito per tutti quello, recente, di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere), pressoché nessuna nel confronto, chiamiamolo così, politico. Per i moralisti in servizio permanente effettivo la cosa è scontata. Per me, e credo  non solo per me, proprio no. Per questo penso, e senza moraleggiare, che sia davvero il caso di preoccuparsi.

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