SCENARIO/ Cirino Pomicino: ecco perché Berlusconi deve rifare la “Casa delle Libertà”

La mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario Caliendo mette già alla prova il neonato gruppo finiano “Futuro e Libertà” e l’intera maggioranza. «Quello che accadrà oggi – dice CIRINO POMICINO in quest’intervista – potrà fornirci indizi preziosi sul futuro che ci aspetta»

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A pochi giorni dalla scissione del Pdl la mozione di sfiducia presentata da Idv e Pd nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo mette seriamente alla prova il neonato gruppo finiano “Futuro e Libertà”. «Quello che accadrà oggi – dice Cirino Pomicino a IlSussidiario.net – potrà fornirci indizi preziosi sul futuro che ci aspetta. Gianfranco Fini ha solo due strade davanti a sé: o rilancia e consolida un’“alleanza tra diversi” con Berlusconi e la Lega o inizia da subito a costruire l’alternativa con Casini e Rutelli».

Tra le due quale le sembra l’ipotesi più probabile?

La presenza sempre più ingombrante della Lega nel centrodestra mi fa propendere per la seconda. Già oggi pomeriggio Fli, Udc e Api a mio parere si asterranno o comunque adotteranno lo stesso atteggiamento.

Quali saranno le contromosse di Berlusconi?

Il premier sa benissimo che più passa il tempo e più gli avversari hanno modo di organizzarsi. Di certo Berlusconi non può pensare di risolvere i suoi problemi con la “campagna acquisti”, ripescando gente come Villari che in otto anni ha cambiato otto partiti. Ricorderebbe troppo da vicino Romano Prodi. La verità è che anche lui si trova davanti a un bivio.

In che senso?

Deve verificare al più presto se è possibile rilanciare l’alleanza con Fini e Casini, dato che a questo punto risulta difficile separare i destini di questi due. Se ci sono le condizioni, con una nuova maggioranza in tasca, può andare alla crisi di governo e ricominciare da capo. In caso contrario deve puntare dritto al voto.
Se perde tempo, invece, rischia di favorire uno scenario completamente nuovo. L’asse Fini-Casini-Rutelli, allontanandosi sempre più dal Pdl, troverebbe come interlocutore naturale il Pd di Bersani, scevro dalla zavorra dei Di Pietro e dei Vendola.

I due cofondatori del Pdl con il loro strappo si sono messi in una situazione tutt’altro che facile. Chi ha azzardato di più secondo lei?

 

L’azzardo maggiore è stato senz’altro quello di Berlusconi, per il semplice fatto che chi ha una maggioranza relativa all’interno di un partito ha maggiori responsabilità. Io, a differenza del Cavaliere, provengo però da una cultura politica democratico-cristiana e ho imparato a capire che avere al proprio interno una minoranza del 10% è un’opportunità per allargare il consenso, non una tubercolosi da espellere. L’errore di Fini, invece, è stato un altro.

Quale?

Aderire, dopo il “predellino”, a un rassemblement che non aveva basi politiche solide e che era poco più, o poco meno, di una lista elettorale. Fortunatamente se n’è accorto per tempo e ha ritenuto di dover contrastare un’idea di un partito personale e padronale come quella che ha in testa Berlusconi, anche se, in verità, non è l’unico.

Per come si sono messe le cose, Fini farebbe bene a questo punto, a dimettersi dalla carica di Presidente della Camera?

A mio parere no. Il fatto che il Presidente della Camera sia anche un leader politico attivo rappresenta certamente un’eccezione, ma la terza Carica dello Stato non è espressione della maggioranza e non è alle sue dipendenze.

Secondo lei si sta aprendo una nuova stagione? siamo alla fine del bipolarismo?

Il pensiero unico degli intellettuali italiani in questi anni ha identificato il bipolarismo con la modernità, dimenticandosi che il bipartitismo in Italia c’è sempre stato, quando il Pci e la Dc raccoglievano oltre il 70% dei consensi. Il fatto è che questi due partiti erano inseriti all’interno di una democrazia parlamentare nel quale i partiti minori garantivano il governo della maggioranza.
L’errore di questi professoroni, molti dei quali di sinistra rimasti spiazzati dalla caduta del comunismo, è stato quello di immaginare, come se fossero degli apprendisti stregoni, di poter favorire i processi politici attraverso delle tecnicalità elettorali.

Ci spieghi meglio.

 

Oggi siamo ancora a metà strada tra la democrazia parlamentare e quella presidenziale. L’elettore indica infatti il nome del primo ministro sulla scheda, che però ha bisogno dell’investitura del Presidente della Repubblica e della fiducia del Parlamento. Chi ha introdotto questa novità avrebbe dovuto, a quel punto, riformare la Costituzione portandoci in una democrazia presidenziale. Diciamo che ci ritroviamo nel bel mezzo di un pasticcio istituzionale, figlio di un pasticcio politico.

Un pasticcio che si riflette nei problemi dei due principali partiti, Pd e Pdl?

Certo, entrambi si sono formati sulla base di una comune convenienza e non su una comune identità. Non è un caso che i divorzi tra cofondatori si siano già consumati, come dimostrano le uscite eccellenti di Fini e Rutelli.
Per tornare alla sua domanda, non è che il bipolarismo sia in crisi, il fatto è che già non esiste più. Basta guardare il governo, formato da tre partiti, o accorgersi di quanto sia variegata l’opposizione. Decidiamoci: siamo noi l’anomalia europea o siamo gli unici ad aver trovato il Santo Graal?

La sua risposta sembra scontata…

Guardiamo ai risultati. Il centrosinistra al governo ha cambiato continuamente le sue maggioranze, mentre i risultati di politica economica del centrodestra sono disastrosi, dopo otto anni di lavoro di Giulio Tremonti.

Se il bipolarismo è già finito, siamo invece al tramonto del berlusconismo o solo a una delle sue nuove fasi?

L’ho detto molte volte a Berlusconi: “Hai messo in piedi delle  aziende che ti sopravviveranno perché hanno un gruppo dirigente autonomo, ma hai costruito un partito che non ti sopravviverà”.

E cosa le rispondeva il Cavaliere?

 

Ascoltava come avrebbe fatto Luigi XV, con l’aria di chi pensa "Après moi le déluge" (dopo di me il diluvio ndr), senza la consapevolezza che il Paese avesse bisogno invece di un De Gaulle senza divisa, un leader capace di costruire una classe dirigente.
Berlusconi ha fatto il suo tempo, può ancora essere utile solo se recupera il ritardo di questi anni e trova una sintesi tra le due grandi culture politiche del nostro Paese, quella democristiana e quella socialista, favorendo l’emergere di personalità politiche valide.

C’erano dei possibili delfini che sono rimasti in ombra?

Certo, il Cavaliere ha sempre preteso l’obbedienza cortigiana, pena l’espulsione, ma quando vince la cortigianeria, vince la mediocrità.
Vuole degli esempi? Ha inchiavardato nella logica regionale Roberto Formigoni, ha perso Casini e pochi giorni fa ha perso anche Fini, anche se era riuscito nell’impresa di portarlo addirittura all’interno del Partito Popolare Europeo.

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