SCENARIO/ 2. Caldarola: Veltroni-Bersani, appuntamento al Lingotto per dirsi addio

- int. Peppino Caldarola

PEPPINO CALDAROLA spiega cosa sta accadendo nel Pd, alla luce del forte scontro di ieri in direzione nazionale tra i MoDem e la maggioranza interna al partito

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Veltroni e Bersani

Giuseppe Fioroni e Paolo Gentiloni, ieri, hanno annunciato il proprio voto contrario alla relazione presentata dal segretario del Pd Pierluigi Bersani, nel corso della direzione nazionale del partito. Con loro, tutti i Modem (di cui i due ex ministri fanno parte), l’ala interna ai democratici che fa riferimento a Walter Veltroni. Dopo le pesanti critiche e la richiesta di dimissioni, i due hanno deciso di rimettere nelle mani del segretario Bersani il proprio mandato di responsabili Pd per il Welfare e per le Comunicazioni. Al momento della conta, tuttavia, i veltroniani hanno deciso di astenersi, mentre Fioroni e Gentiloni hanno ritirato le dimissioni. Cosa sta accadendo nel Pd? La vicenda si esaurisce nella normale dialettica interna, o assistiamo ai prodromi di una vera e propria diaspora? Lo abbiamo chiesto a Peppino Caldarola.

Quali nodi interni al Pd sono emersi dalla direzione nazionale di ieri?

La direzione di ieri ha portato alla luce uno scontro che andava avanti da parecchio tempo. Quello tra Bersani e due aree del partito: la piccola area prodiana, che protesta per il timore che vengano cancellate le primarie, e un’area molto più grande che fa capo a Veltroni e Fioroni, che sostanzialmente accusa Bersani di spostarsi a sinistra.

E’ così? Bersani si sta spostando a sinistra?

Bersani, con il suo atteggiamento, ha confermato l’impostazione di questo anno e mezzo di guida. Teso a immaginarsi un partito che guardi ai movimenti di protesta cercando, al contempo, di costruire un’alleanza con il centro. Demolendo, in pratica, tutta la costruzione veltroniana.

Qual è, invece, la posizione dei veltroniani?

Fioroni e Veltroni propongono lo schema del partito a vocazione maggioritaria, che non abbia bisogno di alleati, ma che si sposti verso il centro per assorbirne l’area elettorale.

 

In base a tali premesse, quella di ieri ha rappresentato una reale spaccatura?

  

I veltroniani hanno deciso di astenersi, dopo aver annunciato il voto contrario. Lo scontro capitale, quindi, è stato rinviato, ma la frattura resta grave e insanabile.

 

Perché è stato rinviato?

 

La direzione si è tenuta improvvidamente in un momento sbagliato, nella giornata in cui la Consulta si è espressa sul legittimo impedimento e un giorno prima che si sapessero i risultati del referendum di Mirafiori. Quindi, probabilmente, non si è voluto formalizzare la spaccatura – che c’è stata, ed è stata molto esplicita – perché erano in corso tali eventi.

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Non sarebbe stato più semplice tenere la direzione in un altro giorno?

 

La risposta è semplice e sconfortante: se il Pd avesse avuto una reazione da "partito normale", avrebbero rinviato la direzione di un’altra settimana.

 

Cosa ha spinto Fioroni e Gentiloni ha ritirare le dimissioni?

In realtà, non avevano alcuna intenzione di dimettersi. Evidentemente ci hanno riflettuto e hanno preferito non rinunciare agli incarichi. Soffia un vento molto forte di elezioni anticipate, e le varie componenti preferiscono non abbandonare posizioni di comando.

 

Facciamo un passo indietro: non vede, quindi, tatticismi politici dietro l’annuncio di dimettersi?

 

Non credo che sia stato calcolato. Avevano rimesso il proprio mandato nelle mani di Bersani dopo che il vicepresidente del gruppo parlamentare, Gianclaudio Bressa, esponente dell’area che fa capo a Franceschini, li aveva sollecitati a farlo, per separare nettamente la nuova maggioranza Bersani-Franceschini, dalla minoranza Veltroni-Fioroni. E’ stata la reazione ad un momento di grande aggravamento dello scontro politico. Scontro che preannuncia conflitti molto aspri nel prossimo futuro.

 

Siamo nell’ambito della normale dialettica di partito o si arriverà ad una scissione?

 

Da tempo, in effetti, si susseguono voci di una spaccatura che porti ad una scissione. Al momento non credo che l’ipotesi esista, anche perché c’è di mezzo la possibilità dello scioglimento anticipato delle Camere. Il dato principale che è emerso dalla direzione di ieri è che lo scontro è diventato più netto.

 

Quando, quindi, tale scontro potrebbe acuirsi fino a portare al divorzio definitivo?

  

Si tratterà di vedere se, nell’assemblea nazionale convocata da Veltroni al Lingotto, l’ex sindaco di Roma tenterà di proporre una fisionomia del Pd diversa, con una diversa proposta di linea politica o se proporrà, invece, un altro Pd. Se le cose andranno in questo senso è chiaro che la spaccatura si aggraverà prepotentemente. Allora capiremo se ci troveremo di fronte ad un forte dissidio interno o in presenza di due partiti distinti.


La posizione tenuta da Bersani sull’accordo di Mirafiori ha inciso sulle vicende di ieri?

 

Bersani, a differenza di Veltroni, Chiamparino e Fassino, ha molto più nelle sue corde il tema del legame con il movimento sindacale. E non intende recidere i rapporti con un’area della sinistra con cui vuole dialogare. Veltroni si è caratterizzato, invece, come capo della componente del Pd che tende quasi a identificarsi con la posizione di Marchionne. Io credo, tuttavia, che anche in questo caso Bersani – devo dire con una certa timidezza – abbia cercato di affermare il profilo di una forza social-democratica che non si identifica col sindacato ma tende a riconoscerne le ragioni. Viene accusato, per questo di essere più a sinistra, ma penso che, in fondo, sia un “tranquillo” social-democratico.

 

L’emergere della spaccatura in seno al Pd potrebbe avvicinare la data delle elezioni?

Berlusconi può trarne l’idea, non sbagliata, che il fronte delle opposizioni sia diviso. Sono divisi i partiti tra di loro e, presi singolarmente, lo sono al loro interno. Il premier può fare questo ragionamento: “Casini e Fini mi chiedono un patto di pacificazione perché non si ritengono pronti alla prova elettorale. Il Pd è alle prese con un problema interno molto forte e di relazioni politiche di grande significato, come quella con la Fiom, che lo mettono in estrema difficoltà. Forse questo è il momento migliore per chiamare al voto l’elettorato”.

 

Sarebbe cambiato lo scenario se le dimissioni di Fioroni e Gentiloni non fossero rientrate, e se la loro area avesse votato contro la relazione di Bersani, invece che optare per l’astensione?

   

Dal punto di vista tecnico, non sarebbe cambiato nulla. Dal punto di vista politico, tutto quello che poteva accadere è già accaduto.

  

 

Quale dato politico emerge da tutta la vicenda?

 

Il Pd, ad alcuni anni dalla sua nascita, non ha pace perché – come il Pdl – è una creatura concepita con troppo fretta, che è nata male e vive male.

 

(Paolo Nessi)

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