IL PALAZZO/ Monti e il nuovo “governo” Draghi-Napolitano

- Angelo Picariello

Entro fine settimana Mario Monti dovrebbe essere incaricato da Giorgio Napolitano della formazione del nuovo governo. La fine della politica o un nuovo inizio? Il punto di ANGELO PICARIELLO

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Mario Draghi tra Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica)

Dunque ci siamo. Entro fine settimana Mario Monti dovrebbe essere incaricato da Giorgio Napolitano della formazione del nuovo governo. E non è – diciamolo subito – la fine della politica, come pure teorizza oggi un osservatore intelligente quale è il direttore del Tempo, Mario Sechi. Rappresenta semmai un’occasione di riscatto, per la politica, e ce ne accorgeremo appena questo economista (che conosce già la politica, essendo stato commissario europeo) avrà l’occasione di manifestarsi. Dalle sue parole che presto dovrà pronunziare per rivolgersi agli italiani sono certo che si manifesterà tutto lo spread che lo separa dalla politica cui avevamo fatto l’abitudine, purtroppo, quella decisa a casa del timoniere, fatta di barzellette, a volte volute e a volte involontarie.

E poi, Mario Monti da ieri non è più solo un tecnico. In un Parlamento in cui con questa legge elettorale Caligola ha diritto di fare senatore il suo cavallo, e poi magari di chiedergli di votare che Ruby è la nipote di Mubarak – a proposito di politica – Napolitano esercitando una sua prerogativa ne ha nominato anche lui uno. Cosicché indicando Monti senatore a vita ha avuto modo di anticipare ai mercati quale sarà la sua mossa e nel contempo ha dato il vantaggio a Monti stesso di entrare in Parlamento ad esplorare la situazione con qualche giorno di anticipo, prendendo le misure, e di questi tempi anche un giorno guadagnato può voler dire tanto.

La politica, d’altronde, si è spazzata via da sola in questi anni. Qui, anzi, siamo all’inversione dei ruoli. Ho ascoltato incantato Roberto Benigni esibirsi ieri a Bruxelles in una difesa accorata del nostro Paese e della sua storia davanti al Parlamento europeo, passando da San Benedetto a Giotto, da De Gasperi a Napolitano. Mentre noi tutti avevamo ascoltato nei giorni scorsi il presidente del Consiglio, nei panni di comico drammaticamente involontario, parlare di ristoranti tutti pieni, mentre il Paese è sull’orlo del collasso, ostaggio dell’inerzia del suo governo.
Qual è la politica, l’immagine del presidente del Consiglio che scende sulla scaletta dell’aereo, a Cannes, ostentatamente al fianco di Tremonti,  salvo a lamentarsi due giorni dopo che un premier non è tale se non può imporre la sua linea al ministro del Tesoro? È politica questa, o pantomima? In un momento come questo, per di più.

Sarebbe, ripeto, divertente tutto ciò (anche se preferisco Benigni) se non rappresentasse il tragico litigio di due ubriachi sul ciglio di un precipizio. Ora basta. O un governo pieno o il voto, ha avvertito Napolitano, costretto ieri a intervenire di nuovo nel pieno della bufera dei mercati per assicurare che Berlusconi si dimetterà presto e una pezza ce la metterà lui. E non si capisce che fretta possa avere mai Berlusconi di andarsi a beccare lo schiaffone in faccia delle urne, con la popolarità del governo caduta sotto i piedi. Posso sbagliarmi, ma non credo che lo farà.

Draghi intanto, alla Bce, ha smesso di comprare titoli di Stato italiani (aveva avvertito di non cullarsi in eterno) fin quando il nostro premier non lascerà davvero e solo ieri ha ripreso a farlo a un certo punto, quando la situazione stava davvero precipitando.
Berlusconi, infatti, era salito al Colle, martedì, orientato a non dimettersi e poi si era accontentato della proroga concessagli per poter varare prima la legge di stabilità. Era poi dovuto intervenire di corsa, il Quirinale, per annunciare che Berlusconi gli aveva promesso le dimissioni (alle volte avesse voluto cambiare nuovamente idea) e poi ieri aveva dovuto parlare di nuovo per sancire che la proroga concessa al Cavaliere per votare la legge di stabilità, contenente le norme sulla crescita, si sarebbe esaurita sabato: e poi subito le dimissioni e via alle consultazioni.

D’altronde, sempre parlando della politica per come si era ridotta, Berlusconi era riuscito a trasformare anche la nomina del Governatore di Bankitalia in un’altra pantomima con Tremonti, accettando di bruciare Saccomanni, sul quale era già in parola con Draghi. Non voglio dire che ora Draghi si stia vendicando per questo, gli si farebbe un torto a ritenerlo capace, ma non può certo meravigliare che ci metta del suo, Draghi,  a sollecitare il cambio della guardia a Palazzo Chigi.
E pare che il neo presidente della Bce sia stato abbondantemente sondato sull’ipotesi Monti, e che l’abbia incoraggiata con convinzione.

Vedremo ora quel che accadrà. E non siamo solo noi interessati a capirlo, a quanto pare, se ieri sera piazza Montecitorio e più in là piazza Colonna, davanti a Palazzo Chigi, erano assediate dalle postazioni fisse delle tv di tutto il mondo, con il fiato sospeso per una crisi ancora dall’esito incerto nel suo svolgimento e nelle sue conseguenze internazionali.

Bersani mostra consapevolezza adeguata della gravità della situazione avendo abbandonato la tentazione delle urne (lo spread ieri ha sfiorato i 600, peggio c’è solo il fallimento) e con essa forse anche la perniciosa alleanza con Prodi e Vendola.
Non si capisce se specularmente avrà lo stesso coraggio di rompere con la Lega, Berlusconi, per favorire la nascita del governo tecnico. Ieri sera pareva proprio di sì e la nomina di Monti a senatore, che Berlusconi ha dovuto controfirmare, può darsi abbia contribuito a prepararlo al passo indietro.

Qualcuno ragionava: ma Bersani, visti i sondaggi, non avrebbe interesse a vincere le elezioni andando con Vendola e Di Pietro? Già, per prendersi le redini di un Paese nel frattempo al default? Come l’Argentina, come la Grecia? E che senso avrebbe? Sono certo che anche a Berlusconi siano stati affacciati ragionamenti di questo tipo, sulla ineluttabilità di uno scenario da larghe intese, accettando il forse definitivo passo di addio e di allearsi con i pericolosi comunisti per quasi due decenni aborriti.

Potrebbe accontentarsi di prestare qualcuno dei suoi giovani a questo governo, chiamato a salvare l’Italia (che so, Fitto, Frattini, Lupi, la Bernini, o anche Alfano se glielo chiedesse Napolitano, che certamente gli chiederà di immolare Gianni Letta) e sarebbe un bene per tutti una tregua del genere per la politica italiana, sull’orlo del precipizio. Anzi, quando ormai ci siamo già dentro. E per risalire c’è bisogno di agganciarsi agli unici due che hanno i piedi ancora piantati a terra, lassù in cima: Mario Draghi e Giorgio Napolitano.

La politica, quella  vera, quella del bene comune, se c’è ancora, batta un colpo. Ora o mai più, altro che morte della politica.

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