LETTERA/ Così il Nord-est manda in tilt la Lega

- Francesco Jori

La crisi del Pdl e della Lega in queste consultazioni amministrative pare sempre più evidente. I nervi, come spiega FRANCESCO JORI, sono tesi e il suono del gong può arrivare il 30 maggio…

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Umberto Bossi (Foto: IMAGOECONOMICA)

Come Tano Belloni: mitico ciclista d’altri tempi passato alla storia con l’appellativo di “eterno secondo”. Padano doc, tra l’altro, essendo di Pizzighettone. Il cui cognome, per giunta, inizia per B: come Bossi. Se il leader della Lega sperava in queste elezioni amministrative per superare allo sprint il Pdl sotto lo striscione del Nord per diventare il partito di riferimento dell’area, dovrà comunque incartarsela: anche nell’ipotesi che Letizia Moratti, rivelatasi il “coniglio mannaro” della seconda Repubblica con la sua vigliaccata televisiva dell’ultima ora anti-Pisapia, riesca a spuntarla nello spareggio elettorale del 29 e 30 maggio.

Perché il bilancio del Pdl al Nord è sicuramente fallimentare: incapace di contrastare l’avversario a Torino e Bologna, bastonato a Milano (con il premier-capogruppo che oltretutto perde quasi metà delle preferenze rispetto a cinque anni fa…), autoflagellatosi a Trieste, con una morìa generale di punti persi (meno 10 a Bologna, meno 12 a Ravenna, meno 15 a Trieste, meno 7 a Milano…).

Ma quello del Carroccio non è certo di molto più confortante: perde in 14 dei 15 comuni capoluogo dov’era in corsa, con la sola eccezione di Bologna; cede 3 punti a Torino e 6 a Pavia; non riesce neppure a inserirsi nel ballottaggio del comune-simbolo di Gallarate; nella stessa roccaforte trevigiana, dove pure conferma fin dal primo turno il suo presidente di Provincia, lascia sul terreno 5 punti, e per giunta deve fare i conti con un astensionismo cosmico (44 per cento, come dire che oltre 4 trevigiani su 10 non hanno trovato nessun motivo valido per concedersi una puntata domenicale ai seggi). Nei centri minori dove aveva scelto di correre in solitario, rimedia una serie di sconfitte che lo vedono oltretutto escluso dagli spareggi elettorali in agenda tra quindici giorni.

Insomma, non c’è dubbio alcuno: al tirar delle somme, entrambi gli alleati sopra il Po portano a casa brutte pagelle, vedendo di fatto bocciata la loro alleanza di governo. E se il Pdl, oltre ad arrampicarsi sugli specchi com’è pessima consuetudine della politica italiana (arrivando a parlare di “un sostanziale pareggio”…), si è già affrettato a blandire la Lega invitandola a non fare sfracelli, l’umore di quest’ultima è ben più nero, come già rivelano le prime esternazioni dei bloggisti padani.

Certo, nessuna rottura traumatica è  alle viste. Ma il voto apre indubbiamente scenari di medio-lungo periodo: perché Bossi sta cominciando a toccare con mano che prezzo debba pagare il suo movimento all’alleanza di ferro con il Cavaliere, ingoiando di tutto, dai soldi al sud (Catania, Palermo, Reggio…) alla campagna acquisti in Parlamento a suon di poltrone da sottosegretario.

E soprattutto perché, col suo fiuto da indiscusso animale politico, si sente scappare di mano i consensi della sua base elettorale. C’è un dato in particolare che esce da questa tornata elettorale, per quanto riguarda il Carroccio: il cavallo di battaglia federalista paga molto meno di quanto i suoi dirigenti si attendessero. La gente comune vota Lega per gli immigrati, la sicurezza, le tasse, l’economia, la burocrazia; di un federalismo che verrà (e che intanto di fatto sta costando di più in fiscalità locale) non riesce ad entusiasmarsi.

Rimane importante per Bossi portarlo a casa, non c’è dubbio. Ma non al prezzo di difendere Berlusconi a tutti i costi. Se perdiamo a Milano è colpa sua, aveva detto di fatto anche se non in termini così espliciti il “senatùr” prima dell’apertura dei seggi. Appuntamento alla sera di lunedì 30 maggio, potrebbe essere l’ora dei conti.

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