ELEZIONI/ Gheddo: dalla Chiesa i criteri per votare, oltre le antipatie

- int. Piero Gheddo

L’acceso dibattito sulle elezioni comunali i Milano coinvolge anche la Chiesa. È polemica su alcune affermazioni del Card. Tettamanzi e Mons. Crociata. Il commento di PIERO GHEDDO

manifesti_milano_sindaco_R400
I manifesti dei candidati sindaco di Milano (Foto: ANSA)

A pochi giorni dal ballottaggio milanese, che vede contrapposti Letizia Moratti e Giuliano Pisapia, sui giornali si torna a discutere di voto cattolico. «Gli appelli a concentrarsi sulla dimensione della concretezza, del fare quotidiano e della progettualità sembrano cadere nel vuoto», ha dichiarato pochi giorni fa il Cardinale Angelo Bagnasco, criticando una politica troppo spesso ridotta a “litigio perenne”. Ieri lo scontro tra Il Giornale e Avvenire sulle parole del cardinale Dionigi Tettamanzi e il chiarimento di mons. Mariano Crociata sul tema delle moschee. Secondo il segretario generale della Cei, la costruzione di una moschea risponde infatti al diritto fondamentale della libertà religiosa, ma occorre tenere conto delle «esigenze di vita sociale e comunitaria della nostra Costituzione», dato che si tratta anche di «luoghi di aggregazione sociale». Ma come orientarsi in questo finale di campagna elettorale che vede i programmi dei candidati ancora in secondo piano? «Per un cattolico è molto più semplice di quanto si creda – dice Padre Piero Gheddo a IlSussidiario.net -. Nella scelta su chi votare il criterio non è la simpatia personale, ma le proposte che vengono portate avanti dai candidati sui temi che la Chiesa oggi ritiene decisivi, in Italia come in tutto il mondo».

A cosa si riferisce?

Parlo di quei “valori non negoziabili” indicati più volte da Papa Benedetto XVI e dalla Conferenza Episcopale Italiana come prioritari: la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale, la difesa della famiglia e del matrimonio tra uomo e donna, la difesa della libertà di educazione e della libertà religiosa. Non sono temi che la Chiesa sceglie a caso, c’è una ragione precisa.

Quale?

Stiamo attraversando una crisi antropologica che riguarda lo stesso concetto di uomo. Se ci si dimentica infatti che l’uomo è una creatura di Dio si può arrivare fino a mettere le mani sulla vita e sulla morte, scivolando verso quella barbarie inseguita da Hitler e da altri come lui. È questo il punto più importante, tutto il resto, anche se condivisibile, viene dopo.

Cosa intende dire?

L’ingiustizia sociale non è stata di certo sconfitta, se chi si batte per questo però sostiene l’aborto, l’eutanasia e l’equiparazione delle coppie gay al matrimonio tra uomo e donna, non andiamo più d’accordo. Da cattolico non potrei mai votare infatti per un candidato che porti avanti queste idee, anche se ha in mente molti  progetti meritevoli.
La libertà di educare, poi, non è certo un tema minore. Le famiglie devono poter scegliere alla pari tra scuole paritarie e scuole pubbliche, come già avviene in Lombardia nel campo sanitario. Tra l’altro, grazie alle paritarie, anche se nessuno lo dice, lo Stato risparmia diversi miliardi di euro l’anno. Non è allo Stato, o al Comune, che spetta la regia di tutto, ma il controllo, per evitare che qualcuno faccia il furbo. Il primato resta quello dell’individuo, come dice il principio di sussidiarietà.

In questa campagna elettorale le polemiche continue non hanno permesso probabilmente di approfondire questi temi. Il Card. Bagnasco ha puntato il dito contro il “dramma del vaniloquio”, quella spirale di «invettiva che non prevede assunzioni di responsabilità».

Sono d’accordissimo con lui, anche se ricordo ancora gli insulti che volavano nella campagna elettorale del ’48 e in quella del ’53. In quegli anni, d’altra parte, si decideva se restare al di qua della “cortina di ferro” e fortunatamente, come ammise poi anche lo stesso Berlinguer, non ci fu un’affermazione delle sinistre. 
Per questo i toni aspri non mi spaventano più, anche se gli schieramenti politici oggi dovrebbero rispettarsi maggiormente e cercare di dialogare. I tempi dovrebbero permetterlo, anche se la fine della Prima Repubblica e la dissoluzione dei partiti ci ha portato in questa direzione. Oggi conta molto di più il carisma personale delle ispirazioni ideali e la demonizzazione reciproca sembra quasi una conseguenza inevitabile. 

Come ne usciremo secondo lei?

Non saprei, la personalizzazione conta ancora moltissimo e non solo in Italia. Registro solo il fatto che qui da noi siamo fermi al ’94: tutta l’attenzione è ancora concentrata su Berlusconi, tant’è che gli attacchi che riceve sono rivolti alla sua persona più che alla sua politica.
L’evoluzione della politica italiana seguirà comunque il suo corso e la Chiesa continuerà a indicare a tutti ciò che conta senza dover dire per chi votare. Ricordo ad esempio nel 1968 i distinguo di un certo mondo cattolico contro l’Humanae Vitae di Paolo VI. “È matto – dicevano – c’è il boom demografico, non bisogna favorire le nascite”. Il Papa tenne duro e la storia gli diede ragione, perché ragionava secondo il Vangelo. D’altronde l’uomo vive nelle cose di tutti i giorni, ma la Chiesa vede più lontano. Spetta alla libertà di ciascuno decidere se ascoltarla. Uno può anche decidere di fare il “cattolico adulto” e disobbedire: la coscienza è sua…

(Carlo Melato)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori