TAGLIO PROVINCE/ Il costituzionalista: la “campagna acquisti” dei comuni? Solo le Regioni possono evitarla

Per non essere “tagliate” alcune province cercando di acquisire comuni di altre province in modo da rispondere ai requisiti della norma in materia. Il parere di VINCENZO TONDI DELLA MURA

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E’ partita la campagna acquisti dei comuni. Non sarà avvincente come la campagna acquisti dei calciatori, ma per molte province potrebbe significare la sopravvivenza. Il piano del Governo infatti prevede il taglio di tutte quelle con meno di 350mila abitanti e con una superficie inferiore ai 2500 chilometri quadrati. Per evitare di scomparire, c’è già chi si sta muovendo per convincere un comune di un’altra provincia (con promesse di vario tipo) a passare nel suo territorio, in modo da arrivare ai due requisiti richiesti dalla riforma. Secondo il professor Tondi della Mura, Docente di Diritto Costituzionale, contattato da Ilsussidiario.net, con queste iniziative si aggira lo spirito della  riforma stessa, che è, spiega “quello di creare delle macro province in modo da eliminare proprio le micro province”. Il problema, aggiunge, è che “le province non possono essere soppresse se non con una riforma costituzionale. In attesa di ciò, e cioè tempi lunghi, le cose che si possono fare è rendere le province più funzionali, dare a esse una funzione di ente di area vasta con un rapporto con le Regioni più dinamico”.

Professore, è possibile per un comune passare da una provincia all’altra?

Sul profilo procedurale certamente è possibile: la “campagna acquisti” di comuni che si offrono al miglior offerente è praticabile.

In che modo?

Il procedimento è fatto in modo che l’iniziativa possa sorgere dal basso, quindi dai comuni. Questo è il disegno previsto dalla Costituzione all’articolo 133.

Cosa dice esattamente l’articolo 133?

Dice che si deve partire con una iniziativa del comune, avere il parere della Regione e quindi una legge apposita dello Stato. Il procedimento indicato dalla riforma per non essere incostituzionale, cioè proibire questo diritto dal basso, cerca in qualche modo di ricalcare la norma stessa. Ci deve dunque essere anche adesso una iniziativa del comune o un accordo fra Regione ed ente locale. Quindi la proposta della Regione e infine la legge del Governo. E allora: i comuni possono mettersi in vendita o le province possono fare una campagna acquisti? Astrattamente sì.

Perché astrattamente?

Bisogna vedere la Regione che ruolo intende esercitare perché può avallare le spinte campanilistiche oppure può porsi come riferimento e quindi coordinare questi grandi assembramenti o questi micro assembramenti provinciali. Il Governo ha dato due requisiti: avere almeno 350mila abitanti e 2500 chilometri quadrati di superficie. Quindi astrattamente se una provincia rientra in quei due requisiti può rimanere tale, molto dipenderà dalla scelta delle Regioni di creare macro province o micro province.

Ma in questo modo non si va contro la norma del governo?

Il governo se si formano le macro province sarà contento, non sarà contento se si formano le micro province. La campagna acquisti riguarda una provincia che non rientra nei due requisiti per cui si “compra”, termine bruttissimo e inappropriato, qualche comune in modo da rientrare in questi requisiti. A questo punto però viene aggirato lo spirito della riforma, che invece vuole creare macro province. Per questo è fondamentale il ruolo delle Regioni nel sostenere questa tendenza verso i grandi territori e nello scoraggiare le tendenze campanilistiche.

Dunque sì alle macro province.

Questo è lo scopo, tanto è vero che passando poi alle funzioni delle nuove province la legge di riforma prevede una novità molto importante.

Quale?

Con il vecchio decreto legge Salva Italia le province venivano svuotate dei compiti e quindi diventavano scatole vuote che nel futuro sarebbero state definitivamente soppresse. Invece con la norma inserita nella  spending review le province hanno riacquistato funzioni importanti. 

Quali?

Sono destinate a diventare enti “con funzione di area vasta”. 

Cosa significa? 

Le province sostanzialmente conservano le vecchie funzioni. E cioè: pianificazione territoriale e ambientale, trasporto e viabilità e, grazie alla correzione che è stata fatta recentemente, la programmazione della rete scolastica, edilizia compresa. Inoltre la provincia comincia ad avere una funzione di indirizzo politico e di coordinamento su tutti gli enti locali con una funzione appunto che può andare al di là di tutte le singole iniziative elencate, ma può diventare un collante di esigenze degli enti locali. In questo senso sarebbe una contraddizione un ente così significativo politicamente farlo coincidere con un piccolo territorio. La riforma spinge verso i grandi territori, quindi le Regioni dovrebbero avvallare questo disegno.

Si riconosce un ruolo positivo alle province, nonostante le tante critiche che si sono riversate su questi enti?

Il problema è che le province non possono essere soppresse se non con una riforma costituzionale. Quindi bisogna essere realisti: nulla toglie che il legislatore voglia sopprimere le province, ma ci vuole una riforma costituzionale. In attesa di ciò le cose che si possono fare è rendere le province più funzionali, dare a esse una funzione di ente di area vasta e renderle più dinamiche nel rapporto con le regioni. Una funzione di collante con le esigenze dei comuni e le regioni insomma. La Regione può cedere anche ulteriori funzioni regionali. 

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