SCENARIO/ Polito: tutte le incognite che legano le mani a Berlusconi (e al Pd)

- int. Antonio Polito

ANTONIO POLITO spiega perché, effettivamente, Berlusconi non abbia ancora sciolto le riserve in merito alla sua ricandidatura e come si svilupperà lo sconto tra Renzi e Bersani

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

E’ molto meno scontata di quanto si immagini l’ennesima candidatura di Berlusconi alla presidenza del Consiglio; se è pur vero che, nel centrodestra, non si scorgono particolari alternative, tale ragione non può essere l’unica per scendere in campo – particolare tutt’altro che irrilevante – a 76 anni. Tanto più che le chance di successo, questa volta, sono estremamente risicate. Per questo, intervistato da Alessandro Sallusti sulla nave da crociera Msc divina, che ospitava i lettori de Il Giornale, l’ex premier ha rotto un silenzio che durava da mesi. Ma non gli indugi. Abbiamo chiesto ad Antonio Polito come interpretare le parole di Berlusconi, anche alla luce di quanto sta avvenendo in seno alla sinistra e sullo scacchiere internazionale.

Secondo lei, Berlusconi si ricandida?

Credo che lui stesso ancora non abbia deciso cosa fare. Del resto, è comprensibile: l’incertezza dell’equazione politica italiana è talmente elevata da allarmare i nostri partner europei e i mercati. Non solo non si sa chi governerà l’Italia, ma neppure quali saranno le coalizioni che si sfideranno, quali i candidati premier, e con che sistema elettorale si andrà a votare. In queste condizioni, c’è il rischio che, per un politico a fine carriera, l’eventuale ri-discesa in campo, rappresenti un ripiego, una forma di autodifesa, o l’ammissione di non aver trovato, semplicemente, nessuno in grado di sostituirlo. A tutto ciò, si aggiunga un’altra incognita.

Quale?

A fine ottobre, si vota in Sicilia. Lì, Pd e Udc sono alleati. La consultazione, quindi, avrà valore nazionale, perché consentirà di capire se l’esperimento sarà replicabile alle politiche. In caso di insuccesso, invece, potrebbe riaprirsi la strada del dialogo tra il partito di Casini e il Pdl. Sempre a patto, ovviamente, che Berlusconi si faccia da parte.

Non crede che, questa volta, l’unica certezza di Berlusconi sarà quella di non poter vincere?

Nell’attuale sistema, la frammentazione è tale che il concetto di vittoria è estremamente relativo. Ovviamente, come lui stesso ha ammesso, è destinato alla sconfitta se si voterà col porcellum. Quest’ultimo, infatti, premia la coalizione e Berlusconi è rimasto privo della Lega, dell’Udc e dei finiani. Oltretutto, in caso di sconfitta, l’ex premier dovrebbe spartirsi il 45% di seggi spettanti all’opposizione (il premio di maggioranza conferisce il 55% alla coalizione vincente) con l’Idv e Grillo.

Crede, quindi, che una legge elettorale si farà realmente?

Sicuramente l’attuale dovrà essere archiviata. Anche il Pd ha tutto l’interesse a cambiarla. Certo, ne sarebbe favorito, in parte, nella vittoria; tuttavia dopo essersi impegnato fermamente per anni nel contrastarla, non potrà di certo andare al voto con il porcellum, facendo finta di niente.

Crede che la nuova legge elettorale garantirà l’esistenza di una maggioranza politica?

Con l’attuale frammentazione politica, probabilmente, solo un doppio turno alla francese potrebbe servire allo scopo. Credo che una delle ipotesi più verosimili resti quella della grande coalizione. Dove, effettivamente, Berlusconi, pur vincendo, potrebbe farne parte da coprotagonista.

Secondo lei, la nuova legge vedrà la luce entro i primi dieci giorni di ottobre, come ha promesso Alfano?

Di questi annunci ne abbiamo sentito, nel corso degli ultimi mesi, troppi. Sta di fatto che, effettivamente, l’Europa ha suggerito che le leggi elettorali dei Paesi membri vengano approvate almeno un anno prima delle elezioni, in modo da permettere agli elettori e agli stessi competitori di attrezzarsi adeguatamente.

A proposito di Europa: Berlusconi si è dichiarato contro il fiscal compact, ha denunciato l’inutilità del fondo salva stati e auspicato che la Bce batta moneta. Si tratta di boutade, o ha espresso una linea politico-economica?

Si tratta di ipotesi che hanno una loro legittimità, in astratto, ma non nel contesto in cui ci troviamo. Ovvero: se non avessimo un debito da 2mila miliardi, non dovessimo restituire interessi elevatissimi sul debito, non ci fosse la crisi, la recessione e se dei soldi di cui stiamo parlando grossa parte non fosse proprio la Germania a metterceli, allora sì, potremmo dire il discorso di Berlusconi potrebbe avere senso.  

Dal canto suo, la Merkel, a chi le chiedeva di esprimersi sul ritorno in campo di Berlusconi, si è limitata ad un freddissimo: «Io sono una politica democratica. Rispetto i risultati elettorali di ogni paese. Vorrei concentrarmi sulle domande che rientrano nel mio campo d’influenza». Non era pur sempre lei quella che chiese con forza, all’epoca, le dimissioni di Berlusconi?

Ciò che accadde all’epoca è noto: non solo la Merkel, ma anche Sarkozy, riteneva che l’Italia, nelle condizioni in cui si trovava, sarebbe potuta esplodere come la Grecia. Fecero pressioni affinché si cambiasse registro. Pressioni che, da Berlusconi, furono accolte. Bisogna, cioè, dargli atto del fatto che, con oggettivo senso di responsabilità, comprese che facendosi da parte, l’Italia avrebbe ottenuto più fiducia da parte dei mercati. L’atteggiamento della Merkel di oggi rappresenta un semplice no comment che, effettivamente, tradisce l’ipocrisia di un pensiero invalso nel sentire comune, secondo il quale alcuni Stati non ingeriscono nella vita degli altri.

Perché Berlusconi ha manifestato un tale appoggio per Renzi, affermando che, se vicesse, finalmente, avremmo anche in Italia un partito socialdemocratico? 

Effettivamente, il Pd cambierebbe radicalmente, con un Renzi vincitore. Addirittura, il partito potrebbe non rimanere in piedi. Gran parte dei suo esponenti e dei suoi militanti non potrebbero accettare di prender  parte ad una sorta di deriva liberale. Credo, in ogni caso, che il fine di Berlusconi sia consistito esclusivamente nel creare divisioni in seno al Pd. Non credo che sia ancora giunto al punto da ragionare in vista di chi possa essersene il candidato. Tanto più che lui stesso non ha ancora sciolto le riserve sulla propria candidatura.

A seconda di chi vinca, tra Bersani e Renzi, cosa cambierebbe realmente?

La sostanziale differenza tra i due consiste nella patrimoniale. Il primo l’ha inserita nel proprio programma, il secondo no. Si tratta di un tema estremamente caro alla sinistra; che se, da un lato, potrebbe avvantaggiare Bersani, dall’altro potrebbe penalizzarlo: considerando il contesto, infatti, gestire l’eventuale ulteriore tassazione potrebbe essere piuttosto complicato. In ogni caso, credo che la materia diventerà sempre più terreno di scontro elettorale.  

 

(Paolo Nessi)

 

 

 

 

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