CL & POLITICA/ Magatti: una “traversata” che libera il movimento e i politici

- Mauro Magatti

Per MAURO MAGATTI, il nostro senso religioso, facendoci amare il mondo, ci proietta verso l’azione – e dunque il potere – ma alla fine rischiamo sempre di rimanerne imprigionati

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Julián Carrón (Infophoto)

Il tema dei rapporti tra religione e politica ha origini antiche. Innanzitutto perché l’esperienza religiosa ha sempre, di per se stessa, un impatto sull’intera comunità degli uomini. E poi perché avere una prospettiva sul mondo illuminata dalla fede porta, inevitabilmente, a porsi domande sulla realtà. Domande da cui nasce l’urgenza dell’azione. Come se lo sguardo trascendente arrivasse a toccare, in un punto del tempo, la concretezza della contingenza. La storia di CL negli ultimi decenni ripercorre, in modo certo unico e originale, le vicende di molti altri ordini e movimenti (per limitarci alla cristianità). Con tutte le luci e le ombre che accompagnano sempre l’esperienza umana.

Tanto più quando è collettiva. In rapporto a questa ricca e complessa vicenda – a cui fa riferimento la Nota di Comunione e Liberazione sulla situazione politica e in vista delle prossime scadenze elettorali – desidero soffermarmi su di un punto. La politica, lo sappiamo, ha a che fare con il potere. Il potere è parola ambigua. Da un lato, esso significa semplicemente la condizione dell’agire. Potere come ‘poter fare’. Dall’altro, il potere ha a che fare con la tendenza al dominio e al controllo e da qui, poi, alla chiusura. In realtà, non si può vivere senza ‘potere’. Semplicemente perché il potere è intrinsecamente legato all’agire. Per questo, anche se tendiamo a pensare che il potere ci regali libertà, in realtà esso ci chiede di servirlo. Abbiamo sempre la presunzione di essere capaci di servirci del potere.

Ma, alla fine, ne finiamo asserviti. Si tratta, come dicevo, di una vecchia storia. Dato che, giustamente – direi doverosamente – il nostro senso religioso, facendoci amare il mondo, ci proietta verso l’azione – e dunque al potere – alla fine rischiamo sempre di rimanerne imprigionati. Tanto più quando facciamo politica, che è quel sotto sistema sociale che, da molti secoli, si struttura proprio attorno a questa categoria. A dire il vero, il cristianesimo si distingue per il suo pensiero originale: nel Vangelo c’è scritto che chi vuole essere il primo deve essere ultimo e chi vuole avere potere deve servire. Come dire: c’è un modo paradossale di agire – cioè di aver potere – che è agire attraverso la debolezza e l’umiltà.

La morte in croce di Cristo è, da questo punto di vista, l’espressione massima di un’azione ‘impotente’ che rivela la sua massima potenza. Liberando così l’azione dalle trappole del potere. Forma archetipica di quella che a me piace chiamare “azione deponente – cioè che si ‘depone’, almeno un po’, pur senza rinunciare alla concretezza della realizzazione. Nella serena fiducia che, nel mondo, non siano attive solo le azioni dell’uomo. Ma questo modo paradossale tende a non avere cittadinanza in un mondo che si auto condanna a un orizzonte miope. 

Così che l’avventura dei cristiani che hanno l’ardire di praticare questa particolare forma di carità – come la chiamava Paolo VI – è sempre esposta al rischio della corrosione. La storia del cristianesimo è intessuta di vicende che nascono e si sviluppano attorno a questo paradosso. È il suo particolarissimo sguardo sul mondo che chiama il cristiano all’azione, con il rischio di ritrovarsi poi suo prigioniero. Perdendo quella capacità di trascendenza che è la radice vera di una diversità. Una dimensione fondamentale per cercare di fare i conti con l’ intrattabile’ questione del potere – specie in ambito politico – è la durata. Ci può ben essere uno spazio di azione politica. Ma questo spazio deve accettare di essere breve.

Quasi fugace. Limitandosi a trovare l’innesco attraverso cui diventa possibile immettere un’energia nuova, diversa, nel mondo. Una energia capace di sorprendere, e così di sconvolgere, lo stesso potere. Ma senza la pretesa di “tenere” – meglio ‘trattenere” – la “cosa”. La storia di CL non si riduce certo alla sua azione politica. La sua radice propriamente religiosa e ecclesiale, il suo radicamento nelle opere sociali, l’impegno culturale e, più di recente, la sua proiezione internazionale non permettono di schiacciarla su questa dimensione. Ma, detto questo, è pur vero che la dimensione politica ha avuto, nella storia del movimento, un peso non trascurabile. Coinvolgendo singoli, nella loro responsabilità, e così esponendo, come era inevitabile che fosse, alle tentazioni che il potere porta con sé. All’interno di questa lunga vicenda, il frangente che il movimento sta vivendo in questi mesi costituisce, dal mio punto di vista, un kairos – un’ occasione – per sciogliere quelle incrostazioni che, come ho cercato di sostenere, tendono sempre a formarsi attorno al potere.

Da questo punto di vista, il documento di CL – opportunamente richiamandosi ad un testo di Giussani di quarant’anni fa e così quasi costituendo un ritorno alle origini aiuta a recuperare quella scioltezza che lo spirito sempre ci regala. Per come lo conosco, a me pare che CL abbia in se tutte le risorse e le capacità di attraversare con successo questa nuova traversata. E ciò non è poco, tenuto conto che la storia ci insegna quanto questi passaggi siano difficili e dolorosi. Tracciare di nuovo la soglia tra la dimensione religiosa e dimensione politica è operazione delicata. Ma c’è ragione di credere che essa sia in grado di portare molto frutto.



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