SCENARIO/ Sapelli: Napolitano darà la grazia a B. per rimediare agli errori degli Usa

- Giulio Sapelli

Cosa c’entra il voto contrario alla missione in Siria ottenuto da Cameron in parlamento, con la situazione italiana e il ruolo di Giorgio Napolitano? C’entra e molto. GIULIO SAPELLI

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Giorgio Napolitano (Infophoto)

Il rapporto tra grande potenze mondiali sta mutando. Per la prima volta dopo due secoli il Regno Unito si divide dagli Stati Uniti su uno dei punti decisivi della grande involuzione culturale avvenuta nelle relazioni internazionali nell’ultimo ventennio. Mi riferisco ai vent’anni che sono seguiti alla fine dell’era kissingeriana seguita al crollo dell’Urss. La prova generale del cambiamento teorico e pratico furono le guerre balcaniche che segnarono il passaggio dalla teoria alla pratica nella fine dell’era di Westfalia, quando nei punti salienti degli interessi geostrategici ciascuna nazione poteva darsi il regime politico che voleva, anche se a sceglierlo era un pugno di sanguinari dittatori, e quando qualsivoglia sacrificio poteva essere celebrato sugli altari. Solo le aree del mondo ritenute ininfluenti nell’equilibrio mondiale potevano vedere esercitarsi in guerre locali e di intelligence le truppe più o meno clandestine dei westfaliani eserciti dell’equilibrio del terrore: Che Guevara in Congo e il colonnello Taylor in Sierra Leone si comportavano come i fantastici personaggi dei romanzi di Le Carré. 

Venne poi il triste tempo dell’intervento umanitario. I preparativi furono fatti ancora in periodo westfaliano. Armare i mujaidin e i talebani contro l’Urss e una volta sconfitta l’Urss non preoccuparsi se i mujaidin e talebani dominavano il paese così come i servizi segreti pachistani divenivano i veri regolatori dei rapporti tra gli Usa e l’India: ebbene tutto questo non poteva che porre le basi per un’instabilità cronica in aree delicatissime del sempre in pericolo equilibrio mondiale. Il vero momento di cambiamento furono le guerre balcaniche tra gli slavi del sud. Nei primi anni del Novecento esse provocarono la prima guerra mondiale, venti anni orsono in uno sgretolamento della Jugoslavia posero nuovamente all’umanità il terribile problema del genocidio. 

Allora il genocidio diveniva lotta intraetnica in una entità geografica senza più stato da cui emergevano nazioni che cercavano di definire i confini statali l’una con l’altra massacrandosi e sterminandosi. Quindi il nation-building fu anche nel contempo intervento umanitario antigenocidario e fu effettuato da diversi attori: la Nato, gli Usa, l’Italia come agente degli Usa (governo D’Alema) senza mai che l’Europa unita desse un segno di vita. Il legame tra Regno Unito e Usa si rinsaldò d’allora attorno alla teoria che univa sia i seguaci di Leo Strauss della West e della Eastcost (i neo-cons) sia i teorici bleariani della London School of Economics, sia i seguaci del grande giurista e costituzionalista internazionale francese Alfred Dumas. Kissinger diveniva un ferrovecchio, Westfalia una parola da dimenticare, e la guerra giusta affidata volta a volta all’equilibrio prevalente di potenza in modo da giustficare sia la spartizione del mondo sia la lotta al terrorismo internazionale. 

Il legame tra Uk e Usa divenne una necessità per continuare ad avere un rapporto transatlantico tra Europa e Usa proprio quando Germania e Spagna  rifiutarono di versare il sangue dei loro soldati in Afganisthan e in Iraq. Recentemente la Francia ha tentato un riavvicinamento con gli Usa nel corso delle guerre nordafricane. Tali sono infatti le primavere arabe: guerre tra le faglie create dalle divisioni tra sunniti e siiti che, grazie al maldestro intervento nordamericano, si sono consoldate come guerre golfo-nordafricane con autorità statuali di riferimento quali, per gli sciiti, l’Iraq e l’Iran, e l’Arabia Saudita per i sunniti. La “Germania” del Nord Africa, l’Egitto, non ha mai avuto bisogno di stati di riferimento. Lo sappiamo dall’età dei Mamelucchi, durante l’impero ottomanno, lo sappiamo dalle campagne napoleoniche che non a caso si sono svolte in Egitto e non altrove, lo sappiamo dalla crisi del ’56 con Nasser e Suez. 

L’unico a non saperlo è stato il presidente Obama che ha frainteso l’identità dei Fratelli musulmani, cosmopoliti per definizione come non a caso lo era il vecchio Califfato, e che avrebbero dovuto dirigere una nazione secolare come l’Egitto, al posto dei suoi secolari guardiani (Abdel-Malek e il suo seminale libro negli anni cinquanta del Novecento insegna). In questo agosto quindi tutti i nodi vengono al pettine ma tutti paiono aver perso la testa. 

I francesi dimenticano che dall’accordo Sky-Picot nasce quello che è stato il più potente punto di equilibrio in quelle aree, con l’Egitto, dopo la prima guerra mondiale, ossia la Siria e il suo rapporto con il Libano e dopo il ’17 con Israele che nonostante tutti i terribili conflitti e le guerre dal Kippur in poi, ha retto miracolosamente grazie al ruolo che gli Alauiti della tribù dei Saddam hanno garantito alla Siria per circa cento anni. Ora la Francia dimentica questo suo glorioso passato coloniale e pur di sostituirsi al Regno Unito nel suo rapporto con gli Usa − e in ciò Hollande continua Sarkozy − vuol far la guerra ai suoi storici alleati che essa stessa, la Francia, ha contribuito a creare. Quindi la triangolazione che si è venuta a creare tra Russia, Israele e Arabia Saudita − che sfida così un odio secolare contro gli sciiti a vantaggio della stabilità della regione, garantita dagli Alauiti (sciiti), rischia di andare in frantumi. 

Solo il peso dei militari e dell’intelligence americana e inglese, e naturalmente anche francese e italiana, può fermare l’intervento in Siria. Ma questo vuol dire rischiare di lasciare gli Usa drammaticamente soli nell’arena mondiale in un momento in cui la Cina diventa sempre più aggressiva. In Asia si può porre rimedio riarmando il Giappone. Ma in Africa, sia al Nord che al centro, pare non vi sia rimedio: l’Europa è divisa e i francesi danno solo sfogo a una cultura imperiale senza i mezzi per perseguirla. Era ed è esseziale che gli Usa continuino a mantenere quindi il rapporto con il Regno Unito, che non solo simbolicamente ma anche militarmente rappresenta per essi l’unico alleato da porre in gioco nel caotico sistema di rapporti internazionali. 

Questo in un contesto in cui tuttavia anche le intelligences del Regno Unito e degli Usa e soprattutto le élites militari sono contrarissime ad un intervento in Siria perché sanno che l’effetto domino giungerebbe non solo in tutto il Nord e il centro Africa ma anche in Russia e sino al Pakistan e all’India dove le faglie sciite-sunnite sono quanto mai all’opera. 

In questa situazione il primo ministro Cameron si dimostra meno stupido di quanto non appaia a molti: riafferma la sua volontà di potenza sostenendo fortemente, dichiaratamente, Obama e la sua volontà di intervento ma, inspiegabilmente, soprattutto per chi conosca il potere dei whips a Westminster, ossia dei capigruppo parlamentari in quella Camera Bassa, inspiegabilmente viene sconfitto in parlamento per una manciata di voti. L’onore della bandiera è salvo. I timori dei militari son dichiarati sacrosanti e la follia è solo quella dei Macbeth di turno in tutto i mondo: i politici incapaci, vili, casta sozza da indicare al ludibrio dei patrioti. Un bel capolavoro, non c’è che dire. L’estate non poteva finir peggio e con un gioco di specchi a livello internazionale. Questi giochi illusionistici mi ricordano quelli che gli inglesi furono costretti a mettere in atto dopo la viltà di Chamberlain e il filonazismo di un re che fu sconfitto con un’abdicazione grazie a un matrimonio fasullo. 

Ebbene, anche noi in Italia abbiamo il nostro gioco di specchi. Non a caso anche qui la disgregazione avanza veloce. La magistratura, ordine che è divenuto potere, dimostra che non può governare il paese così come vorrebbe: può solo imporre dei veti, scatenare timore e viltà, ma non può produrre un nuovo equilibrio politico istituzionale stabile nella situazione data. E la situazione data è quella creata da Silvio Berlusconi e dall’accanimento giudiziario nei suoi riguardi che giunge ormai a punte inverosimili. L’ultimo demiurgo di questa nostra povera Italia, Gorgio Napolitano, lo sa benissimo. Tutto quello che ha fatto in questi ultimi tempi è diretto ad arginare questo ordine trasformatosi in potere che gode anche di potenti appoggi internazionali. Ma rispetto a questi ultimi, pare che gli Usa, che sono sempre la nostra ultima speranza di stabilità, questa volta ci abbiano proprio abbandonati. 

Del resto sono in una confusione simile a quella in cui si trovarono nel 1974. Nel mio libro Southern Europe since 1945, Portugal, Spain , Italy Greece and Turkey. Tradition and Modernity (di cui l’Istituto storico germanico di Roma mi ha fatto l’onore di ricordarlo vent’anni dopo la sua pubblicazione) allora spiegai come il putsch militare portoghese che passò poi per la “rivoluzione dei garofani” fosse possibile in una nazione in cui gli Usa avevano la base alle Azzorre perché in quegli anni fuggivano da Saigon ed erano investiti da una terribile decadenza internazionale simile a quella di oggi. 

L’Italia è molto più sola di quello che io stesso non sia orientato a credere. E quindi il Quirinale è una torre solitaria, dove può esercitarsi solo più la capacità di manovra di lungo periodo di un grande capo politico del Partito comunista italiano come è stato Giorgio Napolitno. 

Mi spiego. Cameron perde in Parlamento, perché è l’unico modo di non lasciare soli gli Usa anche  abbandonandoli militarmente. Ora Napolitano stupisce tutti gli ammiratori del suo equilibrio nominando quattro senatori a vita, di cui tutto si può dire benevolmente, ma non che siano politicamente indipendenti. Anzi: con Berlusconi e Ruini tutti questi senatori hanno polemizzato. Un passo falso di un abilissimo diplomatico? Non credo. Piuttosto una mossa simile a quella di Cameron. Dopo la sterzata a sinistra, giungerà quella a destra, per dirla nei volgari termini che non mi appartengono ma che sono efficaci. Chi potrà rimproverare l’ ultimo demiurgo a questo punto di guardare benevolmente alla sorte di Silvio Berlusconi? 

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