ITALICUM/ Il “Pastrocchium” della Terza Repubblica

- Alessandro Mangia

Alla fine la bozza attesa per due giorni e salutata dalla stampa come il grande accordo che doveva dare il via alla Terza Repubblica è arrivata. ALESSANDRO MANGIA

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Matteo Renzi (Infophoto)

Alla fine la bozza attesa per due giorni e salutata dalla stampa come il grande accordo che doveva  dare il via alla Terza Repubblica è arrivata. È stata salutata dal suo presentatore come l’Italicum. Da quello che finora si capisce questa bozza, superato il disorientamento, sembra in realtà un Pastrocchium. O un Ibridum. Un piccolo, contorto capolavoro di ingegneria elettorale che parte dal finto proporzionale del sistema spagnolo (che è in realtà un maggioritario), ci aggiunge la soglia di sbarramento e il premio di maggioranza del Porcellum e poi prevede il ballottaggio (non il doppio turno) eventuale (che quasi sicuramente sarà necessario) e il divieto di apparentamento. 

Un sistema complicatissimo che sembra progettato sostanzialmente per far fuori o ridurre a miti consigli i piccoli partiti usciti dalla elezioni del 2013 e cercare di mettere nell’angolo Grillo, che ormai è troppo grosso per essere sterilizzato con le soglie di sbarramento, ma che può ancora essere confinato nell’angolo dell’opposizione antisistema con il ballottaggio. Il che, tra l’altro, gli va benissimo, vista la sua strategia di lucrare sulla rendita di posizione che questo atteggiamento gli garantisce. 

Insomma, entro una sola settimana dalla pubblicazione della sentenza della Corte che avrebbe dovuto far capire alla politica che il tempo dell’ingegneria elettorale era finito, ecco che entra in scena l’ibrido non emendabile tra il proporzionale spagnolo e il sindaco d’Italia. Che ci consegnerà, plausibilmente, il Sindaco di Spagna.

Ora, che nelle trattative politiche si debba tenere conto delle richieste degli interlocutori è un dato di semplice buon senso. E, infatti, da quanto si è capito, in questi giorni si è partiti dal finto proporzionale spagnolo (che piaceva a Renzi) per poi arrivare al ballottaggio eventuale (che piaceva ad Alfano, ma mica tanto a Berlusconi). E ci si deve ancora mettere d’accordo con precisione sulle soglie di sbarramento. E sull’ammontare del premio.

Però adesso tutti sembrano contenti. 

Le polemiche, per il momento, non sono molte. E riguardano fondamentalmente la questione per cui anche il prossimo Parlamento dovrebbe essere eletto a liste bloccate (alla spagnola). Si è detto che le preferenze sono pericolose, che alzano la soglia delle spese elettorali, che facilitano le collusioni tra criminalità e potere politico ed altro. E che dunque le liste bloccate sono un toccasana per la democrazia. O comunque che sono meno peggio delle preferenze (che, per la verità ci sono per le elezioni europee, per le regionali e per le comunali. E cioè dappertutto meno che a livello nazionale). 

Per quella sentenza tanto attesa una settimana fa – e che ora sembra diventata già vecchia – le liste bloccate non andavano bene per due ragioni: per il fatto che escludevano completamente l’elettore dalla scelta di chi dovesse andare in Parlamento; per il fatto che, con le liste bloccate, a decidere chi dovesse andare in Parlamento erano i partiti e non gli elettori. 

Ora le liste bloccate ritornano perché la Corte ha detto che liste corte che garantiscano la conoscibilità dei candidati sul territorio possono essere accettabili. Ora, io non so se liste di sei candidati garantiscano davvero la conoscibilità del candidato. Per poterlo dire bisognerebbe conoscere l’ampiezza dei collegi. Una cosa che al momento dalla bozza non è dato di sapere. 

Ma credo però di capire una cosa: che le liste bloccate erano la parte del Porcellum che piaceva di più ai partiti. E infatti il Porcellum è durato tanto non perché garantisse la “governabilità” del paese, ma perché garantiva la governabilità dei partiti, consegnando al segretario potere di vita e di morte sui candidati che potevano essere mandati o meno in Parlamento a seconda del loro livello di gradimento (al segretario). 

Tanto è vero che un terzo del Pd, che è stato in passato il partito anti-preferenze per eccellenza, oggi scopre il ruolo salvifico delle preferenze, pur di ritagliarsi un possibile spazio di autonomia dal nuovo segretario. 

Tanto è vero che a neanche una settimana dal deposito della sentenza le liste bloccate sono già tornate per restare. Il che ci fa capire che, a volte, la politica sa decidere. E sa trovare in fretta accordi fondamentali per far nascere la terza Repubblica.

Altra questione che è stata sollevata – con meno convinzione dalla politica, con qualche convinzione in più dagli studiosi – è che questo sistema ibrido sia compatibile con il resto della sentenza della Corte. La Corte in quella sentenza dice molte cose, tutte più o meno condivisibili. Tra queste sta l’idea per cui, quando il legislatore sceglie un sistema proporzionale, deve garantire una ragionevole corrispondenza tra i voti dati e i seggi assegnati. E una legge elettorale che distorcesse in modo irragionevole questo rapporto violerebbe il principio di uguaglianza del voto (in uscita). Certo, ci dice la Corte, questo principio non può essere garantito in modo assoluto: altrimenti saremmo condannati ad un proporzionale eterno e perfetto. Ma quel che esce chiaramente dalla sentenza è che c’è un limite alle manipolazioni che possono essere introdotte con l’ingegneria elettorale alla originaria distribuzione dei voti. E questo limite è dato dai principi di ragionevolezza e proporzionalità (ossia di corrispondenza tra il fine perseguito e i mezzi impiegati).

Che questa legge elettorale sia un Ibridum (un proporzionale mascherato con ballottaggio finale) certo rende più difficile applicare quanto enunciato dalla Corte, soprattutto in punto di corrispondenza tra voti ricevuti e seggi conseguiti. Ma se l’obiettivo di una legge elettorale è garantire rappresentatività e governabilità, è chiaro che non si può sacrificare oltre misura la rappresentatività in nome della governabilità. 

Non è possibile, in altre parole, semplificare troppo il quadro politico dicendo che così si garantiscono governi stabili e di legislatura. Per il semplice fatto che questo non è un discorso vero. E chi si occupa di queste cose sa che la legge elettorale, forzando e semplificando, può costruire maggioranze artificiali all’indomani delle elezioni e dare l’illusione della governabilità. Ma la durata di queste maggioranze non dipende affatto dalla legge elettorale, quanto dal complesso di regole istituzionali che reggono i rapporti tra parlamento e governo. Tanto per capirci, i governi regionali durano non per la legislazione elettorale (che è diversa da regione a regione), quanto dal fatto che i consiglieri sanno benissimo che se fanno saltare la maggioranza, si va necessariamente a nuove elezioni (art. 126 cost.).

Ora, l’Ibridum della terza Repubblica (annunciata) è un sistema elettorale fatto apposta per eliminare le formazioni minori e costruire maggioranze artificiali nel nome della governabilità. 

Io non so, se in concreto, a legge approvata, a collegi definiti e a soglie e premi stabiliti, questo sistema sarà in contrasto con le indicazioni della Corte costituzionale. Forse oggi è troppo presto per farsi una opinione definitiva: in fondo è un Ibridum. Anzi, una bozza di Ibridum.

Quel che è certo è che la sentenza della Corte, condivisibile sotto molti aspetti, è una decisione anomala nel momento in cui garantisce ai cittadini la possibilità di proporre un ricorso diretto alla Corte sulla costituzionalità della legge elettorale. Il che lascia capire che la sentenza di una settimana fa è stata la prima sentenza della Corte costituzionale in materia di legge elettorale. Quasi sicuramente non sarà l’ultima.

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